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La guerra al Green Deal è solo nei comizi. Meloni ambientalista, ma non lo dice

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Il governo si è opposto solo a parole alle politiche verdi. In realtà ha quasi sempre detto sì ai provvedimenti proposti dalla Commissione Ue per azzerare le emissioni
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Il governo italiano ha dichiarato guerra al Green Deal. Ma solo a parole: nei fatti ha quasi sempre detto sì alle iniziative proposte dalla Commissione Ue per azzerare le emissioni entro il 2050.

E però, in un capolavoro di incoerenza, con l’avvicinarsi del voto per il Parlamento europeo le politiche green sono diventate il bersaglio preferito dei partiti di destra che sostengono l’attuale maggioranza. A cominciare da Fratelli d’Italia, guidato dalla premier Meloni, nel cui programma si legge: “Le eco-follie del Green Deal scritto dalla sinistra europea ci condannano ad una decrescita infelice. Vogliamo cambiare queste regole…”.

Il vicepremier Matteo Salvini rincara la dose: «Cambiare il Green Deal è un dovere. Come l’hanno scritto è irraggiungibile». Ancora più esplicito un suo fedelissimo, il leghista ed eurodeputato dal 2014 Marco Zanni: «La Lega è al lavoro per smantellare il Green Deal».

La secca smentita che le forze di governo abbiano lavorato per “smantellare” la politica di d…

Il governo italiano ha dichiarato guerra al Green Deal. Ma solo a parole: nei fatti ha quasi sempre detto sì alle iniziative proposte dalla Commissione Ue per azzerare le emissioni entro il 2050.

E però, in un capolavoro di incoerenza, con l’avvicinarsi del voto per il Parlamento europeo le politiche green sono diventate il bersaglio preferito dei partiti di destra che sostengono l’attuale maggioranza. A cominciare da Fratelli d’Italia, guidato dalla premier Meloni, nel cui programma si legge: “Le eco-follie del Green Deal scritto dalla sinistra europea ci condannano ad una decrescita infelice. Vogliamo cambiare queste regole…”.

Il vicepremier Matteo Salvini rincara la dose: «Cambiare il Green Deal è un dovere. Come l’hanno scritto è irraggiungibile». Ancora più esplicito un suo fedelissimo, il leghista ed eurodeputato dal 2014 Marco Zanni: «La Lega è al lavoro per smantellare il Green Deal».

La secca smentita che le forze di governo abbiano lavorato per “smantellare” la politica di decarbonizzazione europea, o che il Green Deal sia stato “scritto dalla sinistra”, arriva ora direttamente da Palazzo Chigi, dove dal 22 ottobre del 2022 siede Giorgia Meloni. Un documento riservato, a uso e consumo della Presidenza del Consiglio, riepiloga i negoziati relativi al Green Deal, con la posizione del governo italiano su ciascuno dei provvedimenti.

In particolare, il promemoria fa il punto sullo stato di approvazione del pacchetto “Fit for 55”, presentato dalla Commissione Ue nel luglio del 2021 con l’obiettivo di ridurre, entro il 2030, le emissioni europee di gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990. Su 17 provvedimenti solo in un caso il negoziato è ancora aperto. Negli altri 16 i testi finali sono stati approvati dall’Unione. Con la ferrea opposizione del governo Meloni? Assolutamente no. E verrebbe da dire: meno male.

In 10 casi su 16 l’Italia ha “sostenuto l’accordo raggiunto”. Per due provvedimenti il documento non si sofferma sulla posizione del nostro Paese, ma ricorda che comunque sono stati approvati pochi giorni fa, il 21 maggio 2024, dal Consiglio Ue. Infine ci sono 4 misure su cui Roma ha avuto da ridire, votando poi a favore dopo aver ottenuto alcune modifiche (il regolamento sugli imballaggi), astenendosi (le emissioni di CO2 dei veicoli leggeri e pesanti) oppure opponendosi senza comunque impedirne l’approvazione a maggioranza qualificata (le case green).

In cosa sarebbe dunque consistita la strenua resistenza al Green Deal dei partiti di governo, rivendicata oggi nei comizi e sui social? L’unica vera opposizione riportata dal documento è appunto relativa alla “Direttiva sulla prestazione energetica degli edifici”:

“La posizione italiana è stata volta a rivedere le traiettorie di adeguamento alle prestazioni energetiche degli edifici, in modo da renderle più graduali e meno stringenti, e a prevedere la possibilità di esenzione per alcune categorie”. Poi il voto contrario, insieme all’Ungheria di Orbán.

Per il resto, il documento elenca un lunga serie di “sì” del governo italiano. Alla “Revisione del sistema di scambio di quote di emissioni (Ets)”, al “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere”, al “Fondo sociale per il clima”, alla “Modifica della direttiva sulle energie rinnovabili”, alla “Modifica della direttiva sull’efficienza energetica”, solo per citarne alcuni. In diversi casi, l’Italia ha chiesto e ottenuto l’introduzione di “clausole”, “ha sollevato il problema di rischi”, “ha manifestato preoccupazione”.

Schermaglie fisiologiche in un complesso negoziato internazionale che deve mettere d’accordo 27 governi. Quello italiano ha dato battaglia sugli imballaggi e la nota che circola a Palazzo Chigi ricorda i risultati raggiunti. Per esempio: “I superalcolici, il vino, i cartoni e le bevande deperibili sono escluse dagli obblighi di riuso; le disposizioni sui divieti agli imballaggi monouso comprendono ora una limitazione alla sola plastica, così facendo salvo il settore della carta…”.

L’unico “successo” su 17 provvedimenti. Non a caso l’unico su cui Meloni scende nei dettagli quando in campagna elettorale rivendica che il suo governo ha “rimesso mano alle norme più ideologiche del Green Deal… come è accaduto con la vittoria ottenuta sulla modifica del cosiddetto ‘regolamento imballaggi’”.

Cos’altro? Niente. Perché il documento del governo è chiaro: l’esecutivo Meloni, per nostra fortuna e per quella delle generazioni future, ha approvato oltre l’80% (13 misure su 16 varate) del pacchetto “Fit for 55”. Tutto il resto è una distorsione della realtà utile, forse, a raccattare voti.

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