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10/03/2023 Steccato di Cutro, Sul luogo del naufragio del 26 Febbraio 2023, sono state apposte delle croci per commemorare li migranti morti in mare (73, ultimo dato). Le ricerche della Guardia Costiera e delle associazioni locali, per trovare i dispersi in mare, continuano sulle spiagge del crotonese. 

Mar Ionio, il naufragio invisibile: i corpi delle vittime portati a terra di notte

Evitare l’effetto Cutro, dall’allarme ignorato al recupero dei 34 corpi
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Trentaquattro corpi che nessuno, tranne gli uomini della guardia costiera e la Croce rossa, ha mai visto. Portati a terra per lo più nottetempo, fuori dalla portata di telecamere e obiettivi, in porti diversi, da Roccella Ionica a Gioia Tauro. Trentaquattro bare, 14 quelle bianche, mai allineate da nessuna parte, senza un fiore, senza un momento di raccoglimento.

Un numero

Solo un numero, un rapido esame medico-legale, e via, alla ricerca di un loculo nei cimiteri calabresi dove seppellire salme a cui nessuno ha prelevato il Dna e che dunque difficilmente i familiari potranno mai riconoscere. Quasi ogni sera un sintetico bollettino di aggiornamento da parte della Guardia costiera che da una settimana, con grande spiegamento di forze continua nella ricerca di altre vittime (sono ancora una trentina quelle che mancano all’appello).

L’effetto Cutro

Una “strategia” perfetta per evitare un nuovo effetto Cutro, con tutto il suo carico di emozione e di polemiche. A giudicare dall’incredibile…

Trentaquattro corpi che nessuno, tranne gli uomini della guardia costiera e la Croce rossa, ha mai visto. Portati a terra per lo più nottetempo, fuori dalla portata di telecamere e obiettivi, in porti diversi, da Roccella Ionica a Gioia Tauro. Trentaquattro bare, 14 quelle bianche, mai allineate da nessuna parte, senza un fiore, senza un momento di raccoglimento.

Un numero

Solo un numero, un rapido esame medico-legale, e via, alla ricerca di un loculo nei cimiteri calabresi dove seppellire salme a cui nessuno ha prelevato il Dna e che dunque difficilmente i familiari potranno mai riconoscere. Quasi ogni sera un sintetico bollettino di aggiornamento da parte della Guardia costiera che da una settimana, con grande spiegamento di forze continua nella ricerca di altre vittime (sono ancora una trentina quelle che mancano all’appello).

L’effetto Cutro

Una “strategia” perfetta per evitare un nuovo effetto Cutro, con tutto il suo carico di emozione e di polemiche. A giudicare dall’incredibile silenzio, non una sola parola neanche di cordoglio , sembrerebbe che il governo non si sia neanche accorto di una tragedia avvenuta in zona Sar italiana: qui non ci sono rottami sulla spiaggia ma solo uno scafo semiaffondato e un albero ancora su ma tanto lontano dalla costa che nessuno può vederli. E a terra nulla ( tranne gli undici superstiti sparsi per gli ospedali calabresi) che possa alimentare interrogativi su come sia stato possibile, ancora una volta, che il Mediterraneo, sempre più svuotato da asset di soccorso, abbia inghiottito decine di vite che nessuno è riuscito a salvare.

Naufragio invisibile

Un naufragio invisibile, come le sue vittime, quello della barca a vela partita dalla Turchia e semiaffdondata nella notte tra il 16 e il 17 giugno a 110 miglia dalle coste calabresi , rimasta alla deriva per almeno tre giorni dopo l’esplosione di un motore. «Le autorità incomprensibilmente negano notizie sul naufragio dosando perfino le informazioni sul numero e la destinazione dei cadaveri finora recuperati.», osserva l’ex ammiraglio delle Capitanerie di porto Vittorio Alessandro che studiando il tracciato dei mezzi di soccorso ricostruito dal sistema del giornalista Sergio Scandura e le segnalazioni dell’imbarcazione poi naufragata non esclude che, anche in questo caso, come a Cutro, possa esserci stata una sottovalutazione dello stato di rischio dell’imbarcazione.

La sala operativa sapeva

Si scopre infatti che già il 13 giugno, dunque tre giorni prima del naufragio, la sala operativa del centro di ricerca e soccorso di Roma aveva contezza di una barca a vela con 67 persone a bordo. Spiega Alessandro: «Qualche giorno fa il nostro Imrcc aveva segnalato alle navi in transito lo stato di pericolo di una imbarcazione a vela con 67 migranti a bordo, circa 50 miglia dal luogo del naufragio, ma non sappiamo se a quel messaggio abbia fatto seguito una ricerca in mare. Conosciamo il grande impegno giustamente speso nel recupero dei dispersi, ma non sappiamo se pari o superiore dedizione sia stata riversata prima, nei confronti delle persone ancora in vita» .

Il 13 giugno, dunque, non sappiamo ancora come, la sala operativa di Roma è a conoscenza di una barca a vela con 67 persone a bordo. Ma per tre giorni nessuno si accorge di quello scafo semiaffondato, i superstiti raccontano di numerose navi passate senza fermarsi fino all’arrivo di un’altra barca a vela francese che lancia il mayday. Solo in quel momento, e siamo al 16 giugno, la sala operativa di Roma apre l’evento Sar e invia sul posto le motovedette. Perchè nessun mezzo ha cercato la barca a vela segnalata il 13?

«Sappiamo che recenti disposizioni hanno derubricato quelle che prima erano considerate situazioni di pericolo a semplice questione di polizia, per cui una barca che, in qualche modo, ancora galleggi e proceda in mare, costituisce interesse soltanto per le frontiere, e non per le vite in pericolo - osserva Vittorio Alessandro - Così, rischiamo sempre più di ritrovarci a contare i morti senza prestare adeguata attenzione ai vivi che rischiano di sparire in mare».

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