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Umberto Smaila: “Quelle notti al Derby con il boss Turatello. Ho scoperto Verdone e mi sono sentito tradito da Gerry Calà. I Gatti devono tutto a Mago Zurlì”

Umberto Smaila, Nini Salerno, Jerry Calà e Franco Oppini: i Gatti di Vicolo Miracoli, oggi 
Il musicista e autore dei testi dei Gatti di Vicolo Miracoli il 18 giugno celebra a Verona 50 anni di carriera: “Non Stop è stato il padre della comicità in tv, faceva 20 milioni di spettatori”
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ROMA – Umberto Smaila, a 74 anni ancora su e giù per l’Italia a suonare le hit del Novecento, un italodisco vivente. L’altra sera ad Abano Terme. “E meno male che c’è chi viene ad ascoltarle, sono canzoni più vecchie dei datteri. “Tintarella di Luna”, “Let’s twist”, poi “Hey Jude”. Doso la ballata e il swing, faccio crescere la voglia di muoversi di chi è in sala, so come toccare le corde del mio pubblico”.

Lei vanta di aver capito per primo che in discoteca, siamo alla fine degli anni 80, i clienti volevano tornare a sentire il tasto del piano toccato, la corda vibrare. Si erano già stufati di dischi e deejay.

“Non è un vanto, è la verità. Me ne sono accorto con gli amici, bastava un Battisti per portarli attorno al piano. Poi ho provato nei locali ed è stato un successo. Il titolare del ‘Sottovento’ sulla Costa Smeralda mi chiese di smettere: ‘Mi hai svuotato la pista’”.

Sono 50 anni di carriera, che festeggerà il 18 giugno al Teatro Romano di Verona, la sua città. “Smaila & …

ROMA – Umberto Smaila, a 74 anni ancora su e giù per l’Italia a suonare le hit del Novecento, un italodisco vivente. L’altra sera ad Abano Terme. “E meno male che c’è chi viene ad ascoltarle, sono canzoni più vecchie dei datteri. “Tintarella di Luna”, “Let’s twist”, poi “Hey Jude”. Doso la ballata e il swing, faccio crescere la voglia di muoversi di chi è in sala, so come toccare le corde del mio pubblico”.

Lei vanta di aver capito per primo che in discoteca, siamo alla fine degli anni 80, i clienti volevano tornare a sentire il tasto del piano toccato, la corda vibrare. Si erano già stufati di dischi e deejay.

“Non è un vanto, è la verità. Me ne sono accorto con gli amici, bastava un Battisti per portarli attorno al piano. Poi ho provato nei locali ed è stato un successo. Il titolare del ‘Sottovento’ sulla Costa Smeralda mi chiese di smettere: ‘Mi hai svuotato la pista’”.

Sono 50 anni di carriera, che festeggerà il 18 giugno al Teatro Romano di Verona, la sua città. “Smaila & friends”.

"Ci sarà Diego Abatantuono, poi Ale e Franz, Marco Masini, Fiordaliso, Valeria Marini, Edoardo Vianello, Gimmy Ghione, Nino “Gaspare” Formicola, il compagno di scuola Davide Rampello, che ha fatto carriera per conto suo, il giornalista veronese Francesco Specchia. Naturalmente, i Gatti di Vicolo Miracoli”.

La locandina della celebrazione di 50 anni di carriera di Umberto Smaila, 74 anni 

Chi era il bambino Umberto Smaila?

“Una creatura attratta dai film sui cowboy a cui fecero studiare, presto, pianoforte e recitazione. A otto anni cantavo nei teatri parrocchiali e in tv, da adolescente, ero passato a Bing Crosby e Frank Sinatra, quegli attori che sapevano cantare e poi vincevano anche gli Oscar. Tutta colpa di mia madre, che nel frattempo mi aveva portato al cinema a vedere “Sette spose per sette fratelli”, “West Side story”. Questa attitudine larga, suonare, cantare, scrivere testi comici, di derivazione appunto hollywoodiana, sarà un mio segno distintivo”.

Come è iniziata l’avventura con i Gatti di Vicolo Miracoli?

“A scuola, eravamo compagni di liceo, il classico Scipione Maffei di Verona. Con Franco Oppini e Jerry Calà, un anno più giovane, compagni di classe. Nini Salerno, due anni in più, lo abbiamo preso successivamente: era stato bocciato due volte. Un incidente che non mi sono mai spiegato, visto che Nini è una delle persone più colte che abbia incontrato nella vita. Jerry, chiamato così, Geri, dalla madre siciliana, si sarebbe fermato in quarta e poi diplomato altrove. Ci siamo trovati a istinto, simpatia. Le gag nascevano nei corridoi, poi le recite scolastiche. I primi Gatti sono nati dall’esperienza Studio 24, uno spettacolo del Liceo Maffei. Eravamo proprio in ventiquattro, pianisti, coriste, poi saremmo scesi a otto e a sei. Gianandrea Gazzola e la cabarettista Spray Mallaby uscirono subito dopo, rientrò Oppini e da allora andammo avanti per quindici anni come Gatti di Vicolo Miracoli”.

