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Asili e terapia di coppia. Nel santuario cinese del baby-boom dei panda

I piccoli sono addestrati per essere poi rilasciati nel loro ambiente naturale. Dagli anni Ottanta 750 esemplari in più. “Dai cuccioli ai veterani qui sono venerati come star”
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YA’AN (SICHUAN, CINA)— È lei la star, Xiang Xiang. Che oggi compie sette anni. E che festa è senza i palloncini e la torta? I primi ci sono, la seconda le sarebbe risultata un po’ indigesta: meglio allora della frutta infilzata su dei bastoncini e razione speciale di bambù. Xiang Xiang è tornata l’anno scorso dallo zoo di Tokyo. Ai cancelli, impaziente di entrare, c’è una comitiva arrivata fin quassù proprio dal Giappone: qualcuno scoppia in lacrime al solo pensiero di rivederla.

Se il Sichuan è considerato la terra dei panda, la base di Bifengxia — tra le foreste di Ya’an — è la sua anima. La più grande all’interno della Riserva di Wolong, uno dei santuari dei panda giganti riconosciuti dall’Unesco. Qui hanno trovato casa gli animali simbolo della Cina dopo il terremoto che colpì la regione nel 2008. Qui vengono riportati quelli che finiscono di fare gli “ambasciatori” in altri Paesi: la diplomazia del panda funziona ancora (e tutti i cuccioli nati all’estero, come Xiang Xiang appu…

YA’AN (SICHUAN, CINA)— È lei la star, Xiang Xiang. Che oggi compie sette anni. E che festa è senza i palloncini e la torta? I primi ci sono, la seconda le sarebbe risultata un po’ indigesta: meglio allora della frutta infilzata su dei bastoncini e razione speciale di bambù. Xiang Xiang è tornata l’anno scorso dallo zoo di Tokyo. Ai cancelli, impaziente di entrare, c’è una comitiva arrivata fin quassù proprio dal Giappone: qualcuno scoppia in lacrime al solo pensiero di rivederla.

Se il Sichuan è considerato la terra dei panda, la base di Bifengxia — tra le foreste di Ya’an — è la sua anima. La più grande all’interno della Riserva di Wolong, uno dei santuari dei panda giganti riconosciuti dall’Unesco. Qui hanno trovato casa gli animali simbolo della Cina dopo il terremoto che colpì la regione nel 2008. Qui vengono riportati quelli che finiscono di fare gli “ambasciatori” in altri Paesi: la diplomazia del panda funziona ancora (e tutti i cuccioli nati all’estero, come Xiang Xiang appunto, devono essere restituiti, venerati ora come star).

Qui, dove c’è pure un “panda-asilo”, vengono serviti 20 chili di bambù al giorno: i non devono fare altro che godersi la natura meravigliosa, mangiare, sonnecchiare e, quando capita, fare sesso. Benvenuti in Paradiso. Missione principale: allevamento, ricerca e reintroduzione in natura. Oggi Bifengxia ospita 66 esemplari, ci spiega Huang Zhi, direttore del centro costruito nel 2003, e la maggior parte vivrà la sua vita in cattività. Nelle altre basi vicine, come Hetaoping, i cuccioli vengono invece addestrati per poi essere in grado di cavarsela da soli quando verranno mandati nel loro habitat naturale: preparati a comportarsi da veri panda là fuori.

La Cina sta cercando, con successo, di mantenere il suo orgoglio nazionale sulle mappe, dopo decenni di calo della popolazione. Il numero di panda che vivono in natura è ora 1.864, 750 in più rispetto agli anni ’80. Far sì che la cifra non diminuisca, anzi aumenti, è l’obiettivo. Affinché non scompaiano. Protezione del loro habitat, con parchi e basi di ricerca, riproduzione in cattività e reintroduzione in natura: in questo modo si aumenta la diversità genetica e si fa crescere la popolazione.

«Acqua e tanto bambù: qui c’è l’ambiente naturale ideale. Quelli selvatici nel mondo sono sparsi in sole tre province: il 70% nel Sichuan, il resto nel Gansu e nello Shaanxi», ci dice Zhang Hemin, capo del Centro di conservazione cinese sui panda.

«L’addestramento inizia appena nascono», spiega Wu Daifu, direttore della base di Hetaoping, dove avviene la reintroduzione. «Due fasi: nella prima facciamo vivere il cucciolo in un ambiente relativamente piccolo, tremila metri quadrati, per monitorarlo. Quando compie un anno le sue abitudini alimentari cambiano, dal latte della mamma al bambù. Allora lo spostiamo in un’area più grande, creando un ambiente molto simile al suo habitat naturale, dove imparerà a raccogliere il cibo e a scappare dai (finti) predatori, allenandosi a salire sugli alberi. In questa seconda fase i cuccioli impareranno a sopravvivere guidati dalla madre, riducendo al minimo l’intervento umano. Li rilasciamo quando compiono 2 anni, ma prima vanno presi in considerazione dei fattori: patrimonio genetico; area di reintroduzione; e se la madre è stata capace di prendersi cura di loro. Lì fuori bisogna lottare, vale soprattutto per i maschi che devono garantirsi il diritto all’accoppiamento. Dopo il rilascio, mettiamo loro un radiocollare, che funziona per un anno».

«Sono sempre i maschi che hanno bisogno di più attenzioni dalla mamma, un po’ come noi esseri umani», scherza Zhang. Gli sforzi stanno lentamente funzionando. Negli ultimi 20 anni sono stati reintrodotti 12 panda: 10 sopravvissuti. Sono state istituite 67 riserve naturali che proteggono il 60% delle popolazioni selvatiche. «Ci sono ancora difficoltà», continua Wu. «Abbiamo bisogno di più fondi. Ma nei prossimi anni riusciremo a reintrodurre 4 o 5 panda all’anno».

Parte della sfida è rappresentata dal fatto che le femmine in cattività sono in calore solo una volta all’anno e per sole 24-72 ore. «Ma abbiamo fatto progressi migliorando le capacità di accoppiamento naturali, oggi sono l’80% delle gravidanze», racconta Qi Dunwu, uno degli esperti del centro.

Ya’an, punto di partenza della antica Via del Te e luogo di “nascita” dei panda. “Da qui al resto del mondo”, sta scritto sul cartello che porta a Dengchigou dove venne “scoperto” scientificamente nel 1869 il primo panda dal francese Armand David. Ai visitatori viene offerta la possibilità di cimentarsi con un giochino divertente: creare con gli escrementi dei panda delle candele. Profumatissime.

L’ultima tappa a Daxiangling, la più grande base per la reintroduzione, dentro il Parco nazionale del panda gigante: 22 mila chilometri quadrati. «Oltre 300 le telecamere a infrarossi nella zona», racconta Wang Wei, capo dei “ranger”, mentre ci arrampichiamo su questi sentieri a 2.400 metri. «Pattugliamo per circa 10 km al giorno per capire come sono distribuiti, cosa fanno, le informazioni genetiche che raccogliamo da feci e peli».

Allevando e liberando i panda e proteggendo il loro habitat, la Cina è sulla buona strada per salvare il suo tesoro nazionale più prezioso.

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