ROMA — Gli studenti che corrono dietro lo striscione verso la strada proibita, due bottiglie che volano nel cielo, gli agenti sotto i caschi che partono alla carica coi manganelli alzati in aria. Sull’asfalto resta una pozza di sangue. Un paio di liceali e di universitari vengono colpiti alla testa, le magliette bianche grondano di rosso, i sacchetti di ghiaccio tamponano le ferite prima dell’arrivo delle ambulanze che li portano via. Una ragazza di 15 anni viene ferita a un fianco, «le usciva il sangue dalla bocca», raccontano i suoi compagni. Anche lei finisce al pronto soccorso. C’è un altro di 17 anni con la schiena marchiata da sei manganellate. Rocco, 16 anni, cade a terra per uno spintone, vede gli agenti arrivare, prova a proteggersi con uno scudo e viene trascinato via, fermato faccia a terra, la maglietta strappata a metà, cinque ore in questura, poi rilasciato. Anche 4 poliziotti restano contusi, uno di loro sale sulla prima ambulanza che arriva in piazza.
Il pugno duro contro 200 minorenni
Dopo le contestazioni di giovedì alla ministra della Famiglia Eugenia Roccella, interrotta con cori e fischi mentre cercava invano di parlare agli Stati generali della natalità, ieri è arrivato il secondo tempo: il pugno duro contro i 200 studenti, quasi tutti minorenni, scesi in piazza nel quartiere Prati. Liceali dell’assemblea transfemminista Aracne, universitari del collettivo Zaum della Sapienza, quelli di Artemis, le “Spine nel fianco” di Catania, ragazzi da Padova, Torino, Pisa.
Le grida di protesta
«Sui nostri corpi decideremo sempre e solo noi», gridano a squarciagola. E lo dipingono sul corpo, lo disegnano in strada, lo scrivono sui muri puliti dei palazzi. Poi in via Leone IV partono le tensioni. Con l’accendino bruciano le pagine del progetto di Educazione alle relazioni ideato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. «Atteggiamenti che ricordano i tempi bui del passato», commenta lui.
"Una violenza senza giustificazione”
Sotto il rumore degli elicotteri che li sorvegliano dall’alto, gli studenti decidono di deviare il percorso infilandosi nel cordone di polizia non ancora serrato. Il dialogo in piazza tra questa generazione di collettivi e gli uomini della Digos è pressoché nullo. E allora i ragazzi corrono, arrivano a contatto con gli agenti e parte la carica. «Ci hanno picchiati subito con forza», raccontano dal coordinamento dei collettivi della Sapienza. Alcuni motorini rotolano a terra, due fioriere vengono divelte. «Ero in seconda fila e mi è arrivata una manganellata in testa. Ho sentito le farfalle e poi ho visto il sangue che zampillava. È stata una violenza senza giustificazione», dice Chiara, 25 anni, studentessa di Psicologia, ricoverata 24 ore per un lieve trauma cranico. Il collettivo di Medicina improvvisa il primo soccorso. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ringrazia invece le forze dell’ordine: «Hanno garantito la libera espressione del pensiero dei manifestanti e lo svolgimento di una manifestazione altrettanto libera che libera dev’essere».
"Il clima preoccupante”
La Digos sta ora analizzando i filmati e valuta denunce. Mentre all’Auditorium della Conciliazione, contestato da dentro e da fuori nel giro di due giorni, monta la reazione del presidente della Fondazione per la natalità Gigi De Palo: «Noi siamo una realtà indipendente, non ha senso attaccarci. Se un evento che cerca il dialogo diventa motivo di scontri e di violenza, allora il clima è davvero preoccupante». Gli studenti ribattono: «Era una manifestazione pacifica, minorenni a mani nude, senza caschi. Non capiamo il perché di questa violenza, forse allora c’è una ragione politica».