L’Ospedale partigiano sull’Appennino che curò anche i nazisti: “Le pallottole sono sempre sbagliate”
dalla nostra inviata Brunella GiovaraFRASSINORO (MODENA) - Come allora, con la neve al ginocchio, si sale verso una borgata che si chiama Perdelle. Camminando dietro a una suora che conosce la strada e va su veloce nei suoi stivaletti, e infine ecco una casa, l’unica, “qui c’era l’ospedale partigiano. Si portava tutto a spalla, i feriti e il resto”.
Il primo territorio libero dai tedeschi
Intanto nevica, nel centro esatto di quella che è stata la Repubblica di Montefiorino, il primo dei territori liberati dai partigiani nel 1944. Durarono pochi mesi, i tedeschi si ripresero tutto, Montefiorino su questo appennino tosco emiliano, dove la zona libera era nata il 17 giugno e morta il 2 agosto. E la Repubblica dell’Ossola, proclamata il 10 settembre, caduta il 23 ottobre.
FRASSINORO (MODENA) - Come allora, con la neve al ginocchio, si sale verso una borgata che si chiama Perdelle. Camminando dietro a una suora che conosce la strada e va su veloce nei suoi stivaletti, e infine ecco una casa, l’unica, “qui c’era l’ospedale partigiano. Si portava tutto a spalla, i feriti e il resto”.
Il primo territorio libero dai tedeschi
Intanto nevica, nel centro esatto di quella che è stata la Repubblica di Montefiorino, il primo dei territori liberati dai partigiani nel 1944. Durarono pochi mesi, i tedeschi si ripresero tutto, Montefiorino su questo appennino tosco emiliano, dove la zona libera era nata il 17 giugno e morta il 2 agosto. E la Repubblica dell’Ossola, proclamata il 10 settembre, caduta il 23 ottobre.
L'ospedale clandestino
Alba, il cuore della Vandea, così Mussolini definiva il Piemonte ribelle. “Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre”, scritto da Beppe Fenoglio, che c’era. Ma qui c’era una cosa in più, ed era un piccolo vero ospedale, clandestino ma efficiente, povero ma indispensabile, gestito da un prete, una suora e due medici, uno comunista e l’altro democristiano. Lì sono stati curati i partigiani combattenti, e i civili, e soldati americani, inglesi, russi. E anche tedeschi, e uomini della Repubblica sociale, cioè il nemico. Sarebbe bastato abbandonarli alla loro morte sicura, sulla montagna, invece non andò così.
Don Mario Prandi il pacifista integrale
A Fontanaluccia, che è frazione alta di Frassinoro, c’era un parroco intraprendente, don Mario Prandi, “uno che non aveva peli sulla lingua. Ma era un pacifista integrale. Non c’erano ferite giuste o ingiuste, per lui le pallottole erano sempre sbagliate”, dice Lino Paini, insegnante in pensione che lo ha conosciuto molto bene, e figlio di un capo partigiano. Era anche un coraggioso, come è successo ad altri sacerdoti che hanno aiutato o fatto la Resistenza, e magari ci sono morti.
La Casa della Carità
E nel 1941 aveva già gettato le basi di una cosa che non c’era, una Casa della Carità per ospitare e curare i disabili della zona, ancora più in pericolo man mano che il fronte si avvicinava. Poi tutto era diventato fronte. E l’osteria di Fontanaluccia, trasformata in casa-famiglia, era proprio al centro.
Le bande di ribelli
Don Mario non ha paura di criticare il regime fascista. E dopo l’8 settembre accoglie tra i suoi ospiti due inglesi, catturati dai repubblichini, finiti nel campo di concentramento di Fontanellato, e fuggiti. È un rischio enorme. È anche l’inizio della sua missione. R.D. Smith e W.J.Bishop Durcot vengono infine dimessi, e intanto sull’appennino cominciano a formarsi le bande di ribelli, molti sono ragazzi che vogliono sfuggire ai bandi di arruolamento obbligatorio.
Le infermerie volanti
I primi scontri e i primi feriti costringono le brigate a organizzare delle infermerie volanti, ma serve qualcosa di più strutturato. Con la nascita della Repubblica di Montefiorino viene individuata la scuola di Fontanaluccia, la prima sede. Letti e biancheria vengono requisiti in alcuni alberghi, le medicine arrivano da due farmacisti della pianura. Guida la struttura Gerolamo Andreoli, medico di Sassuolo, esponente del Partito d’Azione. Altri si aggiungeranno, come il dottor Angelo Comini, e alcuni studenti di Medicina. E il professor Pasquale Marconi, antifascista, cattolico. Il dottor Toffoli, che era comunista.