Come accadde a molti in quelle stagioni, la calamita per un gruppo comico è il Teatro Derby di Milano.

“Paolo Villaggio, Enzo Jannacci. Cochi Ponzoni, Rik e Gian, Tony Santagata in versione cabarettista. Il salto dal quartiere Golosine di Verona, nel 1971, fu impressionante. Ci aiutò Cino Tortorella, il Mago Zurlì dello Zecchino d’oro. E’ stato fondamentale per due volte. La prima, arrivammo nella sua villa all’ippodromo di Milano in una notte di nebbia, un’atmosfera magica. Ascoltò alcuni pezzi, ci portò a cena, e ne avevamo bisogno, poi ci scaraventò al Derby Club. Improvvisammo, e andò bene. Avremmo poi debuttato con “Giullarata anno domini ‘72”, la regia di Arturo Corso, braccio destro di Dario Fo. Si trovava gente così al Derby. Il mio riferimento comico è sempre stato Renato Pozzetto. Lo guardavo, lo studiavo. Lo ringrazio ancora oggi”.

I "Gatti" agli esordi (1978) al Derby Club di Milano 

Cino Tortorella torna mago, per voi, cinque anni dopo.

“Siamo nel 1976, e siamo tristi. Lavoriamo ancora al Derby, più sporadicamente, e ancora lontani dal successo. Chiamò di nuovo lui, ricordo ancora la telefonata: ci chiedeva di diventare i protagonisti di uno spettacolo pomeridiano in Rai che si chiamava “Gioco città”. Accettammo di corsa. Pippo Baudo ci vide e ci chiamò a ‘Non stop’, la svolta della nostra vita artistica”.

Com’era il pubblico del Derby nei Settanta?

“Molto preparato. Se funzionavi lì, sfondavi nel Paese. Gianni Bongiovanni, il proprietario, patron e impresario, dava la possibilità a molti di esibirsi. Quasi tutti, poi, tornavano a casa e riprendevano la vita lasciata. Il pubblico, sì, era esigente, ma attento e non cattivo. Ti potevi permettere canzoni serie e satira pesante. Il Derby Club funzionava dalle undici di sera alle tre del mattino e una notte Franco Califano ci presentò Francis Turatello, il boss della mala milanese. Ho ancora una foto con lui. Eravamo quattro ragazzi della provincia veronese affascinati dal mondo del Derby”.

Un passaggio al quiz "Dirodorlando” con Ettore Andenna, nel 1975, e due anni più tardi arrivò quel miracolo comico televisivo che fu “Non stop”. Il padre di tutti i “drive in” e i “comedy” contemporanei.

“Vogliamo mettere in fila i nomi dei comici che vi parteciparono? La Smorfia, con Massimo Troisi già irresistibile. I Giancattivi con Francesco Nuti mattatore. Zuzzurro e Gaspare, Marco Messeri, Jack La Cayenne e la sua tazzina ingoiata. Non c’era conduttore, il sottotitolo, infatti, diceva “Ballata senza manovratore”. L’idea iniziale fu di Pippo Baudo, poi la mise a regime Giancarlo Magalli e venne affidata a un grande regista come Enzo Trapani. Due stagioni, a cavallo di tre anni. Sei puntate e poi altre sei di tre quarti d’ora l’una, con il sistema Palcolor che dopo anni di bianco e nero faceva risaltare scenografie sgargianti. Eravamo su RaiUno, facevamo venti milioni di spettatori, d’altronde c’erano solo due canali. Non stop fu rivoluzionario per la televisione italiana”.

I Gatti di Vicolo Miracoli ospiti a Ischia 

Erano gli anni di “Stryx”, “Odeon tutto quanto fa spettacolo”, poi “L’altra domenica” di Renzo Arbore. Di fronte a tante facce e tanto talento, c’era rivalità e invidia tra i comici?

“Per niente. C’era cameratismo, per non dire amicizia, almeno tra alcuni. S’imparava ad ogni prova. Carlo Verdone lo andai a pescare in un teatrino romano, l’Alberichino, davanti all’Altare della Patria. Avevo portato Enzo Trapani con me, in sala ci saranno state trenta persone quella sera. In tv Verdone fu subito clamoroso”.

I volti di “Non stop” avrebbero monopolizzato gli schermi del cinema negli Anni ’80. Anche i Gatti di Vicolo Miracoli diventarono un pezzo di quella commedia.

