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Vita da influencer, Sofia Viscardi: “Ho raccontato la Gen Z e superato i miei problemi con la terapia. Ora ricomincio da Roma”

Dopo il progetto ‘Venti’, la youtuber milanese, classe 1998 e oltre un milione di follower sui social, aspira a scomparire dietro le quinte
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Mentre dice addio a Venti, il suo primo progetto editoriale, Sofia Viscardi pensa già al prossimo. L’atlante dei vent’anni che ha costruito, così lo descrive, negli ultimi cinque anni è riuscito a raccontare paure, sfide e aspettative di una generazione, quella Z, di cui tutti parlano ma che nessuno interpella mai. Adesso, però, la youtuber milanese, classe 1998 e oltre un milione di follower sui social, aspira a scomparire dietro le quinte. Anche perché quando ha iniziato a girare dei video nella sua cameretta per la prima volta, diventando in poco tempo un volto familiare per centinaia di migliaia di adolescenti in tutta Italia, era il 2014 e lei aveva appena 15 anni.

Mentre dice addio a Venti, il suo primo progetto editoriale, Sofia Viscardi pensa già al prossimo. L’atlante dei vent’anni che ha costruito, così lo descrive, negli ultimi cinque anni è riuscito a raccontare paure, sfide e aspettative di una generazione, quella Z, di cui tutti parlano ma che nessuno interpella mai. Adesso, però, la youtuber milanese, classe 1998 e oltre un milione di follower sui social, aspira a scomparire dietro le quinte. Anche perché quando ha iniziato a girare dei video nella sua cameretta per la prima volta, diventando in poco tempo un volto familiare per centinaia di migliaia di adolescenti in tutta Italia, era il 2014 e lei aveva appena 15 anni.

Giovanissima e già esposta a un pubblico così grande. Non ci sono controindicazioni?

“All’inizio non avevo idea che questa sarebbe diventata la mia vita. Sicuramente il fatto che la mia adolescenza sia interamente testimoniata online ha plasmato la mia personalità”

In che modo?

“Per compensare il fatto che in tantissimi conoscessero tutto di me ho iniziato a ergere dei muri nella vita reale. Ma ha condizionato anche il rapporto con la mia immagine”.

Negativamente?

“Direi di sì. Per anni ho editato i miei stessi video e mi sono ritrovata a guardare la mia faccia per tantissime ore al giorno. Non so se siamo progettati per farlo così a lungo. Proprio ieri sera ho iniziato a leggere un libro che parla di questo, dell’impatto che ha su di noi il doversi vedere da fuori. Racconta la storia di Hiroshi Ishiguro, un esperto di robotica che ha creato un umanoide a sua immagine e somiglianza”.

Cosa ha comportato nel suo caso?

“Adesso conosco a memoria delle cose di me che non so se è giusto che io sappia. È terribile, perché scopri un sacco di difetti. Inizi a pensare che una parte della tua faccia abbia qualcosa di sbagliato o che i tuoi capelli non vadano bene. Penso sia stata la causa dei miei disordini alimentari: desideravo tantissimo assomigliare a qualcun altro, a una bellezza che seguiva i codici pericolosissimi che vedevo sui social”.

Potesse tornare indietro, rifarebbe tutto allo stesso modo?

“Se potessi cambiare qualcosa sceglierei di andare in terapia molto prima. Ma c'è una parte meravigliosa di tutto questo che non voglio assolutamente rinnegare e che mi ha consentito di emanciparmi presto, anche in senso molto pratico”.

Economicamente?

“Sì. Da quando ho 14 anni non chiedo più un euro ai miei genitori e a vent'anni ho potuto permettermi di comprare casa, a differenza della maggior parte dei miei coetanei. E poi ho vissuto una serie di esperienze di vita e di lavoro incredibili, che oggi mi concedono il lusso di non essere ambiziosa”.

Dovesse sceglierne una?

“Difficile, ce ne sono tantissime. Dall’incontro con il presidente Mattarella a quello con personalità del calibro di Alessandro Barbero o Tiziano Ferro. Posso dire però quella che mi rende più fiera, ovvero aver creato la comunità di Venti, che è stato anche un posto di lavoro meraviglioso. Sono orgogliosa di essere stata la capitana di questa nave di matti, perché siamo riusciti a usare i social per parlare di temi profondi a una platea enorme”.

A un certo punto il fatto che riuscisse ad arrivare a milioni di adolescenti l’ha resa una sorta di portavoce della Generazione Z.

“È stato strano. Sono stata trasformata in un caso studio da quegli adulti che avrebbero voluto parlare ai miei coetanei ma non sapevano come farlo”.

Perché questa incomunicabilità?

“Mio nonno mi diceva sempre che la società è il risultato della lotta dei padri contro i figli, e viceversa. Credo faccia parte del processo che ci forma come adulti e ci porta a prendere decisioni in autonomia. E poi abbiamo dei riferimenti diversi: la mia generazione, ad esempio, è più attenta alla cura della salute mentale”.

