Monsignor Viganò: “Contro di me processo farsa”. I lefebvriani prendono le distanze: “Lui è sedevacantista”
di Iacopo ScaramuzziConvocato dall’ex Santo Uffizio che gli contesta il “delitto di scisma”, monsignor Carlo Maria Viganò precisa, se bisogno ce ne fosse, che non si è presentato in Vaticano, né intende presentarsi o difendersi perché considera quello canonico aperto dalla Santa Sede un “processo farsa”. Se l’arcivescovo si è paragonato a monsignor Marcel Lefebvre, i lefebvriani prendono però le distanze, sottolineando che, a differenza di Viganò, loro non si sono “avventurati” nel sedevacantismo, ossia non ritengono che la sede di Pietro sia vacante perché riconoscono, alla fine, l’autorità papale.
“Non riconosco la loro autorità”
In una nota pubblicata sul suo blog, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti precisa di non essersi recato in Vaticano il 20 giugno, prima data alla quale era stato convocato dal dicastero per la Dottrina della fede, “e che non ho intenzione di recarmi al Sant'Uffizio il 28 giugno, e che non ho rilasciato alcuna dichiarazione o documento in mia difesa al Dicastero, di cui non…
Convocato dall’ex Santo Uffizio che gli contesta il “delitto di scisma”, monsignor Carlo Maria Viganò precisa, se bisogno ce ne fosse, che non si è presentato in Vaticano, né intende presentarsi o difendersi perché considera quello canonico aperto dalla Santa Sede un “processo farsa”. Se l’arcivescovo si è paragonato a monsignor Marcel Lefebvre, i lefebvriani prendono però le distanze, sottolineando che, a differenza di Viganò, loro non si sono “avventurati” nel sedevacantismo, ossia non ritengono che la sede di Pietro sia vacante perché riconoscono, alla fine, l’autorità papale.
“Non riconosco la loro autorità”
In una nota pubblicata sul suo blog, l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti precisa di non essersi recato in Vaticano il 20 giugno, prima data alla quale era stato convocato dal dicastero per la Dottrina della fede, “e che non ho intenzione di recarmi al Sant'Uffizio il 28 giugno, e che non ho rilasciato alcuna dichiarazione o documento in mia difesa al Dicastero, di cui non riconosco l'autorità, né riconosco l'autorità del suo Prefetto, né riconosco l'autorità di chi lo ha nominato”.
Considerazioni palesi, in realtà, nella dichiarazione con la quale Viganò aveva accolto, e reso nota, la convocazione in Vaticano (“Considero le accuse rivolte nei miei riguardi come un motivo di onore”), che però ora egli tiene a puntualizzare. “Non ho intenzione di sottopormi a un processo farsa – scrive il presule – in cui coloro che dovrebbero giudicarmi imparzialmente per difendere l’ortodossia cattolica sono allo stesso tempo coloro che accuso di eresia, tradimento e abuso di potere. E tra loro – aggiunge Viganò – ci sono proprio i gesuiti, i primi fautori di tutte le deviazioni morali e dottrinali degli ultimi sessant'anni, a cominciare da James Martin, S.J., l'attivista Lgbtq+ assiduo frequentatore di Santa Marta”, la residenza di papa Francesco.
La convocazione in Vaticano
A dare notizia della convocazione in Vaticano è stato lo stesso Viganò, che ha pubblicato online il decreto con il quale il segretario della sezione disciplinare del dicastero responsabile dell’ortodossia cattolica, monsignor Joseph Kennedy, gli chiedeva di presentarsi per “prendere nota delle accuse e delle prove circa il delitto di scisma di cui è stato accusato (affermazioni pubbliche delle quali risulta una negazione degli elementi necessari per mantenere la comunione con la Chiesa cattolica: negazione della legittimità di Papa Francesco, rottura della comunione con Lui e rifiuto del Concilio vaticano II)”.
Le precisazioni dei levebvriani
Se nel comunicato con il quale ha commentato la convocazione monsignor Viganò si è paragonato a monsignor Marcel Lefebvre, il fondatore della fraternità sacerdotale ultraconservatrice – anch'egli convocato a suo tempo nel Palazzo dell'ex Sant'Uffizio – che ha rotto la comunione con la Chiesa cattolica dopo il Concilio vaticano II (ma Benedetto XVI tolse la scomunica ai suoi quattro vescovi), ora gli stessi lefebvriani prendono le distanze da Viganò.
