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Ilaria Salis dal carcere di Budapest: “Essere antifascista è naturale come bere quando si ha sete. La storia non si riscrive”

L’ultima lettera dalla prigione ungherese in cui l’insegnante, ora candidata con Avs, è reclusa
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La formazione, i racconti familiari di guerra, la scoperta del nazismo e del fascismo, la scelta, “naturale come bere un bicchiere d’acqua”, di dirsi ed essere antifascista, la Resistenza, i conflitti di ieri e di oggi. Repubblica, in esclusiva con il Tg3, pubblica una nuova lettera di Ilaria Salis, scritta nel carcere di massima sicurezza di Budapest dove l’insegnante e militante italiana, ora candidata alle elezioni europee con Avs, è detenuta dal febbraio del 2023.

La storia non si riscrive

Le prime volte che ho sentito parlare di fascisti e di nazisti erano una bambina ed ascoltavo con curiosità i racconti dei miei nonni toscani i suoi tempi di guerra. Non erano eroici racconti di partigiani, anche perché i miei nonni erano loro stessi bambini e negli anni della guerra. Erano storiche parlavano più che altro di freddo, di fame e di paura. È impossibile collocare in ordine cronologico o costringere in una struttura organica questi frammenti di storia orale, che proverò a trascrive…

La formazione, i racconti familiari di guerra, la scoperta del nazismo e del fascismo, la scelta, “naturale come bere un bicchiere d’acqua”, di dirsi ed essere antifascista, la Resistenza, i conflitti di ieri e di oggi. Repubblica, in esclusiva con il Tg3, pubblica una nuova lettera di Ilaria Salis, scritta nel carcere di massima sicurezza di Budapest dove l’insegnante e militante italiana, ora candidata alle elezioni europee con Avs, è detenuta dal febbraio del 2023.

La storia non si riscrive

Le prime volte che ho sentito parlare di fascisti e di nazisti erano una bambina ed ascoltavo con curiosità i racconti dei miei nonni toscani i suoi tempi di guerra. Non erano eroici racconti di partigiani, anche perché i miei nonni erano loro stessi bambini e negli anni della guerra. Erano storiche parlavano più che altro di freddo, di fame e di paura. È impossibile collocare in ordine cronologico o costringere in una struttura organica questi frammenti di storia orale, che proverò a trascrivere, forse con qualche inesattezza, così come si sono scolpiti nella mia memoria di bambina.

Il passaggio del fronte inversi fu lungo travaglio perché la linea gotica, ultima linea difensiva dei nazifascisti che tagliava lo stivale da Tirreno all’Adriatico, fu per lungo tempo impenetrabile per gli alleati. Anzi creò loro problemi tali da indurli a pianificare uno sbarco in Versilia per supportare le truppe di terra durante l’offensiva decisiva. Questo piano piano non si realizzò mai, ma per avere la visuale libera sul mare sulla spiaggia innanzi fascisti tagliarono a zero qualche chilometro della pineta che costeggia tutto il litorale tirrenico e ancora oggi la macchia si interrompe per quel tratto. Davvero bizzarro era il modo in cui la mia bisnonna raccontava il tanto atteso arrivo degli americani. Nell’immaginario collettivo questi liberatori erano raffigurati alti, biondi e quegli occhi azzurri. Quando finalmente giunsero le prime linee di fanteria, la carne da macello, rimasero tutti molto sorpresi perché erano composte essenzialmente da afroamericani e messicani.

Sulle Alpi Apuane erano attivi gruppi partigiani organizzati e alle loro azioni in nazifascisti rispondevano con rappresaglie sui civili. La più ferrata di queste fu l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, dove massacrarono crudelmente l’intero paese, compresi gli infanti che furono gettati nei forni accesi. La paura pioveva anche dal cielo. Sia i bombardamenti della zona che il transito di bombardieri carichi diretti verso le città industriali del Nord erano una realtà quotidiana. Familiare era anche l’urlo della sirena che segnalava l’allarme aereo.

La nonna raccontava che tutti i giorni, quando suonava la sirena, doveva doveva uscire da scuola di corsa e cercare di raggiungere velocemente ripari. Poi un giorno a scuola non si andrà più. La famiglia di mio nonno trovò riparo dai bombardamenti sulle colline vicine. Nei villaggi le famiglie sfollate vivevano gomito gomito con gli uomini che si sottraevano le armi e probabilmente con persone vicine ai gruppi partigiani. Il nonno percorreva lunghi chilometri in bicicletta per andare a prendere il latte per il suo fratellino infante. Un ragazzino in bicicletta non dava nell’occhio e a volte nei suoi giri portava anche viveri a qualche uomo della famiglia che si doveva nascondere nei boschi. Quando incontrava un posto di blocco dei tedeschi e lo fermavano per controlli, tremando come una foglia, mostrava ai soldati il latte per il bambino.

