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Sorpresa, gli anziani sono diventati più intelligenti: “Il QI ha ormai raggiunto quello dei giovani”

(fotogramma)
Le ragioni per gli over 65 sono legate agli stili di vita: scolarizzazione, alimentazione e cure aiutano a mantenersi “competitivi” rispetto ai ragazzi sempre più sottoposti a schermi e poca lettura
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Cercasi campioni di intelligenza, possibilmente sopra ai 65 anni. Non è vero infatti che tra giovani e anziani c’è un solco crescente, per quanto riguarda le capacità intellettive. «Il mio studio suggerisce che le differenze cognitive fra giovani e anziani si stiano riducendo con il passare del tempo» racconta Stephen Badham, psicologo dell’università di Nottingham, che ha

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Cercasi campioni di intelligenza, possibilmente sopra ai 65 anni. Non è vero infatti che tra giovani e anziani c’è un solco crescente, per quanto riguarda le capacità intellettive. «Il mio studio suggerisce che le differenze cognitive fra giovani e anziani si stiano riducendo con il passare del tempo» racconta Stephen Badham, psicologo dell’università di Nottingham, che ha pubblicato i suoi risultati sulla rivista scientifica Developmental Review e sul sito divulgativo The Conversation.

Il motivo per cui il gap di quoziente intellettivo fra le generazioni si assottiglia, secondo il ricercatore, non è il peggioramento dei giovani, ma il miglioramento dei quozienti intellettivi degli anziani oggi rispetto al passato. «Ho cominciato a incuriosirmi quando con il mio gruppo abbiamo notato risultati strani in laboratorio. Trovavamo differenze fra le classi di età molto ridotte, oppure assenti. Questo contrastava con le ricerche fatte prima degli anni Duemila».

Dagli anni ’60 a oggi, spiega Badham, «i deficit dovuti all’età sono diventati sempre più piccoli». La spiegazione non è chiara. «Il declino del cervello inizia piuttosto presto, intorno ai 30 anni, ed è dovuto alla riduzione progressiva dei neuroni» spiega Giuseppe Sartori, che insegna neuropsicologia all’università di Padova ed è stato consulente per la revisione del processo di Erba (la strage del 2006 per la quale a marzo si sono riaperte le porte del tribunale). Ma questa curva in calo si intreccia con un’altra curva in salita: l’effetto Flynn.

«Chi fa un test per il quoziente intellettivo oggi ha mediamente un risultato più alto, rispetto allo stesso test fatto a un coetaneo un secolo fa», spiega Sartori, definendo l’effetto Flynn. «Il miglioramento non può avere cause genetiche: qualche decennio è troppo poco perché l’evoluzione produca un effetto. Le ragioni sono probabilmente legate agli stili di vita. L’esposizione al linguaggio è aumentata molto fra i bambini di oggi». Ogni tre anni l’umanità (in realtà i più rappresentati nei test sono i paesi occidentali) ha guadagnato in media tre punti di quoziente intellettivo (QI).

L’aumento del QI, notato negli anni ’80 dallo psicologo americano James Flynn, sembra però essersi fermato. Da quasi un decennio la nostra intelligenza ha smesso di crescere. «Probabilmente ha raggiunto i suoi limiti naturali» secondo Badham. «Gli anziani di oggi - spiega Sartori - ricadono nell’onda crescente dell’effetto Flynn». Questo sta diventando sempre meno vero per i giovani, che si ritrovano invece a cavalcare un’onda in discesa.

Nel confronto, la generazione che ha beneficiato di scolarizzazione di massa, miglioramento dell’alimentazione e delle cure mediche, riesce a non perdere terreno nei confronti di una gioventù sottoposta a stimoli assai diversi da quelli tradizionali – più schermi, meno lettura – i cui effetti non sono ancora del tutto chiari. Anche i dati sull’incidenza di Alzheimer e altre demenze sono inferiori alle stime: non si può dire che i casi non aumentino, ma almeno nei paesi ricchi la curva si sta appiattendo.

Nei test condotti da Badham fra i suoi volontari, durati 7 anni, si notano aspetti dell’intelligenza che migliorano con l’età: abilità linguistiche e vocabolario. Esperimenti precedenti non erano stati così positivi per chi è in avanti con gli anni, ma avevano dimostrato che le capacità verbali sono quelle che calano meno.

«Un quadro dei cambiamenti delle varie funzioni intellettive con l’età ci arriva dalle grandi piattaforme online di allenamento cognitivo» spiega Sartori. «Laddove uno studio tradizionale riesce a raccogliere, quando va bene, alcune migliaia di volontari, siti come ad esempio Lumosity raggiungono decine di milioni di persone».

Al di là della loro efficacia, queste piattaforme sono una manna per i ricercatori. Un’analisi su 35 milioni di utenti di Lumosity del 2013 conclude per esempio che il declino del cervello inizia tra i 25 e i 30 anni. «La prima funzione a peggiorare - spiega Sartori - è la memoria, sia di lavoro che spaziale, oltre alla capacità di attenzione».

Tra 20 e 80 anni la memoria perde il 20% del punteggio ottenuto da specifici test. Le capacità aritmetiche resistono fino ai 40-50 anni, poi hanno un cedimento e perdono più del 10% in venti anni. L’uso appropriato del linguaggio resiste molto di più. Resta integro fino a 40 anni. Scende di poco fino ai 60 (si ha un calo del 5% circa), per poi declinare in modo più evidente dai 60. Un giovane potrà quindi aiutare un anziano a ricordare i dettagli di una giornata. Ma quello che l’anziano ha da dirgli a parole, farà bene a continuare ad ascoltarlo.

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