“Realizzammo due film di grande successo con Carlo Vanzina, “Arrivano i gatti” e “Una vacanza bestiale”. Il risultato fu che, nel 1981, Jerry Calà, consigliato da Bud Spencer, intraprese una carriera da solista. La cosa mi fece male, ci stavano portando via il volto di riferimento del gruppo e la voce dei tormentoni entrati nelle orecchie del pubblico, ‘Capitooo?!”, “Provaaa”. Mi arrabbiai, e per diversi anni ho smesso di parlare con Jerry. Mi sentivo tradito. Poi sarebbe toccato a me tradire Franco e Nini”.

In quelle stagioni “Capito?!” diventa un hit del nonsense.

“Un milione di copie, disco d’oro. Sono gli anni, a cavallo tra Settanta e Ottanta, in cui i dischi si vendono alla grande”.

I quattro dischi d'oro per un milione di copie venduto da "Capito?!" (1979) 

I Gatti di Vicolo Miracoli andarono avanti ancora quattro anni, fino al 1985.

“Quiz, candid camera. Anche noi eravamo al volgere della nostra fase propulsiva”.

Alla fine degli Anni ’70, facciamo di nuovo un passo indietro, il Paese assiste alla nascita di un altro fenomeno: Silvio Berlusconi deposita il marchio Canale 5.

“Con i Gatti eravamo già passati dalla sua TeleMilano 58, c’erano stati Mike Bongiorno, Claudio Lippi, Claudio Cecchetto. Certo, Canale 5 ha cambiato tutto. L’Italia, la televisione, le carriere degli artisti”.

Lei si direbbe berlusconiano?

“E’ una domanda insidiosa. Sono stato un suo amico. Ancora oggi, a un anno dalla morte, vedo in vetrina libri che dipingono Silvio Berlusconi come un diavolo. Io so che ha cambiato la vita a molte persone, me compreso”.

Arriva la sua occasione da solista: “Colpo grosso”, 1987.

“Avevo già condotto due telequiz su Canale 5. “Help”, con Fabrizia Carminati, la cui colonna sonora, “Verona Beat”, due anni prima era stato il refrain dello scudetto dell’Hellas Verona. Poi avevo sostituito Marco Columbro in “C’est la vie”. “Colpo grosso” lo pensai con Giulio Ortolani, immaginando tutte quelle belle ragazze attorno pronte allo strip, e lo condussi”.

"Colpo grosso", Umberto Smaila lo condurrà sul circuito Italia 7 dal 1987 al 1990 

Furono cinque stagioni sul circuito Italia 7, sempre universo Fininvest. Berlusconi passava alla syndacation la pubblicità. L’inizio della mercificazione televisiva del corpo delle donne.

“Paroloni. So che molti l’hanno criticato, ma altrettanti hanno compreso la novità di quegli strip tease all’interno di un casinò televisivo. L’ispirazione era l’omonimo film con Frank Sinatra, e anche i gialli Mondadori. Abbiamo portato un pezzo di America nella provincia italiana e io devo tanto a quel programma”.

Che cosa?

“Il prolungamento della notorietà e la formazione di un’orchestra che sarebbe diventata la base della mia futura attività, il crooner itinerante nei locali da ballo italiani e stranieri. Alcune sale, una decina, avrebbero preso il mio nome”.

Gli Smaila’s, in Sardegna, nel Veneto e persino a Sharm el-Sheikh. Ne è stato proprietario?

“Mai, non era il mio mestiere. Solo accordi in franchising. Io ci suonavo”.

La catena di locali in franchising che porta il nome del musicista veronese 

All’inizio degli anni 90 esce dal giro televisivo.

“Faccio ancora qualcosa, ma al centro della mia vita ho rimesso la mia voce e il mio strumento, il piano”.

Cosa pensa della tv di oggi?

“Guardo le notizie, Sinner, i film e le serie. Nello spettacolo, purtroppo, non c’è invenzione. Sono cadute le colonne dell’intrattenimento e della rivista: Walter Chiari, Mina, il maestro Enrico Simonetti. Marcello Mastroianni che faceva cantare il cane. E non le hanno sostituite. Oggi c’è il monopolio dei reality, e questa tv mi annoia. Vedo una profusione di musica inopinata, si butta dentro l’ultimo cantante. Il regista Beppe Recchia mi diceva: ‘Umberto, veloce con la canzone che la musica sullo schermo funziona poco’. Oggi, segno dei tempi, non è più così. Il Festival di Sanremo fa 15 milioni di spettatori. Certo, nella mia valutazione, ammetto, c’è la nostalgia e l’appartenenza a quella televisione là”.

Una copertina del settimanale Sorrisi e canzoni tv: i "Gatti" con Woody Allen 

Che musica ascolta?