L’ingombrante presenza del nemico educava non parlare oppure a comunicare in codice. Su quelle colline spesso il grido “ Beatrice! Beatrice! “ si propagava rapidamente di bocca in bocca, di casa in casa. Significava che stavano arrivando i tedeschi. Si ascoltava Radio Londra al buio a volume appena percettibile per ricevere notizie attendibili sugli sviluppi della guerra. Trasmettevano anche molte comunicazioni in codice: “ Anna cuce” o “ Gino va a pescare” potevano essere informazioni sui movimenti del nemico o indicazioni operative rivolte ai gruppi partigiani e il loro senso era oscuro per i miei nonni e per molti altri ascoltatori. Ma quando recitarono “ i violini d’autunno” di Verlaine tutti sapevano che questo significava che lo sbarco in Normandia era stato realizzato con successo.

Per la fame ognuno cercava di arrangiarsi come poteva. In genere alimentari di base erano razionati e sempre più scarsi. Alcuni barattavano al mercato nero quello che avevano in casa o che riuscivano a trovare in giro. I rastrellamenti nelle case e alla ricerca di uomini erano prassi quotidiana e durante le perlustrazione nazifascisti si portavano via tutto quello che c’era in casa. Perciò tutti gli oggetti che avevano un minimo di valore venivano sotterrati nell’orto.

La nonna raccontava che ogni volta gli uomini di casa dove dovevano fuggire nascondersi all’ultimo momento e ogni volta erano lunghi minuti di terrore. Lo zio della nonna invece non si sottrasse alle armi; cadde prigioniero degli americani durante i primi anni di guerra e fu deportato in Texas. Riuscì a tornare a casa qualche anno dopo la fine del conflitto e raccontava che sul campo di prigionia si nutrivano di cavallette.

Questi racconti sono parte integrante della mia storia e della mia formazione, tanto quanto i libri su cui ho studiato e percorsi politici a cui ho preso parte. Già nel mio lessico di bambina la parola “nazista” era associata al campo semantico della guerra ed aveva una sfumatura di crudeltà e cattiveria. Insomma, il nazista era un po’ come il lupo o il cattivo delle fiabe. Più tardi ho imparato il significato della parola “genocidio” ed essere antifascista mi sembrava una cosa naturale come bere un bicchier d’acqua quando si ha sete.

Qualche anno dopo, grazie ai racconti e alle memorie di partigiani combattenti, ho scoperto cosa era stata la Resistenza. Nei territori dell’Italia settentrionale i nazifascisti furono messi in fuga dalla lotta di partigiani e partigiani e di tutto il popolo. E la mia cara Milano affisse nella pubblica piazza un solenne monito affinché il fascismo non tornasse mai più.

Questa è la nostra storia. Solo in un mondo dove regna la menzogna si può celebrare il tentativo, per giunta fallimentare, di un plotone di nazisti che, insieme ai collaborazionisti locali, a spezzare l’assedio dei sovietici nel febbraio del 1945. Si può essere in malafede, si possono fabbricare e diffondere menzogne, ma non si può riscrivere la storia.

Il mondo è cambiato molto negli ottant’anni che ci separano da questi questi eventi, ma i racconti dei nonni hanno ancora molto da insegnarci e ci chiamano ad assumerci delle responsabilità nel presente. Penso alle regioni non lontane dell’Europa orientale oppure al Medio Oriente dove anche oggi la paura e la morte piovano dal cielo. In ogni epoca c’è un valido motivo per promuovere la guerra: la supremazia della razza, il Lebensraum, lo sbocco sul mare, i conflitti etnici o religiosi, il carbone, il gas o il petrolio. Al cospetto di queste cause di ordine superiore la vita o la morte di migliaia e migliaia di civili è un eventuale danno con collaterale di poco poco conto.

Penso ai frammenti di storia orale che popolano i villaggi dell’Ucraina o le macerie dei palazzi di Gaza. Ancora racconti di fame, di freddo, di paura, di bombe e di simbiosi quotidiana con la morte. Ma anche storie che parlano di coraggio e di determinazione. Storie da cui abbiamo molto da imparare e di fronte alle quali non possiamo non assumerci delle responsabilità.

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