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Diritti, Luciana Castellina e i 50 anni del referendum sul divorzio: “L’aborto fu più facile, le donne lo volevano. Ma lasciare il marito era ancora un tabù”

“Andavamo nelle campagne, nei paesi, tra le braccianti e le mondine. Il Partito era diffidente, dicevano che la classe operaia avrebbe difeso la famiglia tradizionale. Fondamentale invece il ruolo di Nilde Iotti. Le donne votarono in massa per la legge e ai comizi si parlava d’amore. Era diventato un diritto: è stata una rivoluzione”
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“Giravamo l’Italia per incontrare le donne: dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria alla Toscana. Conservo fotografie di comizi tenuti nei luoghi più diversi, piazze, fabbriche, campi, marciapiedi, tra le braccianti, tra le mondine. Eravamo l’Udi, eravamo il Pci, arrivavano in tante, comuniste, cattoliche, ma la battaglia per la legge sul divorzio fu assai più difficile di quella per l’aborto. Perché l’aborto lo conoscevano tutte, segreto, clandestino, prima o poi capitava, l’idea invece che ci si potesse liberare di un marito, magari per sposare un nuovo amore, rompendo una famiglia, era negli anni Sessanta qualcosa di impensabile e scandaloso”.

Luciana Castellina ha 95 anni. Di quelle battaglie che hanno cambiato l’Italia conserva una memoria prodigiosa. Militante del Pci, poi al Manifesto, deputata, europarlamentare, scrittrice, giornalista. Mille vite in una e tutte a sinistra. Nel suo salotto ampio e sobrio ricorda e racconta: “La legge non doveva nascere così. Litigammo con tu…

“Giravamo l’Italia per incontrare le donne: dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria alla Toscana. Conservo fotografie di comizi tenuti nei luoghi più diversi, piazze, fabbriche, campi, marciapiedi, tra le braccianti, tra le mondine. Eravamo l’Udi, eravamo il Pci, arrivavano in tante, comuniste, cattoliche, ma la battaglia per la legge sul divorzio fu assai più difficile di quella per l’aborto. Perché l’aborto lo conoscevano tutte, segreto, clandestino, prima o poi capitava, l’idea invece che ci si potesse liberare di un marito, magari per sposare un nuovo amore, rompendo una famiglia, era negli anni Sessanta qualcosa di impensabile e scandaloso”.

Luciana Castellina ha 95 anni. Di quelle battaglie che hanno cambiato l’Italia conserva una memoria prodigiosa. Militante del Pci, poi al Manifesto, deputata, europarlamentare, scrittrice, giornalista. Mille vite in una e tutte a sinistra. Nel suo salotto ampio e sobrio ricorda e racconta: “La legge non doveva nascere così. Litigammo con tutti, dentro e fuori il Pci”.

In che senso Castellina? Non fu una campagna comune ai partiti della sinistra, dei radicali e dei liberali?

“Sì, alla fine, durante la campagna referendaria, ma la legge sul divorzio ha avuto una gestazione lunghissima, ben prima del testo Fortuna-Baslini che poi approdò in parlamento. Noi comuniste – allora ero nella commissione donne diretta da Nilde Iotti, di cui sono stata buona amica – eravamo convinte che la legge sul divorzio dovesse essere inserita nella riforma del diritto di famiglia”.

Perché?

“Per tutelare le donne. Pochissime allora lavoravano, non avevano nulla di intestato, il rischio era che si trovassero senza più nemmeno un letto in cui dormire, o magari perdere i figli. Per fortuna la riforma del codice familiare passò l’anno dopo, nel 1975 e le donne furono più garantite”.

Diceva che litigaste con tutti.

“Sul divorzio la prima frattura fu dentro il Pci. Con l’ala più conservatrice del partito, Amendola, Napolitano. Sostenevano che la nostra base operaria e contadina, legata a schemi di famiglia tradizionale, soprattutto al Sud, non avrebbe mai accettato il divorzio. Sbagliavano naturalmente. Uno dei più forti sostenitori invece fu Emanuele Macaluso, siciliano, che ben conosceva la tragedia delle vedove bianche del meridione, donne i cui mariti erano emigrati da decenni in America, in Argentina, si erano creati nuove famiglie, lasciando le mogli prigioniere di matrimoni esistenti soltanto sulla carta”.

E con i Radicali?

“Noi ritenevamo non si potesse votare una legge senza occuparsi della complessità sociale e collettiva nella quale si sarebbero ritrovate le donne. Per i Radicali contava fondamentalmente, invece, il diritto individuale. Ma poi il referendum è stato vinto grazie alla forza capillare del Pci nelle campagne, nelle borgate, nei paesi. Una grande alleata dentro il partito, quando cercavamo di far capire fin dalla metà degli anni Sessanta l’importanza del divorzio per l’Italia, fu Nilde Iotti”.

Iotti viveva in prima persona la fatica di un amore “illegale”.

“Sia lei che Togliatti soffrirono molto per quella condizione da amanti, tanto che Togliatti provò a divorziare da Rita Montagnana a San Marino, dove era consentito. Ma il Partito lo fermò: lo scandalo sarebbe stato troppo grande. Ho voluto un gran bene a Nilde, trovo anzi che si parli fin troppo di lei come presidente della Camera, dimenticando la sua militanza nel Pci, in particolare nella commissione donne. Se abbiamo gli asili nido è a Iotti che lo dobbiamo”.

Quando il divorzio diventa legge lei era già separata da Alfredo Reichlin, storico dirigente del Pci e padre dei suoi figli Lucrezia e Pietro.

“Eravamo separati di fatto, poi mi sono candidata con il Pdup, mentre Alfredo era rimasto nel Pci. Sulle schede elettorali però allora si compariva anche con il nome del marito, ero Castellina in Reichlin. Due Reichlin su due liste diverse era un po’ complicato. Così divorziammo. Ma ho sempre vissuto da sola perché Alfredo potesse venire liberamente a trovare i figli”.

Il ricordo più intenso di quei giorni?

“Le persone che parlavano d’amore nelle piazze, durante i comizi. L’amore era diventato un diritto: è stata una rivoluzione”.

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