I pronto soccorso sempre più sotto assedio: 18 milioni i pazienti nel 2023 ma 4 milioni gli accessi inappropriati
di Michele BocciSempre più persone chiedono aiuto ai pronto soccorso italiani. Nel 2023 nei dipartimenti di emergenza sono state viste un milione di persone in più rispetto all’anno precedente. Il totale sale così a 18,2 milioni ma non è ancora arrivato ai livelli degli anni precedenti al Covid, quando si superavano i 20 milioni. I dati sono stati presentati da Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni. La crescita di accessi può essere vista come una spia delle difficoltà del sistema sanitario pubblico in altri campi, a partire dalle liste di attesa. I cittadini che non trovano risposte in tempi adeguati vanno nelle strutture di emergenza. E non è un caso che anche il privato stia creando servizi per le urgenze.
Gli accessi impropri
A conferma di come i pronto soccorso siano diventati un servizio sanitario a cui si rivolgono non solo persone con problemi importanti è l’alta percentuale di codici bianchi e verdi, cioè i meno gravi. Sono il 68% del totale e soprattutto, specificano da Agena…
Sempre più persone chiedono aiuto ai pronto soccorso italiani. Nel 2023 nei dipartimenti di emergenza sono state viste un milione di persone in più rispetto all’anno precedente. Il totale sale così a 18,2 milioni ma non è ancora arrivato ai livelli degli anni precedenti al Covid, quando si superavano i 20 milioni. I dati sono stati presentati da Agenas, l’agenzia sanitaria nazionale delle Regioni. La crescita di accessi può essere vista come una spia delle difficoltà del sistema sanitario pubblico in altri campi, a partire dalle liste di attesa. I cittadini che non trovano risposte in tempi adeguati vanno nelle strutture di emergenza. E non è un caso che anche il privato stia creando servizi per le urgenze.
Gli accessi impropri
A conferma di come i pronto soccorso siano diventati un servizio sanitario a cui si rivolgono non solo persone con problemi importanti è l’alta percentuale di codici bianchi e verdi, cioè i meno gravi. Sono il 68% del totale e soprattutto, specificano da Agenas, “di questi circa 4 milioni si possono ritenere impropri, cioè accesi in codice bianco e verde alla visita medica, con l’esclusione dei traumi. Oppure giunti in pronto soccorso in modo autonomo o inviati dal medico di famiglia, nei giorni feriali e festivi e in orari diurni, con dimissione al domicilio o a strutture ambulatoriali”.Si tratta di pazienti che avrebbero dovuto essere seguiti altrove e spesso sono condannati ad attese lunghissime, perché giustamente passano avanti coloro che hanno problemi più importanti. Ridurre gli accessi impropri servirebbe a ridurre il lavoro in strutture che negli ultimi anni hanno visto una riduzione importante degli organici. L’emergenza-urgenza è il settore più in crisi da questo punto di vista nella sanità italiana.
Un terzo delle strutture lavora poco
Anche nel settore dell’emergenza ci sono strutture che lavorano troppo poco. Da Agenas fanno notare che in Italia quasi un terzo dei pronto soccorso, il 29%, lavorano poco, fanno cioè meno di 15 mila accessi all’anno, vedono cioè meno di 40 pazienti al giorno. E comunque “il 75% delle strutture registrano un numero di accessi al di sotto degli standard”. Anche quando si tratta di prestazioni urgenti si ritiene che le strutture che lavorano meglio siano quelle dove viene svolta molta attività. Per questo l’agenzia fa notare il dato degli ospedali meno attivi.
In 3,5 milioni distanti dai punti di emergenza
Agenas valuta anche quanto ci mettono i cittadini a raggiungere il pronto soccorso, cioè i dati di accessibilità. Il 94% dei cittadini possono raggiungere una struttura di emergenza entro 30 minuti. Il numero dei cittadini non in grado di raggiungere le strutture entro 30 minuti, 3,4 milioni di persone, cioè il 5,8% della popolazione, “potrebbe essere decisamente ridotto con la corretta implementazione del DM 77/2022, che individua la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell'assistenza territoriale nel servizio sanitario nazionale, attraverso la presa in carico dei pazienti all’interno delle nuove strutture previste dal PNRR”. Nel decreto citato si indica l’organizzazione dei servizi territoriali, anche dal punto di vista della capillarità.