"Mi sono formato con i Beatles. Poi Deep Purple e i Doors. Sono un melodico, ascolto il “Sogno d’amore” di Liszt. Non certo il rap”.

Con gli altri tre Gatti i rapporti sono tornati buoni?

"Sì, saranno gli ospiti d’onore di ‘Smaila & Friends’ per i cinquant’anni della mia carriera. Franco Oppini e Nini Salerno, oggi, hanno una bella vita teatrale. I quindici anni con loro sono stati i più spensierati, ma so godere anche oggi. Della bellezza dei miei due figli. E dei tortellini di Valeggio sul Mincio, nel Veronese, i migliori del mondo. Ci vado da 66 anni e lì, per altro, vive Ivana Spagna”.

Umberto Smaila al microfono con Mike Tyson 

Lei è di Verona, ma di origine fiumana.

“Conosco bene la vicenda dell'esodo dei fiumani. I miei genitori furono esuli in un campo profughi per alcune stagioni dopo la guerra, poi trovarono una sistemazione a Verona, un anno dopo sarei nato io. Fin dalla prima adolescenza, sono tornato a Fiume, ormai Jugoslavia, per ritrovare i parenti rimasti là. Sono molto legato a quei luoghi. Le vicende di Trieste e di Fiume sono storie molto complicate: era la fine della guerra, c'erano i patti con gli alleati. Quelle terre erano state date all'ex Jugoslavia in cambio del presunto aiuto che il maresciallo Josif Tito aveva offerto alla liberazione dal nazifascismo. I vincitori se ne fregarono degli italiani che vivevano lì e che volevano essere italiani, come dimostra il fatto che se ne andarono per non restare sotto Tito. Né io né la mia famiglia siamo mai stati fascisti. Il cugino di mio padre era andato con i partigiani, ma non essendo croato né per la Jugoslavia, fu ucciso e gettato nelle foibe”.

Perché questo conflitto morale post-bellico?

“Il grande equivoco sta nel fatto che gli italiani che volevano rimanere tali vennero bollati come fascisti: non è così. Volevano solo essere italiani. Un episodio mi fa sempre riflettere: il treno degli esuli che nel 1947 arrivò a Bologna, città allora di aspirazioni comuniste, e venne preso a sassate. Durante il tragitto non diedero da bere ai passeggeri. Per molti anni Tito è stato considerato un eroe dalla sinistra, poi si è scoperto che era un dittatore, che mandava i dissidenti sulle isole. Lo racconta Giampaolo Pansa nel “Sangue dei vinti”. La vicenda degli italiani fu ignorata dalla sinistra, non solo sottovalutata. Mia mamma ha scritto un libro, “Fiume”, raccontando questa città cresciuta sotto l’ex imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, uomo illuminato. A Fiume convivevano cittadini del mondo ed etnie diverse, emancipate, mitteleuropee. Improvvisamente, e siamo già nel 1947, fu ceduta alla Jugoslavia e i suoi 80.000 abitanti conobbero il comunismo applicato: via ogni proprietà, via le case. Si ritrovarono senza niente, senza lingua, visto che fu imposto il croato. Tutti decisero di andarsene: fu uno dei più grandi esodi europei. Non erano 80.000 fascisti, erano 80.000 italiani”.

Il libro "Fiume, la casa oltre il confine" di Giuseppina Nacinovich Smaila, madre di Umberto 

Quelle radici l’hanno fatta sentire un anticomunista?

“Oggi non si può essere comunisti o anticomunisti, già ai tempi di Berlusconi, che usava il termine ossessivamente, il comunismo non esisteva più. Credo sia stato una religione, io sono un laico e quindi non posso essere comunista. Nel corso della propria esistenza si è portati a cambiare, vivaddio, perché il mondo intorno a te cambia”.

E’ vero che ha dovuto vendere una casa, dopo il Covid?

“E’ vero che per uno che vive di musica dal vivo, le tre stagioni dal 2020 al 2022 sono state difficili. Eravamo disoccupati. Mi sono salvato scrivendo colonne sonore, alcune per i Vanzina. Ho venduto la casa di Verona di mia mamma quando lei è morta, ma non posso dire che ero in miseria”.

Umberto Smaila con Kevin Spacey 

Perché al cinquantenario non ha invitato l’architetto Gianandrea Gazzola e la cabarettista Spray Mallory, che nel 1973, per altro, fece con lei il primo film, all’interno della saga del Colonnello Buttiglione? Poteva essere un omaggio a chi ha perso il treno del successo.

“Non li vedo tutti e due proprio da 50 anni. Con questo metro, avrei dovuto chiamare tante altre persone. Ricordo Gianandrea e Spray con grande affetto, ma non posso dire che abbiano fatto parte della mia vita artistica”.

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