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I dieci anni dell’Anac. Il presidente Busia: “Sulla diga di Genova rischio aumento costi”

(agf)

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Alla Camera la relazione annuale dell’Autorità anticorruzione. Chi corrompe porta via “opportunità, prospettive, benessere”
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ROMA - Sala della Regina a Montecitorio. Pienone di autorità ad ascoltare Giuseppe Busia, il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. E subito ecco il suo leit motiv, “non dobbiamo abbassare la guardia”. Da lui un solo accenno all’inchiesta di Genova, quando evoca il rischio di significativi aumenti dei costi dei contratti come nel caso della diga Foranea su cui proprio l’Anac aveva lanciato l’allarme con esplicite denunce. Nessuno sconto sul nuovo codice degli appalti, né sui ritardi del Pnrr. Né tantomeno sull’abuso d’ufficio, il reato che sarà cancellato dopo le europee, e sullo scontro che si aprirà con l’Europa che invece lo richiede nella lotta alla corruzione.

Parte dall’antica Roma Busia, e arriva a oggi. La sua relazione - che ieri pomeriggio ha portato al presidente Sergio Mattarella - è destinata a scuotere la politica. Perché tocca subito un tasto delicato. “La corruzione non riguarda solo corrotti e corruttori. Spesso ci si dimentica delle vittime, di tu…

ROMA - Sala della Regina a Montecitorio. Pienone di autorità ad ascoltare Giuseppe Busia, il presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. E subito ecco il suo leit motiv, “non dobbiamo abbassare la guardia”. Da lui un solo accenno all’inchiesta di Genova, quando evoca il rischio di significativi aumenti dei costi dei contratti come nel caso della diga Foranea su cui proprio l’Anac aveva lanciato l’allarme con esplicite denunce. Nessuno sconto sul nuovo codice degli appalti, né sui ritardi del Pnrr. Né tantomeno sull’abuso d’ufficio, il reato che sarà cancellato dopo le europee, e sullo scontro che si aprirà con l’Europa che invece lo richiede nella lotta alla corruzione.

Parte dall’antica Roma Busia, e arriva a oggi. La sua relazione - che ieri pomeriggio ha portato al presidente Sergio Mattarella - è destinata a scuotere la politica. Perché tocca subito un tasto delicato. “La corruzione non riguarda solo corrotti e corruttori. Spesso ci si dimentica delle vittime, di tutte le persone a cui ruba opportunità, prospettive, benessere, talvolta persino la vita”. Già, i morti sul lavoro, cui Busia dedica un intero capitolo. Le “vittime” diventano il fil rouge. Con parole che scuotono: “Le donne e gli uomini sepolti vivi sotto le macerie di infrastrutture ed edifici costruiti con la sabbia al posto del cemento; i lavoratori schiacciati o soffocati nei cantieri perché chi avrebbe dovuto vigilare sulla loro sicurezza è stato indirizzato verso altri obiettivi; i pazienti che scontano la scarsa qualità di attrezzature sanitarie acquistate con procedure opache; i bambini malnutriti, nei Paesi più fragili, a causa di aiuti umanitari che si perdono nelle pieghe di torbidi intrecci tra burocrazia e malaffare”. Sì, parole durissime, che fotografano altrettanti casi di cronaca. Sono le prove diffuse da quella stampa che i partiti di governo cercano in tutti i modi di silenziare.

Le vittime della corruzione

Fa impressione quest’elenco che risuona nella sala più prestigiosa della Camera. Non solo corrotti e corruttori dunque, ma chi muore per lavori malfatti e su cui hanno guadagnato politica e imprese. Lo spiega il presidente dell’Anac, con parole dure, una sorta di fotografia del malaffare. “Anche quando non uccide, la corruzione arreca danni inestimabili, affinando le sue armi con mezzi sempre più subdoli. Opere non ultimate, o completate con smodati ritardi e sperpero di risorse pubbliche. Imprese sane che falliscono a causa di un mercato poco aperto e trasparente. Giovani eccellenze costrette a cercare all’estero chances di realizzazione professionale, sottratte in patria da concorsi poco trasparenti”. Dice Busia che bisogna “prevenire la corruzione prima di reprimerla” perché “deteriora la qualità dei servizi pubblici, rafforza le mafie, inquina la democrazia”. Il compito dell’Anac da oltre dieci anni è “evitare tutto questo”.

Anche se i dati sono “poco incoraggianti”. Sia la Corte dei conti europea, sia la Procura europea, per tutti Eppo, vedono “il nostro Paese in una posizione ancora troppo arretrata”. Proprio dai dati di Eppo l’Italia risulta come “il Paese con il valore più alto in termini di danni finanziari al bilancio dell’Ue stimati a seguito di frodi e malversazioni, anche riconducibili alla criminalità organizzata”. Mafia e corruzione, da sempre un binomio inscindibile. L’elenco di quello che non va è lungo, dai conflitti d’interesse “piccoli e grandi”, all’abrogazione del reato di abuso d’ufficio che farà “venire meno la tutela penale”, e che spinge l’Anac a chiedere “maggiori strumenti di intervento, prevedendo adeguate sanzioni per chi omette di dichiarare i conflitti e di astenersi dalle decisioni che possono favorire se stesso o le persone vicine”. E ancora “una disciplina organica sulle lobby”. Mentre Busia vanta il contributo fondamentale degli whistleblowers, le gole profonde che denunciano le corruzioni col coraggio di farlo proprio sul posto di lavoro, “coloro che, nel pubblico come nel privato, per senso del dovere e spesso con coraggio, non si voltano dall’altra parte, ma segnalano gli illeciti”.

