Aviaria, Rezza: “No agli allarmi ma dobbiamo essere preparati. L’Italia ha già opzionato il vaccino”
di Michele BocciGianni Rezza è un infettivologo epidemiologo che ha lavorato all’Istituto superiore di sanità e al ministero alla Salute e oggi è professore straordinario di igiene all’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ tra coloro che hanno fronteggiato la pandemia provocata dal coronavirus e da sempre si occupa di malattie infettive.
Ormai da molto tempo si parla di aviaria. Cosa sta succedendo negli Usa e perché si sta alzando l’allerta?
“La novità è che il virus ha colpito le vacche. E’ stato trovato pure nel latte, anche se questo dal punto di vista della trasmissione all’uomo potrebbe non essere preoccupante. Non solo perché di solito viene pastorizzato ma anche perché probabilmente non porterebbe al contagio nemmeno se non lo fosse. Da anni, ormai dal 2003, troviamo uccelli infetti in tutte le aree del globo. Nel 2005 ci fu un primo grosso allarme, con diversi casi umani soprattutto in Paesi in cui l’economia di sussistenza è basata sul pollame. I migratori, che trasportano la malattia…
Gianni Rezza è un infettivologo epidemiologo che ha lavorato all’Istituto superiore di sanità e al ministero alla Salute e oggi è professore straordinario di igiene all’Università Vita-Salute del San Raffaele. E’ tra coloro che hanno fronteggiato la pandemia provocata dal coronavirus e da sempre si occupa di malattie infettive.
Ormai da molto tempo si parla di aviaria. Cosa sta succedendo negli Usa e perché si sta alzando l’allerta?
“La novità è che il virus ha colpito le vacche. E’ stato trovato pure nel latte, anche se questo dal punto di vista della trasmissione all’uomo potrebbe non essere preoccupante. Non solo perché di solito viene pastorizzato ma anche perché probabilmente non porterebbe al contagio nemmeno se non lo fosse. Da anni, ormai dal 2003, troviamo uccelli infetti in tutte le aree del globo. Nel 2005 ci fu un primo grosso allarme, con diversi casi umani soprattutto in Paesi in cui l’economia di sussistenza è basata sul pollame. I migratori, che trasportano la malattia, infettavano gli animali da cortile e le persone esposte, donne e bambini, si infettavano”.
Quel è stato il cluster più importante?
“Al di là dei numeri, la cosa più preoccupante è avvenuta nella provincia indonesiana di Sumatra settentrionale. Una donna che si è ammalata dopo aver avuto un contatto con un pollo trasmise il virus H5N1 ad altri 6 membri della famiglia, poi uno di loro lo ha attaccato a un’altra persona. Si tratta quindi di tre generazioni di casi, una cosa mai vista. La trasmissione interumana è sempre stata rarissima”.
Perché l’aviaria ha queste difficoltà ha trasmettersi tra le persone?
“La sua natura, di virus nato negli uccelli, fa sì che abbia una maggiore affinità per i recettori presenti nel profondo delle vie respiratorie, quelle basse, piuttosto che le alte. Questo ha comportato che con l’infezione si trasmetta con difficoltà”.
Il virus ha fatto un passo avanti?
“Da un paio d’anni vediamo episodi in varie specie di mammiferi, come visoni e vari animali acquatici. Già questo è un passetto in avanti: si infettano i mammiferi e l’uomo è un mammifero. Così è nata qualche preoccupazione in più. Ora abbiamo casi nelle vacche in Usa, che riguardano animali a stretto contatto con gli uomini”.
Perché l’unico caso umano registrato negli Usa ha la congiuntivite?
“C’è un’affinità per i recettori presenti a livello del globo oculare di questa malattia. Succede con molti virus respiratori e non si tratta di un problema grave”.
Qualcuno ipotizza che il caso sia più di uno.
“Come hanno ipotizzato alcune ricercatrici statunitensi di recente, alcuni casi potrebbero non essere stati isolati perché i sintomi sono blandi e le persone non si sono fatte vedere”.
Quanto è preoccupante la situazione?
“Non deve esserci alcun allarme nella popolazione ma le autorità sanitarie devono stare sul pezzo. Più aumentano questi passaggi di specie più è possibile che possa adattarsi all’uomo. Possono esserci mutazioni cosiddette adattive, puntuali on il passaggio dall’animale all’uomo. Se invece infetta i maiali, incontrando altri virus potrebbe fare uno shift, un riarrangiamento provocato dall’incontro con altri virus”.
Si parla di una malattia che, se davvero passasse all’uomo, avrebbe effetti pesantissimi, con alta mortalità.
“Nel corso di questo ventennio abbiamo avuto situazioni diverse. Abbiamo visto casi gravissimi, in Oriente e Turchia, ma adesso sembra invece che dia problemi blandi. Non sappiamo se è mutato ma bisogna prepararsi al peggio, cosa che, attenzione, non vuol dire che se arriva sarà pesante ma che bisogna fare sempre lo scenario più complesso. Tra l’altro non sappiamo niente di eventuali mutazioni che lo renderebbero più blando via via che si diffonde”.
Sempre considerando l’ipotesi più grave, come si cura?
“L’A(H5N1) è un virus influenzale. Il punto importante è che l’Italia ha un’opzione per il vaccino pandemico. La situazione è diversa rispetto a quella del coronavirus. Quando è scoppiata la pandemia non c’era un vaccino umano già messo a punto e sperimentato. In questo caso invece abbiamo due vaccini pre-pandemici, in qualche misura già testati, che contengono H5N1. Basterebbe modificare leggermente la parte di virus contenuta nel vaccino anti-influenzale, adattandolo alla variante che circola, per avere uno strumento fondamentale di contrasto. A quel punto il problema sarebbe solo di mettere a punto il vaccino e produrlo su larga scala, cosa che richiederebbe 4-6 mesi”.