Di Mare, l’imbarazzo Rai: non sapevamo. La pratica sulla malattia ferma all’Inail
di Giovanna VitaleROMA — Solo il j’accuse lanciato a Che tempo che fa, peraltro su un canale concorrente della Rai per la quale lui, Franco Di Mare, ha lavorato per oltre trent’anni, è riuscito a smuovere il pantano burocratico che ha inghiottito le insistenti richieste avanzate all’azienda per avere lo stato di servizio, ovvero l’elenco delle missioni svolte, necessario a ottenere il risarcimento previsto dalla legge. Quelle missioni che avrebbero causato la malattia dell’ex direttore della Terza rete: il mesotelioma pleurico. Un tumore raro, probabilmente causato dall’inalazione di amianto quand’era inviato di guerra nei Balcani.
Lo sfogo in tv
Per quasi quattro anni Di Mare ha sollecitato Viale Mazzini a fornirgli ogni informazione utile per mandare avanti la pratica. Ma nulla è accaduto fino a domenica sera, quando in un drammatico collegamento con Fabio Fazio su Nove, ha raccontato la sua verità: «Tutta la Rai si è dileguata dopo la mia malattia», lo sfogo in diretta. «Io chiedevo di sapere l’elen…
ROMA — Solo il j’accuse lanciato a Che tempo che fa, peraltro su un canale concorrente della Rai per la quale lui, Franco Di Mare, ha lavorato per oltre trent’anni, è riuscito a smuovere il pantano burocratico che ha inghiottito le insistenti richieste avanzate all’azienda per avere lo stato di servizio, ovvero l’elenco delle missioni svolte, necessario a ottenere il risarcimento previsto dalla legge. Quelle missioni che avrebbero causato la malattia dell’ex direttore della Terza rete: il mesotelioma pleurico. Un tumore raro, probabilmente causato dall’inalazione di amianto quand’era inviato di guerra nei Balcani.
Lo sfogo in tv
Per quasi quattro anni Di Mare ha sollecitato Viale Mazzini a fornirgli ogni informazione utile per mandare avanti la pratica. Ma nulla è accaduto fino a domenica sera, quando in un drammatico collegamento con Fabio Fazio su Nove, ha raccontato la sua verità: «Tutta la Rai si è dileguata dopo la mia malattia», lo sfogo in diretta. «Io chiedevo di sapere l’elenco dei posti dove fossi stato. Queste persone si sono negate al telefono, non rispondevano più. Una cosa ripugnante». Rivelazioni agghiaccianti che finalmente ieri pomeriggio hanno avuto riscontro: l’ad Roberto Sergio e il dg Giampaolo Rossi, «venuti a conoscenza della vicenda» soltanto la sera prima, hanno assicurato «la loro disponibilità a fare tutto il possibile per consentire al giornalista di ricostruire quanto da lui richiesto».
La repulsione
Dal giorno in cui ha ricevuto l’infausta diagnosi, Di Mare ha inviato almeno dieci mail allo stato maggiore della Rai, senza ricevere alcuna risposta. Ne parla anche nel suo nuovo libro Le parole per dirlo, in uscita oggi per Sem. «Fatico a nascondere la ripulsa, l’orrore causato dal comportamento dei vertici aziendali, tutti quelli che si sono succeduti negli ultimi quattro anni, che sono letteralmente spariti», scrive. «Direttori generali, amministratori delegati, capi del personale. Liquefatti».
Le reazioni
Quattro anni durante i quali si sono succeduti sulla tolda di comando Fabrizio Salini e Carlo Fuortes, prima dell’arrivo di Sergio. Mentre i capi del Personale e dell’Ufficio legale, Felice Ventura e Francesco Spadafora non sono mai cambiati. È a loro che Di Mare si sarebbe rivolto per ottenere i documenti indispensabili a provare la relazione tra la malattia e l’attività professionale svolta. Inutilmente. «La tua denuncia su come la Rai ti abbia lasciato solo è senza appello. La tua amarezza è la nostra amarezza», accusa Sandro Ruotolo, suo collega e ora responsabile informazione del Pd.
Lo scaricabarile
Ma come è potuto accadere? Secondo una prima ricostruzione, la pratica di Di Mare avrebbe superato la fase che compete alla Tv pubblica, ma si sarebbe arenata all’Inail, deputata ad accertare il nesso causale fra il lavoro e il tumore. Quanto invece alla richiesta di transazione, avviata dai legali del giornalista nei confronti della Rai, sarebbe stata sospesa dall’azienda in attesa della certificazione Inail, senza la quale non si potrebbe procedere con la liquidazione per non rischiare il danno erariale. Passaggi da chiarire, secondo la consigliera in quota dem Francesca Bria, decisa a chiederne conto al prossimo Cda in calendario il 14 maggio: «È gravissimo che il Consiglio non sia mai stato informato di una vicenda così assurda e dolorosa. Ora l’ad deve spiegare cosa è successo davvero e come mai Ventura e Spadafora non si siano mossi in maniera tempestiva».