Cronaca

"Ho visto tutto nero e ho pensato di morire”. Le storie degli operai immigrati della fonderia esplosa a Bolzano

La fabbrica sventrata

La fabbrica sventrata

 

Restano gravi le condizioni di 5 lavoratori della Aluminium Bozen, ustionati nello scoppio di giovedì notte. Tunisini, senegalesi, albanesi, alcuni arrivati con i barconi, approdati a un lavoro che gli italiani non vogliono fare più

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BOLZANO – Come sta, non lo sa neanche lui. Seduto su un letto dell’ospedale di San Maurizio, il giovane Oussama Ben Yahaia racconta di aver “visto tutto nero, e in quel momento ho pensato che stavo proprio morendo”.

La storia di Oussama

Invece no, reduce dall’incendio che lo ha sfiorato, ma ha avvolto altri 5 compagni di lavoro, Oussama sta persino bene, rispetto a quelli. Non ricorda granché, “non ho capito niente di cosa è successo”, e intanto il fratello Mohamed sospira che “ci vorranno ancora un paio di giorni, prima che ritorni bene in sé”.

Ha ustioni non gravi sul collo, sulle mani e un ginocchio, segno che era lontano dal punto di esplosione, nella vicinanza di un forno dove l’alluminio liquido arriva a 660 gradi, ma non così vicino. Poi c’è lo shock, e poi c’è che ha 26 anni, arrivato in Italia da tre, raggiungendo il fratello che da ben 23 anni lavora alla Aluminium Bozen, e “io gli ho detto di provare a fare il colloquio”.

Lo hanno preso, e così è cominciata la sua avventura italiana, e così è stato anche per i colleghi della squadra di notte investita dalla esplosione. Squadre multietniche, perché in fonderia gli italiani non ci vogliono lavorare più, e da tempo.

“Noi siamo della Tunisia del Sud”, come a dire la parte più povera, e naturalmente destinata a cercare futuro in Italia. Ma anche gli altri feriti, i tre senegalesi, i due albanesi, avevano un sogno italiano, e a Bolzano lo hanno fatto concreto. Ma “è un lavoro duro, e non è facile diventare colatore. Oussama ha capito subito il mestiere, e i suoi colleghi hanno sempre detto che era proprio bravo. Io? Lavoro in un altro reparto, all’”estrusione”. Turni diversi, ma mi tengo sempre informato su come va”.

Il racconto di Diouf

E nella notte tra giovedì e venerdì, quando è esploso il forno della colata di alluminio, lui non c’era. C’era Diouf, senegalese di 30 anni, ma anche lui in un altro reparto, e ha solo sentito il boato, e visto il soffitto del capannone cedere, le lamiere della copertura espandersi verso l’esterno, e come gli altri della sua squadra, sentito le orrende urla di dolore. “Ma non voglio raccontare niente”, forse anche lui è ancora sotto shock, mentre entra a visitare l’amico Diallo Bocar, ricoverato in Dermatologia, “e sta molto meglio”.

Chi invece sta ancora male è il suo amico Djette Aboubacar, il più giovane della squadra. Venticinque anni, e una moglie in Senegal. Come tanti, cercava prima la posizione, il lavoro sicuro. Poi la casa, e infine il ricongiungimento famigliare.

Djette, il calciatore dalla Guinea

“Viviamo nella stessa casa”, spiega Diouf, e da 8 anni. Da tre Djette è in Italia, e da poco tempo aveva ottenuto il contratto a tempo indeterminato. Quindi, era felice. In più, giocava a calcio in terza categoria, nella squadra albanese di Bolzano, che si chiama Arberia (colori sociali, nero e rosso, e l’aquila bicipite nello stemma). Ma questa squadra non è solo a prevalenza albanese, perché ci giocano anche molti italiani, e Djette, detto “Buba”, un guineiano naturalizzato senegalese. Il simbolo perfetto del melting pot che c’è da queste parti, nel turismo, che ha fame di personale per gli alberghi e i B&b, e nell’industria pesante.

Djette Aboubacar, 25 anni
Djette Aboubacar, 25 anni 

La fonderia, un lavoro per stranieri

“In fonderia gli italiani non ci vogliono più andare. A parte quelli che riescono a entrare alla Valbruna, che offre stipendi migliori”. Giuseppe Pelella è segretario provinciale della Uilm Alto Adige, e in fonderia ci ha lavorato dal 1988 al 2009, “alla Speedline, che produceva cerchioni in lega. E’ un lavoro molto pesante, e già ai miei tempi le aziende siderurgiche cercavano stranieri, data la carenza di italiani. Gli italiani non volevano fare i turni di notte, ad esempio. Gli stranieri si accontentavano”.

Le cose non sono cambiate, le squadre di notte come quella ferita alla Aluminium sono in prevalenza miste di albanesi, maghrebini, centroafricani. Si capiscono benissimo, nella lingua comune/slang imparata in fabbrica. E talvolta hanno vissuti comuni, come l’arrivo irregolare in Italia, alcuni hanno attraversato il mare su un barcone e poi sono arrivati qui, nell’Alto Adige ordinato e quasi perfetto, che non trova più lavoratori.

Così, per pura solidarietà, i senegalesi vanno a trovare il tunisino ricoverato, e intanto organizzano una trasferta in Baviera, all’ospedale di Murnau, specializzato nei grandi ustionati, a trovare l’amico Djette, che in Europa è solo. E a Verona, dove sono ricoverati Mboup Mor-Diarra, e anche l’albanese Hyseni Sokol. Gravi, ma stazionari, intubati e chissà per quanto tempo ancora.

Artan che rischia la vita

L’altro albanese, Artan Vila, conosciuto da tutta la fabbrica come “un colatore molto serio”, è quello che ha le ustioni peggiori, e tutti sperano che sopravviva. A Bolzano aveva moglie, fratello e madre, che sono disperati, nella sala d’attesa dell’ospedale Niguarda.

“Aspettiamo con ansia di sapere che i feriti stiano meglio”, dice Pelella. “Dopodiché, non buttiamo la croce addosso all’azienda, perché aspettiamo di conoscere le vere circostanze dell’incidente”. L’impianto è sotto sequestro, ci vorrà tempo per stabilire cause e responsabilità, “ma non è accettabile che la gente vada a lavorare, e non torni più a casa”.

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