C'è infatti “un punto che lo differenzia significativamente dal fondatore della Fraternità San Pio X”, scrivono i lefebvriani in una nota sul loro sito ufficiale: mons. Viganò fa “una chiara dichiarazione di sedevacantismo. In altre parole, secondo lui, papa Francesco non è papa. Come lo spiega? A causa di un ‘difetto di consenso’ del cardinale Jorge Bergoglio, al momento dell’accesso al potere supremo: considerando il papato come qualcosa di diverso da ciò che realmente è, l’eletto del 2013 ha accettato l'incarico pontificale senza consentirvi a pieno, e da questo errore è derivata la nullità della sua accettazione. Il suo pontificato sarebbe quindi quello di un figurante. Né Mons. Lefebvre, né la Fraternità da lui fondata – si conclude la nota – hanno accettato di avventurarsi su questo terreno”.
Gli stessi lefebvriani, peraltro, stanno preparando, come ha preannunciato il superiore del distretto francese, nuove ordinazioni episcopali, che verrebbero considerate ovviamente nulle dalla Santa Sede.
Perché un processo extragiudiziale
Nel frattempo dal Vaticano non filtrano novità. Il decreto dell’ex Santo Uffizio riportato dallo stesso Viganò rendeva noto che lo scorso 10 maggio, dopo una “indagine previa superflua”, era stato avviato un “processo extragiudiziale” e chiedeva all’arcivescovo di nominare un suo avvocato di fiducia.
La scelta di un processo “extragiudiziale”, ossia amministrativo, è motivata, spiega a Repubblica don Davide Cito, professore ordinario di Diritto penale canonico presso la Pontificia università della Santa Croce, dal fatto che non è necessaria “una istruttoria complessa perché i fatti sono noti e ribaditi provocatoriamente dall’interessato proprio in questi giorni”.
Ad ogni modo, “attualmente”, chiarisce il canonista, “a norma dell’art. 20 paragrafo 7 delle norme sui delitti riservati del 2021 vi è la presenza obbligatoria dell’avvocato, di fiducia o di ufficio, in modo analogo al processo giudiziale. Per cui l’accusato ha la possibilità non solo di ribattere alle accuse ma anche di proporre nuove prove a suo discarico”.
La “dichiarazione” della scomunica
Quanto alle possibili sanzioni, don Cito ricorda che il canone 1364 del diritto canonico “prevede la scomunica latae sententiae nel casi dei delitti di eresia, apostasia e scisma”: si tratta della scomunica nella quale si incorre automaticamente, dunque anche senza che sia resa pubblica, al momento in cui si commette un delitto contro la fede. “Pertanto”, spiega il canonista, “una volta eventualmente accertato il delitto e la colpevolezza verrebbe “dichiarata” la scomunica latae sententiae”.
Pene “medicinali” e possibile ravvedimento
Diversamente da una certa vulgata, però, la scomunica è considerata dalla Chiesa una sanzione tutt’altro che definitiva: si tratta anzi di una pena “medicinale”, ossia comminata con la speranza che chi ne è colpito guarisca ravvedendosi, anche se ormai dichiarato in situazione di scisma. “Certamente, trattandosi di pene medicinali, sempre si prevede e si auspica la conversione e la riconciliazione con la Chiesa”, spiega il professor Cito.
“Al tempo stesso questo delitto può anche comportare la pena della dimissione dallo stato clericale. Se un fedele cattolico abbandona la Chiesa, sfugge a certi effetti della giurisdizione canonica, ma potrebbe sempre riconciliarsi e ricongiungersi alla Chiesa attraverso la richiesta di remissione della pena e, ad esempio, con la professione di fede od atto analogo che manifesti la sua piena adesione agli elementi che costituiscono la condizione di piena comunione con la Chiesa indicati dal canone 205 che riprende l’insegnamento del concilio Vaticano II: ‘Su questa terra sono nella piena comunione della Chiesa cattolica quei battezzati che sono congiunti con Cristo nella sua compagine visibile, ossia mediante i vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico’”.
Concilio e Sinodo, “orgoglioso di essere separato”
Una prospettiva che sembra altamente improbabile per monsignor Viganò. Il quale nel suo ultimo comunicato torna ad affermare: “La “chiesa” di Bergoglio non è la Chiesa cattolica, ma piuttosto quella “chiesa conciliare” nata dal Concilio Vaticano II e recentemente rinominata con il nome non meno eretico di “chiesa sinodale”. Se è da questa “chiesa” che mi dichiarerò separato per scisma, sarà per me motivo di onore e di orgoglio”.