I suoi genitori no, invece?

“Se anni fa avessi detto a mio padre che avevo iniziato un percorso di terapia probabilmente avrebbe risposto ‘ma non ne hai bisogno, non sei pazza’. Oggi lui non va dallo psicologo, ma ha capito che non c’è nulla di anormale nel fatto che io ci vada. Probabilmente i nostri genitori hanno solo bisogno di più tempo per acquisire i nuovi codici che gli servono per interpretare la realtà che cambia”.

E cos’ha funzionato nel modo in cui Venti ha raccontato la realtà?

“Il talk in cui qualcuno mi spiega qualcosa per un’ora e io devo stare zitta non funziona più. I miei coetanei vogliono partecipare alla propria informazione e al proprio intrattenimento, piuttosto che subirli. E Venti è riuscita a dialogare con la propria community”.

Anche il vostro progetto è arrivato al capolinea però.

“Per me era arrivata l'ora di allontanarmi da un lavoro che richiedesse così tanto di me. Ma dietro la chiusura ci sono anche delle ragioni di sostenibilità, perché le piattaforme sono cambiate e facevamo fatica a scendere a compromessi. Non è impossibile portare avanti dei progetti di questo tipo, ma ci si riesce più facilmente se si hanno degli investitori”.

Che tipo di compromessi?

“Ormai l’algoritmo premia più l'impacchettamento che il contenuto. A un certo punto passavo più tempo a pensare al modo in cui sistemare la foto di anteprima del video piuttosto che a quello che avrei detto”.

Quindi i social si appiattiscono.

“Non è un caso se siamo la generazione più distratta della storia. Le piattaforme su cui basiamo tutte le nostre interazioni appartengono a privati che hanno come interesse il profitto. Non sono studiate per farci vivere meglio o farci imparare cose nuove, ma per capitalizzare il più possibile sul nostro utilizzo. Alla lunga gli effetti sul cervello sono dannosi, me ne accorgo anche su me stessa”.

Calo dell’attenzione?

“Anche. Per tantissimo tempo ho faticato a leggere e mi rendevo conto di dovermi sforzare per non staccare gli occhi dal libro ogni due righe. E poi riconosco anche di essere vittima del meccanismo dopaminico dei social: se posto una foto sono tentata di controllare continuamente quanti like ho ricevuto e chi li ha messi”.

E questo rende la sua una generazione fragile?

“Non solo, ci sono tanti altri fattori che ci rendono fragili. Mi basta parlare con i miei genitori per accorgermene. Quando si sono conosciuti mia madre aveva 25 anni e sei mesi dopo è rimasta incinta di me. Però vivevano delle vite così serene che si sono detti: ‘Ma sai che c’è, teniamola’. Oggi ho la sua età e non so se farei la stessa scelta”.

Cosa la frena?

“Mi sembra che attorno a me sia tutto precario, dalla crisi climatica alle guerre, e non so se voglio mettere al mondo un’altra vita a queste condizioni. È una paura che rivedo in molti dei miei amici e che mi fa sentire meno sola”.

E lei come si immaginava a 25 anni?

“Quando ero più piccola ero certa che anche io, come mia madre, avrei avuto un figlio a quest’età. Anche perché ho vissuto in una famiglia da ‘Mulino Bianco’ e ho sempre visto la maternità come una cosa figa. Però mi immaginavo che sarei stata più adulta di come mi sento adesso”.

Quand’è che si diventa adulti?

“È una domanda molto intima. Personalmente credo che chiudere Venti sia la prima cosa veramente adulta che ho fatto”.

E il suo futuro post-Venti sarà fuori dai social?

“Penso che non esistano quasi più dei lavori non digitali, ma mi piacerebbe che il mio lavoro si basasse meno sulla mia immagine e più sulla mia capacità di sviluppare progetti. Anche perché ho sviluppato tantissime competenze in questo campo, quindi non scapperò rinnegando tutto e aprendo un chiringuito in spiaggia. Almeno per il momento.”.

Sono rimasti dei sogni nel cassetto?

“Uno avrei voluto si realizzasse già con Venti, perché immaginavo che a un certo punto si sarebbe trasformato da luogo virtuale a un punto fisico di aggregazione, dove le persone avrebbero potuto guardarsi in faccia e parlare tra di loro. È una cosa di cui ho sentito tanto la mancanza crescendo in una città come Milano: uno spazio per confrontarsi senza obiettivi precisi e senza dover consumare per forza qualcosa”.

Per questo si trasferisce a Roma?

“È da quando ho 14 anni che non mi fermo un attimo e finora la frenesia di Milano si era rivelata utile. Ultimamente però la vivevo con molta più fatica. Roma mi sembra invece la città adatta per godermi quello che ho seminato in modo tranquillo. Non vedo l’ora che arrivi quest’estate per vivere la mia nuova avventura romana in motorino”.

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