Strada ancora lunga per il Pnrr

E Busia arriva all’opportunità “irripetibile” del Pnrr, su cui “non possiamo permetterci insuccessi o battute d’arresto”. A fronte degli aspetti positivi, come “l’impulso ai contratti pubblici” - appalti avviati per 40mila - ci sono “i dati preoccupanti sulla spesa effettiva”, che rivelano “una strada ancora lunga” da percorrere. Con “una salita che diverrà sempre più ripida”. Le negatività ci sono, un Codice degli appalti vittima “di deroghe e discipline parallele”, un processo di digitalizzazione che necessita di un effettivo impulso, un uso dell’Intelligenza artificiale che rispetti “i valori costituzionali della persona”. E Busia chiede di creare “una grande banca dati europea dei contratti pubblici, necessario presupposto per un vero mercato unico degli appalti”. E l’Italia può già proporre “il suo modello”.

I tempi troppo lunghi degli appalti

È il caso della diga di Genova finita nel mirino della Procura diretta da Nicola Piacente. L’Anac ha proposto “soluzioni per ridurli”. Ma le disposizioni introdotte finora “oltre a limitare il grado di controllabilità delle procedure, se non adeguatamente presidiate, rischiano di provocare significativi aumenti dei costi dei contratti”. Fatto “delicato” proprio “nel momento in cui il progressivo esaurirsi di alcuni fondi e la riattivazione dei vincoli di bilancio europei richiederanno un controllo più stringente sulla spesa pubblica”.

Il boom degli affidamenti diretti

Nel 2023 gli appalti oltre i 40mila euro, sia ordinari che speciali, erano pari a 283,4 miliardi per più di 267mila appalti. In forte aumento gli affidamenti diretti, il 49,6% nel 2023. Aggiungendo le procedure negoziate senza previa pubblicazione di bando si arriva al 78,1% degli appalti, e cioè 208.954 su un totale di 267.403, senza gara. Chiosa l’Anac: “Le amministrazioni hanno optato per procedure non pienamente concorrenziali”. Se si aggiungono gli acquisti anche sotto i 40mila euro si scopre che “oltre il 90% del totale” non ha visto gare.

L’allarme dell’Anac su Genova

E qui l’allarme di Busia è specifico. È l’unico cenno al caso Genova: “Si pensi alle disposizioni che riconoscono il diritto al risarcimento agli operatori pretermessi, col risultato che la stazione appaltante finisce per dover remunerare entrambi. È quanto rischia di accadere per la Diga Foranea di Genova, su cui l’Anac è di recente intervenuta. Ciò anche indipendentemente dagli ultimi sviluppi registrati sulla vicenda”. Scontato quindi l’aumento dei costi.

I guasti del nuovo codice degli appalti

Altro capitolo delicato, gli affidamenti diretti e la trasparenza. Busia dà i dati: “Nel 2023, gli affidamenti diretti hanno rappresentato, per numero, oltre il 90% del totale, 78% se si escludono dall’insieme i contratti sotto i 40mila euro, percentuale che sale oltre il 95% se si considerano anche le procedure negoziate”. E qui la nota polemica è inevitabile e riguarda il criticatissimo nuovo Codice degli appalti che “oltre a non prevedere l’obbligo di avvisi o bandi per i lavori fino a 5 milioni di euro, consente di acquistare beni o affidare servizi fino a 140mila euro senza neanche il vincolo di richiedere più preventivi”. E Busia ricorda che “in sede di discussione delle norme avevamo evidenziato il conseguente rischio di affidamenti agli operatori più vicini e collegati, invece che a quelli più meritevoli, con un prevedibile aumento dei costi”. Parole che rivelano l’espressa critica, che Busia ha fatto pubblicamente vedendosi piovere addosso gli strali della politica, e in particolare quelli del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che addirittura ne ha chiesta la testa. Ma poi, proprio Salvini, è intervenuto con una circolare interpretativa che, dice Busia, ne ha “mitigato gli effetti”.

I diritti dei lavoratori

Il risparmio “attraverso la limitazione dei diritti dei lavoratori è inaccettabile”. Detto alla luce delle morti continue sul lavoro. “Purtroppo l’Italia ha chiuso il 2023 con un allarmante numero di infortuni mortali, e il 2024 conferma la tendenza”. “Dati drammatici” chiosa Busia che “impongono alle stazioni appaltanti uno sforzo ulteriore per orientare verso le migliori pratiche le imprese e i committenti privati”, come del resto chiedono “recenti leggi in materia”. Perché i risparmi sulla pelle e sui diritti dei lavoratori non sono ammissibili in alcun modo. È “cruciale una vigilanza rigorosa man mano che si scende lungo la catena degli affidamenti e dei sub-affidamenti, perché nei subappalti a cascata a perdere qualcosa sono spesso i lavoratori”. E Busia qui chiede “cantieri digitali”, per consentire “il controllo delle condizioni di sicurezza e delle misure di prevenzione applicate”. Un risultato potrebbe arrivare, dice il presidente dell’Anac, dal “sistema digitale di monitoraggio”, nonché dall’Osservatorio permanente sugli appalti attivato dall’Anac con le maggiori organizzazioni sindacali. A ciò si aggiunge la piaga dei “medici a gettone”.

Gli appalti e le donne

Anche qui l’Anac registra un dato non confortante, perché nonostante l’impegno ad assumere in ambito Pnrr donne e lavoratori giovani, i dati rivelano che “dal 2022 al 2023 non ne è aumentato l’uso, e la crescita non raggiunge il punto percentuale, risultando di poco superiore alla metà del totale”. La quota del 30%, tra 2022 e 2023, “è di fatto rimasta ferma”. Era del 56,62% nel 2022. L’anno scorso è passata al 56,87 per cento. “Praticamente la stessa” chiosa Busia.

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