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Dal caso Orlandi a Vatileaks: Viganò, l’arcivescovo dei complotti

(reuters)
A Washington è entrato in contatto con i settori reazionari della Chiesa statunitense ostili al riformismo bergogliano. Dalla carriera nel cuore della Curia wojtyliana all’eremo anti-Francesco alle porte di Viterbo
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La sua figura è ormai fantasmatica. Non nel senso che disturba i sonni del Papa ma proprio perché non si sa dove sia. Monsignor Carlo Maria Viganò, ora accusato formalmente di scisma dall’ex Santo Uffizio, è alla macchia da anni. Nel corso del tempo le sue esternazioni sono state un crescendo di accuse, teorie del complotto, farneticazioni teologico-politiche, al punto che, ormai, c’è chi giurava che la Santa Sede lo avrebbe semplicemente lasciato nel dimenticatoio. Viganò, però, non è l’ultimo sconosciuto, e ha ancora un qualche seguito, in particolare negli ambienti più reazionari del cattolicesimo statunitense.

Al telefono con l’Americano

Nato a Varese 83 anni fa, ordinato prete nel fatidico Sessantotto, Carlo Maria Viganò ha scalato discretamente tutti gli scalini della carriera vaticana. Giovane minutante in Segreteria di Stato, alza il telefono quando, durante i giorni successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi, in Vaticano arriva la telefonata dell’Americano, oscuro ricattat…

La sua figura è ormai fantasmatica. Non nel senso che disturba i sonni del Papa ma proprio perché non si sa dove sia. Monsignor Carlo Maria Viganò, ora accusato formalmente di scisma dall’ex Santo Uffizio, è alla macchia da anni. Nel corso del tempo le sue esternazioni sono state un crescendo di accuse, teorie del complotto, farneticazioni teologico-politiche, al punto che, ormai, c’è chi giurava che la Santa Sede lo avrebbe semplicemente lasciato nel dimenticatoio. Viganò, però, non è l’ultimo sconosciuto, e ha ancora un qualche seguito, in particolare negli ambienti più reazionari del cattolicesimo statunitense.

Al telefono con l’Americano

Nato a Varese 83 anni fa, ordinato prete nel fatidico Sessantotto, Carlo Maria Viganò ha scalato discretamente tutti gli scalini della carriera vaticana. Giovane minutante in Segreteria di Stato, alza il telefono quando, durante i giorni successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi, in Vaticano arriva la telefonata dell’Americano, oscuro ricattatore poi sparito nel nulla. Monsignor Viganò è nel cuore della Curia romana dell’era Wojtyla, e ne condivide fasti e ideali. Nel 2009 Benedetto XVI lo nomina segretario generale del Governatorato, e da lì a poco inizia ad essere un nome noto alle cronache, e che cronache. Scopre appalti irregolari, incontra resistenze. Scrive a papa Ratzinger, e una sua lettera è tra le prime che finiscono alla stampa nel primo caso Vatileaks, la fuga di documenti riservati dalla scrivania del Pontefice tedesco. Il quale lo ascolta, ma decide di allontanarlo da Roma promuovendolo in una delle sedi diplomatiche più prestigiose: Washington. Qui Viganò lavora sodo, si fa apprezzare dai vescovi statunitensi e sembra riappacificarsi con la macchina vaticana. Fino all’elezione nel 2013 di Francesco, il Papa riformista.

La bomba McCarrick

Inizialmente i rapporti sono buoni ma ben presto scricchiolano. Quando Bergoglio visita gli Stati Uniti, per dire, Viganò gli organizza un incontro con Kim Davis, un’impiegata comunale del Kentucky che era stata arrestata per aver rifiutato la licenza matrimoniale a diverse coppie omosessuali. Francesco capisce solo all’ultimo e non gradisce. Ma è un’altra vicenda che fa esplodere il rapporto, quella del cardinale Theodore McCarrick: potentissimo arcivescovo di Washington, col tempo vengono alla luce i suoi ripetuti abusi sessuali. Viganò ne parla al Papa, e a posteriori lo accusa di volere insabbiare. Nel 2018 pubblica una lettera-bomba nella quale chiede le dimissioni del Papa e accusa il Vaticano. Col tempo la vicenda si sgonfia, il Papa espelle McCarrick dal collegio cardinalizio, poi lo dimette dallo stato clericale e il Vaticano pubblica un rapporto dettagliato su malefatte del porporato e coperture vaticane: le accuse di Viganò non reggono. Ma la deriva scissionista è ormai imboccata: da allora il presule, ormai in pensione, si dà alla macchia.

Con Trump e contro i vaccini

«Cosa sia successo non lo so», commenta oggi il cardinale Parolin, che si dice dispiaciuto sul piano personale perché Viganò «io l’ho sempre apprezzato come un grande lavoratore, molto fedele alla Santa Sede, in un certo senso era di esempio». Sarà che il riformismo bergogliano fa impazzire un certo ambiente cattolico, sarà che entra in collegamento con i vescovi statunitensi reazionari, ma Viganò nel corso degli anni, tramite blog, social o lettere varie, moltiplica gli attacchi al Papa e al Concilio vaticano II. Trumpiano entusiasta, simpatizzante putiniano, convinto no-vax (Bergoglio «ha imposto l’uso dei sieri genici sperimentali, che hanno provocato danni gravissimi, decessi e sterilità, definendoli “un atto d’amore”, in cambio dei finanziamenti delle industrie farmaceutiche»), Viganò si accanisce contro il Great Reset, i complotti globalisti della finanza internazionale, la Nato e l’Oms, George Soros e Bill Gates. Quando Francesco decide di benedire le coppie gay si scatena contro «i servi di Satana ad iniziare dall’usurpatore che siede sul soglio di Pietro».

Lefebvre a Viterbo

Accusa il Papa di difende i migranti perché è favorevole alla «sostituzione etnica», lo attacca perché «scrive deliranti encicliche sull’ambiente». Si avvicina ai lefebvriani: «La sua difesa è la mia, le sue parole sono le mie», dice ora di monsignor Marcel Lefebvre. Ultima iniziativa, la goccia che ha fatto traboccare il vaso (partirebbe proprio da lì il processo aperto), la decisione di ristrutturare un eremo alle porte di Viterbo per accogliere le presunte vittime delle «epurazioni bergogliane» e combattere la «gerarchia modernista» e la «setta conciliare» capeggiata da Francesco. Uno scisma ormai consumato, che attendeva solo il sigillo ufficiale.

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