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Invasione dei vermocane nei mari di Sicilia, Puglia e Calabria: “Voracissimi e carnivori, pesca e turismo a rischio”

A causa del caldo si sono moltiplicati. Il biologo: “Entrano dagli occhi e scavano all’interno del corpo del pesce”
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MILAZZO – “Uh, è pieno qui. Quando i pesci restano ammagliati, li divorano tutti. Lasciano solo le lische. Una volta ne ho trovato uno attorcigliato alla coda di un pesce. Se lo stava mangiando vivo”. Di buon mattino sul lungomare di Milazzo i pescatori vendono la cattura del giorno e mostrano le mani urticate. Nel tirare su le reti è diventato normale per loro restare bruciati dalle setole dei vermocani.

La nuova specie invasiva del Mediterraneo ha la forma di un millepiedi colorato. E’ lunga fino a un metro e da un paio d’anni si crogiola nelle acque sempre più calde dell’Italia del Sud, soprattutto nel Tirreno. Si avvinghia alle reti dei pescatori e divora il pesce intrappolato tra le maglie. Vive anche sugli scogli, rischiando di urticare i bagnanti. A differenza del granchio blu, comunque buono da mangiare, questa specie sembra uscita da un film dell’orrore.

“E’ voracissimo e da noi non ha predatori. Col caldo si riproduce rapidamente. Se il corpo viene tagliato in due, le metà c…

MILAZZO – “Uh, è pieno qui. Quando i pesci restano ammagliati, li divorano tutti. Lasciano solo le lische. Una volta ne ho trovato uno attorcigliato alla coda di un pesce. Se lo stava mangiando vivo”. Di buon mattino sul lungomare di Milazzo i pescatori vendono la cattura del giorno e mostrano le mani urticate. Nel tirare su le reti è diventato normale per loro restare bruciati dalle setole dei vermocani.

La nuova specie invasiva del Mediterraneo ha la forma di un millepiedi colorato. E’ lunga fino a un metro e da un paio d’anni si crogiola nelle acque sempre più calde dell’Italia del Sud, soprattutto nel Tirreno. Si avvinghia alle reti dei pescatori e divora il pesce intrappolato tra le maglie. Vive anche sugli scogli, rischiando di urticare i bagnanti. A differenza del granchio blu, comunque buono da mangiare, questa specie sembra uscita da un film dell’orrore.

“E’ voracissimo e da noi non ha predatori. Col caldo si riproduce rapidamente. Se il corpo viene tagliato in due, le metà continuano a muoversi. In laboratorio li abbiamo visti rigenerarsi. Per questo consigliamo ai pescatori di non provare a ucciderli col coltello e rigettarli in mare” descrive Michela D’Alessandro, biologa dell’Ogs (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale), che lavora tra Milazzo e Panarea nel laboratorio Eccsel-NatLab per il monitoraggio dei mari siciliani. “Di recente abbiamo calato in mare una cesta con un’esca dentro: dei brandelli di pollo. Li hanno divorati in un’ora e mezza”. In assenza di cibo, iniziano poi a mangiarsi tra loro.

Il vermocane non è una specie del tutto nuova per il Mediterraneo. La mitologia greca li dipingeva come cani senza zampe che strisciavano sui fondali. “Ma fino a 3-4 anni fa non avevano una grande diffusione” spiega D’Alessandro. “Oggi il caldo li ha trasformati in un problema”. Se con il mare al di sotto dei 19° il loro organismo va in quiescenza, le temperature alte li fanno proliferare rapidamente. L’anno scorso alcune aree costiere della Sicilia sono rimaste al di sopra di questa soglia anche d’inverno, toccando d’estate i 25 gradi. “Stiamo cercando di sensibilizzare le autorità pubbliche, perché al momento non c’è nemmeno troppa consapevolezza e i pescatori a volte assumono cortisone prima di uscire in mare per prevenire il dolore” ammette la biologa dell’Ogs.

L’Istituto, insieme a Ispra, università di Catania, Messina, Modena e Reggio Emilia e con l’Area Marina Protetta di Milazzo ha preparato dei cartelli da affiggere nei comuni attorno a Milazzo e ha una pagina Facebook chiamata “Monitoraggio Vermocane”, alla quale ognuno può inviare le proprie osservazioni.

Carmelo Salmeri, membro di una famiglia di pescatori di Milazzo e uno degli organizzatori della sagra del pesce che si svolge ogni agosto, ha girato dei video per dare un’idea della loro aggressività. Si vede una rete da pesca tirata su, con ciuffi di vermocani avvinghiati sul fondo. Sembrano tentacoli di polpi, avvolti attorno ai corpi dei pesci che già avevano avuto la sfortuna di finire nella rete. “Mangiano di preferenza le parti molli degli altri organismi marini” spiega Salmeri. “Entrano dagli occhi e scavano all’interno del corpo. I pesci da fuori sembrano intatti, ma dentro sono vuoti”.

Fra le vittime dei vermocani ci sono anche i coralli che crescono sulle coste della Sicilia. Per l’uomo il rischio sta nelle setole urticanti. “Non corriamo il pericolo di essere mangiati, quello no. Sono organismi troppo lenti per noi” rassicura Marco Graziano, anche lui biologo del laboratorio di Panarea e Milazzo dell’Ogs. “Le loro tossine però sono potenti. Vengono studiate nella speranza che possano avere un’efficacia contro il cancro. Molte sostanze prodotte dagli organismi marini hanno un effetto terapeutico. Speriamo che anche nel caso del vermocane sia così”.

Gli studi sulle carunculine – le molecole tossiche delle setole – vengono portati avanti all’università di Modena e Reggio Emilia da Roberto Simonini, ecologo. “Nei nostri laboratori studiamo questi organismi da tempo. I più longevi nel mio laboratorio hanno al momento otto anni. Di recente sono andato a Milazzo, abbiamo catturato alcuni esemplari e li ho riportati a Modena in macchina, all’interno di una vasca aerata”.

Di ustioni – sono i rischi del mestiere – Simonini ne ha sofferte parecchie. “Possono fare più o meno male, a seconda della zona del corpo toccata. Dove la pelle è spessa, ad esempio sui polpastrelli, il bruciore è simile all’ortica, meno di una puntura di vespa, e passa in fretta. Diverso è invece il caso dei polsi. Lì il dolore è intenso, dura a lungo e può causare intorpidimenti delle mani. Fra le dita dei piedi, nell’incavo interno di gomiti e ginocchia e sulle natiche – può capitare ad esempio ai bagnanti che scendono verso il mare dalle rocce – il bruciore è duro da sopportare”. Il consiglio è provare a togliere le setole con il nastro adesivo. “Ma se l’effetto dura per varie ore, mezza giornata – consiglia Simonini - può essere il caso di farsi visitare da un medico”.

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