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Calabria, i medici cubani e i sopravvissuti al naufragio: “Al risveglio ci chiedevano se erano vivi o già nell’aldilà”

Il dottore Harold Dawkins in servizio al pronto soccorso di Locri 
I sopravvissuti al naufragio nel Mar Jonio sono ricoverati negli ospedali in cui da tempo lavorano i medici cubani
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POLISTENA «Non faceva altro che dire grazie, che nessuno mai si era preso così tanto cura di lui. Mi afferrava la mano, mi guardava negli occhi e lo ripeteva quasi incredulo». Sorpreso, magari anche spiazzato. Quando da Cuba è arrivato a Locri, con il primo gruppo di “doctores” sbarcati oltre un anno fa in Calabria per dare ossigeno e nuove forze agli ospedali della regione svuotati di medici e servizi, il dottor Harold Dawkins probabilmente mai avrebbe pensato di incrociare qui il destino di un altro pezzo del Sud del mondo.

Alla ricerca di una vita migliore

Quello che è costretto a scappare per sopravvivere a persecuzioni politiche o guerre, o anche solo per cercare una vita migliore. Quello che, in assenza di canali legali e sicuri, può solo salire su un veliero e giocarsi la vita sul Mediterraneo. Quello che dopo un naufragio, in Calabria ha trovato conforto e cura. Anche senza parole comuni per tesserle.

L’esperanto della cura

«Gli occhi del paziente n.5 – dice il doctor Dawkins …

POLISTENA «Non faceva altro che dire grazie, che nessuno mai si era preso così tanto cura di lui. Mi afferrava la mano, mi guardava negli occhi e lo ripeteva quasi incredulo». Sorpreso, magari anche spiazzato. Quando da Cuba è arrivato a Locri, con il primo gruppo di “doctores” sbarcati oltre un anno fa in Calabria per dare ossigeno e nuove forze agli ospedali della regione svuotati di medici e servizi, il dottor Harold Dawkins probabilmente mai avrebbe pensato di incrociare qui il destino di un altro pezzo del Sud del mondo.

Alla ricerca di una vita migliore

Quello che è costretto a scappare per sopravvivere a persecuzioni politiche o guerre, o anche solo per cercare una vita migliore. Quello che, in assenza di canali legali e sicuri, può solo salire su un veliero e giocarsi la vita sul Mediterraneo. Quello che dopo un naufragio, in Calabria ha trovato conforto e cura. Anche senza parole comuni per tesserle.

L’esperanto della cura

«Gli occhi del paziente n.5 – dice il doctor Dawkins - non potrò dimenticarli mai». Emancipano dalla burocrazia dell’emergenza che vuole i malati meri numeri. E sono pezzo fondamentale “dell’esperanto della cura”, lingua franca fatta di inglese masticato e ibridato, gesti, segni, empatia, solidarietà, che da tempo si parla negli ospedali calabresi. I “doctores” ci sono abituati. Sono arrivati dopo aver seguito i corsi di italiano, ma nei reparti, soprattutto degli ospedali periferici, hanno dovuto imparare i dialetti. «Inizialmente c’era chi diffidava — spiega il dottore Francesco Nasso di Polistena — adesso i medici cubani, guai chi li tocca». Colleghi e infermieri sono stati fondamentali. Ma ci sono gesti che non hanno bisogno di traduzione.

"Non riusciva a smettere di piangere”

Servono per mostrare il dolore. All’addome, alle gambe, al petto. E quello che dilania dentro. «Uno dei naufraghi è arrivato privo di sensi. Quando si è svegliato ha iniziato a piangere, non riusciva a smettere, ripeteva sempre le stesse parole in una lingua che nessuno capiva — racconta la dottoressa Zoila Arevalo Cruz, in servizio al pronto soccorso di Polistena — un altro sopravvissuto parlava un po’ di inglese, ci ha spiegato che l’altro stava chiedendo dove fosse, se fosse già morto e si trovasse l’aldilà». E allora ecco che uno smartphone diventa lavagna per spiegare la rotta, il porto di arrivo, il trasferimento da Roccella all’ospedale di Polistena, due mani giunte bastano per dire grazie senza necessità di traduzione. Una mano aperta appoggiata all’orecchio, pollice e indice a mimare una cornetta, è invece richiesta: «Mi fare chiamare casa?».

La telefonata alla moglie

In reparto erano appena arrivati Mauro Destefano, il coordinatore di Emergency nella Piana di Gioia Tauro, e il mediatore Ousmane Thiam. Così Hakoo, che ancora spera di trovare il cugino con cui viaggiava, e Havkar, che nel naufragio ha perso la moglie e la sua bimba di soli quattro mesi, hanno potuto iniziare a raccontare un po’ la loro storia. Così Naser ha chiesto un telefono per poter dire alla moglie: «Io ci sono, ce l’ho fatta, sono vivo». Anche solo con un messaggio su Instagram, perché dopo un’esperienza così traumatica ricordi e pensieri sono ingarbugliati e in quella matassa anche i numeri di telefono si confondono, si perdono. Potere dei social: un post è servito a trovare un parente da tempo in Italia, che promette di aver cura di lui.

La più piccola vittima del naufragio

«Se rimane sola, sarei felice di portarla a casa con me. Ha l’età della mia bambina, vederla lì su quella barella è qualcosa che non potrò mai dimenticare», giura la dottoressa Taily Rodriguez Jaime, pediatra in servizio a Locri che per prima si è presa cura della più piccola vittima del naufragio. Ha dieci anni appena, «occhi color ambra, bellissimi» e nel naufragio ha perso tutti o quasi. Una zia è sopravvissuta, ma lotta ancora per la vita. «Io non so come si dica mamma in iraniano, ma lo abbiamo capito tutti cosa volesse».E un abbraccio e una carezza forse sono serviti più di antibiotici, antidolorifici e fisiologica con cui è stato idratato quel corpicino maltrattato. Perché a Locri e negli ospedali di Calabria, Sud Italia diventato crocevia dei Sud del mondo, nessuno è solo, nessuno è straniero.

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