La Carmelitana che era “capace di gestire tutto”
C’era un’infermiera ebrea jugoslava, Davida Papai da Vukovar, sfuggita da un campo di concentramento. Due monache, dell’ordine delle Carmelitane minori. Una era chiama Maria Giubbarelli, e suor Laura Stefanelli, mentre cammina nella neve, ricorda che era “una gran signora, capace di gestire tutto, dalla cucina alle pulizie, all’equilibrio necessario perché le cose andassero bene, assieme a suor Gemma, in un posto che era di soldati e partigiani, ricoverati assieme”.
Le amputazioni con la sega da fabbro
Una suora energica, con gli scarponi, “che scendeva fino a Sassuolo per ritirare le medicine, poi tornava su”. Una giornata di viaggio, sola, a piedi, “ma una volta chiese un passaggio ai tedeschi. Un’altra arrivò da un farmacista, che le negò i farmaci”. Ma era tutto molto povero, e la medicina talvolta brutale, come succede al fronte. Il dottor Casali raccontò “fui costretto a operare con un coltello da caccia. E feci delle amputazioni con una sega da fabbro”, e le anestesie, “una bottiglia di etere, una maschera con una gabbietta di ferro e un po’ di ovatta. Riuscì abbastanza bene”.
La morte di tanti
Gli alleati fecero dei lanci, non solo armi e munizioni, ma anche “ferri chirurgici i più perfetti e moderni”, finalmente. Molti morirono. Don Prandi scrisse tutto nel suo Diario di guerra. Un paziente dopo l’altro, tra cui “Castelli Romolo, da San Marcello Pistoiese, partigiano. Ferita di arma da fuoco alla regione toracica, con permanenza di proiettile. Non possibile operazione per stato comatoso, muore nella notte per embolia”. Si salvò invece un tenente medico della Monterosa, con le due SS sul bavero. Ferito e curato, decise infine di restare con i ribelli. Si salvò anche un ufficiale medico tedesco, di Monaco, ferito da un colpo di mortaio. Dopo la Liberazione ricevette un attestato partigiano per “aver aiutato i feriti con diligenza e competenza”. E nacquero anche due bambini, da una donna sfollata e da una di un paese vicino.
La borgata fucilata, i corpi dati alle fiamme
Ma partì anche l’operazione Wallenstein, con cui i tedeschi rastrellarono diligentemente quella zona alle spalle della Linea gotica. L’appennino bruciava, la prima strage nella provincia di Reggio Emilia fu a Cervarolo di Villa Minozzo, il 20 marzo. Uomini della Panzer Division 1 Hermann Goering, e gli italiani della Guardia Nazionale Repubblicana di Reggio Emilia. “Quando arrivammo sull’aia, ci trovammo davanti a un mucchio di cadaveri bruciacchiati, primo dei quali il povero priore Pigozzi”, scrisse don Prandi. Lo avevano tenuto un giorno nella neve, per farlo parlare, volevano da lui una lista di partigiani, e lui aveva detto no. Tutta la borgata fucilata, erano 24 cadaveri, poi cosparsi di benzina e dati alle fiamme.
L’ospedale distrutto dalla Wermacht
L’appennino bruciò a lungo, e doveva ancora arrivare Marzabotto, tra il 29 settembre e il 5 ottobre, le stragi nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, cioè 1830 morti. L’ospedale partigiano tenne duro fino ad agosto, quando venne distrutto dalla Wermacht. Ma i feriti erano appena stati trasferiti più in alto, a Perdelle, in quella casa che si vede tra gli alberi, era un semplice essiccatoio per le castagne, e ci si arriva solo dai boschi. A settembre, il nuovo trasferimento, compresa la piccola camera operatoria, le barelle di tela grezza, la riserva di farmaci, e i pazienti.
“La creazione delle solide basi della nostra Repubblica”
Il parroco decise che non si poteva andare avanti così, e cominciava anche a fare freddo. Aprì le porte della Casa della Carità, e fu l’ultima fase. Ma è stata un’esperienza unica, e per tanti motivi. “Erano partigiani con culture, condizione sociale, orientamenti politici anche molto diversi, ma seppero combattere insieme, creando le solide basi della nostra Repubblica”, spiega Walter Telleri, a nome delle Anpi dei 5 Comuni modenesi che fecero parte di Montefiorino. C’erano comunisti e cattolici, in bande separate, certo. “E il nostro ospedale, che raccontiamo con i progetti nelle scuole, è la concreta testimonianza delle parole di Pietro Calamandrei sulla nostra Costituzione, che è nata dalla Resistenza”, e anche da quel gruppo di medici e suore, preti, montanari, tutti ribelli.