Più migranti in Toscana che in Sicilia e Calabria. Il paradosso della guerra a Ong e Regioni rosse
di Alessandra ZinitiLo sbarco della Geo Barents al porto di Marina di Carrara
Roma — Chissà che fine hanno fatto le tensostrutture sotto le quali per tanti anni hanno trovato ristoro e prime cure decine di migliaia di migranti: al porto di Palermo da due anni e mezzo non sbarca più nessuno. L’ultima nave umanitaria fu la Geo Barents ad ottobre 2021. Mistero delle strategie del Viminale che invece, nell’ultimo anno e mezzo, ha dirottato nel piccolo porto di Marina di Carrara 1.210 migranti e nell’ancor più piccolo approdo di Ortona 660, tutti soccorsi da navi umanitarie. Strategia pensata da Matteo Piantedosi per gestire quello stato di emergenza per i flussi migratori dichiarato ad aprile 2023, prorogato ad ottobre e cessato qualche settimana fa.
Quindicimila migranti inviati nei porti del centro nord
Davanti al calo degli sbarchi, il governo ha convenuto che l’immigrazione non è più un’emergenza per l’Italia, ma dopo aver costretto 15.000 persone a inutili lunghi giorni di navigazione prima di poter scendere a terra, il Viminale tiene la barra dritta nella s…
Roma — Chissà che fine hanno fatto le tensostrutture sotto le quali per tanti anni hanno trovato ristoro e prime cure decine di migliaia di migranti: al porto di Palermo da due anni e mezzo non sbarca più nessuno. L’ultima nave umanitaria fu la Geo Barents ad ottobre 2021. Mistero delle strategie del Viminale che invece, nell’ultimo anno e mezzo, ha dirottato nel piccolo porto di Marina di Carrara 1.210 migranti e nell’ancor più piccolo approdo di Ortona 660, tutti soccorsi da navi umanitarie. Strategia pensata da Matteo Piantedosi per gestire quello stato di emergenza per i flussi migratori dichiarato ad aprile 2023, prorogato ad ottobre e cessato qualche settimana fa.
Quindicimila migranti inviati nei porti del centro nord
Davanti al calo degli sbarchi, il governo ha convenuto che l’immigrazione non è più un’emergenza per l’Italia, ma dopo aver costretto 15.000 persone a inutili lunghi giorni di navigazione prima di poter scendere a terra, il Viminale tiene la barra dritta nella sua guerra alle Ong. Dopo aver cambiato più volte tattica ( prima i porti chiusi, poi le lunghissime attese in mare, poi ancora gli sbarchi selettivi) alla fine il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ritenuto che l’assegnazione dei porti più lontani possibile fosse la strada più efficace per tenere la flotta umanitaria assente dal Mediterraneo. E anche per mettere alle prova città e regioni amministrate dal centrosinistra, sempre pronunciatesi a favore dell’accoglienza dei migranti e costrette a pagare il prezzo più alto della mancanza di programmazione centrale della gestione dei migranti.
La lettera di Piantedosi alla Mijatovic: “Equa redistribuzione degli oneri”
Alla «imprescindibile necessità di operare una più equa redistribuzione tra le regioni, non tanto dei migranti, abitualmente trasferiti presso strutture di accoglienza dislocate sull’intero territorio nazionale, quanto degli oneri organizzativi e logistici correlati alla gestione degli sbarchi», aveva fatto riferimento Matteo Piantedosi rispondendo al commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic che aveva invitato il governo Meloni a ritirare il decreto Piantedosi.
Ma l’analisi di un anno e mezzo di assegnazione di porti sicuri il più lontano possibile ( a dispetto delle convenzioni internazionali), conferma che l’obiettivo del governo di redistribuire gli oneri della gestione degli sbarchi non è stato di certo raggiunto con logica ed equilibrio.
Città e regioni del centrosinistra le più gravate
Come giustificare diversamente gli zero sbarchi in più di due anni a Palermo ( dove per altro non arrivano nè mezzi militari nè barconi di migranti autonomamente) a fronte dei 1210 di Marina di Carrara, i 1141 di Ravenna, i 935 di Ancona, i 696 di Livorno, i 660 di Ortona, i 635 di La Spezia? Numeri rivelatori quelli dei porti del nord Italia ( in città in maggioranza amministrate dal centrosinistra) che sempre più spesso, a partire da ottobre del 2022, le navi umanitarie hanno dovuto raggiungere, costrette a navigazioni di 4-5 giorni all’andata e altrettanti al ritorno per sbarcare poche decine di persone salvate nel Mediterraneo, ad ogni soccorso come prevede il decreto Cutro.
Aggregando gli sbarchi per regione, il dato è ancora più evidente. Quattro tra le prime cinque regioni che hanno gestito più sbarchi ( Puglia, Campania, Toscana, Emilia) sono di centrosinistra, l’altra ( il Lazio) lo è stata fino a marzo 2023. Con i suoi porti di Brindisi, Bari e Taranto, la Puglia ( 4.200 arrivi), ha accolto poco meno di un terzo dei 15.000 migranti salvati dalla flotta umanitaria nell’ultimo anno e mezzo ( meno del 10 % degli sbarchi totali in Italia). Segue la Campania con oltre 2.000 arrivi, la Toscana con 1.900, il Lazio con 1300 e l’Emilia con 1.100.
Le Ong valutano di dismettere le navi grandi
La strategia dei porti lontani, di fatto, ha totalmente sgravato Palermo e Siracusa, alleggerito notevolmente Messina e Catania ( che però ogni tanto ospitano sbarchi di mezzi militari), molto meno Pozzallo e Trapani che così come Crotone e Vibo Valentia in Calabria, oltre agli sbarchi autonomi, sono state indicate come porto per le piccole imbarcazioni umanitarie che non sono in grado di affrontare lunghe navigazioni. Tanto che diverse Ong stanno valutando di dismettere le grandi navi per sostituirle con barche più piccole, sufficienti ad ospitare poche decine di persone e che il Viminale non potrebbe più mandare troppo lontano.