Le pressioni dei pro life contro l’aborto. “A me dissero: se vuoi il certificato passa in un centro per la vita”
di Eugenia NicolosiROMA — Addosso sente ancora la frustrazione per non aver saputo cosa rispondere, cosa dire. E sono passati anni, anche se pochi, da quando con l’inganno fu spedita verso un Centro per la vita direttamente dal consultorio al quale si era rivolta per abortire. «Mi dissero che quel passaggio faceva parte dell’iter». Martina Riccio, 37 anni, scoprì per caso che non era vero, che quell’ora e mezza trascorsa nella stanzetta con due attiviste pro life avrebbe potuto risparmiarsela. Bastava non presentarsi. E invece. A quel tempo non aveva idea di come funzionasse il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
Cosa sapeva e cosa le spiegarono?
«Sapevo che sono i consultori a rilasciare il certificato di gravidanza necessario per abortire, pensavo bastasse farsi visitare. Ma quando arrivai nel presidio di via Herbert Spencer, zona Prenestino, prima mi dissero che avrei dovuto attendere sette giorni di riflessione obbligatoria, poi mi rimandarono a un Centro per la vita».
Le parlarono ap…
ROMA — Addosso sente ancora la frustrazione per non aver saputo cosa rispondere, cosa dire. E sono passati anni, anche se pochi, da quando con l’inganno fu spedita verso un Centro per la vita direttamente dal consultorio al quale si era rivolta per abortire. «Mi dissero che quel passaggio faceva parte dell’iter». Martina Riccio, 37 anni, scoprì per caso che non era vero, che quell’ora e mezza trascorsa nella stanzetta con due attiviste pro life avrebbe potuto risparmiarsela. Bastava non presentarsi. E invece. A quel tempo non aveva idea di come funzionasse il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
Cosa sapeva e cosa le spiegarono?
«Sapevo che sono i consultori a rilasciare il certificato di gravidanza necessario per abortire, pensavo bastasse farsi visitare. Ma quando arrivai nel presidio di via Herbert Spencer, zona Prenestino, prima mi dissero che avrei dovuto attendere sette giorni di riflessione obbligatoria, poi mi rimandarono a un Centro per la vita».
Le parlarono apertamente di Centro per la vita?
«No, anche perché col personale del consultorio avevo esplicitato chiaramente la mia intenzione di abortire. Mi dissero che nel corso di quei sette giorni avrei dovuto confrontarmi con delle persone che mi avrebbero dato più informazioni perché facevano parte di una onlus che aveva sede in via dei Cerchi».
Quindi le presentarono quell’incontro come fosse obbligatorio?
«Mi dissero che il certificato di gravidanza lo avrei avuto dopo aver sostenuto il colloquio con quelle persone. In sostanza mi fecero credere che quell’appuntamento fosse parte dell’iter previsto dalla legge».
Cosa accadde quando ci andò?
«Non mi diedero nessuna informazione: ci tennero a sottolineare che, anche se la sede della onlus era di fianco a una chiesa, non c’erano legami tra le due cose. Poi dissero che facevano parte della rete dei Centri per la vita e che avrebbero potuto aiutarmi a tenere il bambino. Risposi che avevo già una figlia e non ne volevo altri. Allora insistettero, proponendomi un aiuto economico, ma spiegai che il mio problema non era quello. Mi sentii dire che lo era, a livello inconscio. Nel senso che, sul piano pratico, dei soldi in più potevano influire sulla mia scelta, anche se non mi parevano centrali».
Quanto le hanno offerto?
«Ottanta euro al mese fino all’ottavo mese di gravidanza, poi altri 120 al mese fino al terzo mese di età del bambino».
E poi?
«Basta. Ma mi promisero contatti con associazioni di beneficenza. Dissi ancora di no, spiegando che avevo anche problemi con mio marito. Risposero che allora potevano mandarmi in una casa rifugio. Di fatto, avevano una soluzione per qualunque problema io sollevassi: quando dissi che volevo dare priorità alla mia carriera risposero che mi avrebbero trovato un lavoro, spiegai che volevo studiare e mi parlarono di iscrizione all’università. È stata una tortura infinita, non mi lasciavano più andare».