Omicidio di Pescara, lame sempre in tasca e post anti clochard, il codice della baby gang
dai nostri inviati Andrea Ossino , Corrado ZuninoPESCARA — C’è rabbia e voglia di vendetta tra i “bro” in bermuda e a sfumatura alta che, quando sono le 19,30, ieri, nel centro di Pescara, e spiove, issano sulle grate del calcetto del Parco condominiale dei musici lo striscione: “Da sempre contro le infamità, siete vigliacchi senza dignità”. Sono tre i gruppi separati e distinti, diversi i nordafricani, che si raccolgono attorno a Christopher Thomas Luciani, ucciso davanti alla cassetta degli allacci per la luce, una vita in fuga, vissuta senza genitori. Quando il sindaco Carlo Masci li avvicina per fare le condoglianze, loro ringhiano: «Non ci sarà giustizia, lo sappiamo».
Gli assassini, no, ancora non parlano, e anche loro appaiono provati. L’altra notte il colonnello della stazione dell’entroterra abruzzese ha accompagnato in auto il figlio, chiamiamolo Luca, gli occhi rossi, e non per le lacrime, alla questura di Pescara. Quando l’ha vist…
PESCARA — C’è rabbia e voglia di vendetta tra i “bro” in bermuda e a sfumatura alta che, quando sono le 19,30, ieri, nel centro di Pescara, e spiove, issano sulle grate del calcetto del Parco condominiale dei musici lo striscione: “Da sempre contro le infamità, siete vigliacchi senza dignità”. Sono tre i gruppi separati e distinti, diversi i nordafricani, che si raccolgono attorno a Christopher Thomas Luciani, ucciso davanti alla cassetta degli allacci per la luce, una vita in fuga, vissuta senza genitori. Quando il sindaco Carlo Masci li avvicina per fare le condoglianze, loro ringhiano: «Non ci sarà giustizia, lo sappiamo».
Gli assassini, no, ancora non parlano, e anche loro appaiono provati. L’altra notte il colonnello della stazione dell’entroterra abruzzese ha accompagnato in auto il figlio, chiamiamolo Luca, gli occhi rossi, e non per le lacrime, alla questura di Pescara. Quando l’ha visto con lo sguardo nel vuoto, il padre ha iniziato a piangere: «Dovrà saper vivere una vita migliore di quella che ha vissuto fino ad oggi». L’avvocato Marco di Giulio conferma: «Non è vero che il ragazzo non sia pentito, è solo in stato di shock. L’ho visto due volte e non riesce a comunicare, ha fatto una cosa più grande di lui». La madre di Luca resta a casa, in un silenzio tragico: «Non so davvero cosa potrei dire».
Gli amici del calcetto lo raccontano con il coltello sempre in tasca, la parlata spesso biascicata, la camminata spesso trascinata. Andava a scuola al Liceo Maior, un istituto privato che si autobattezza “il migliore d’Italia”: serve perlopiù a far recuperare voti e anni ai figli svogliati dei benestanti. «Là sono tutti svalvolati», dicono al parchetto, durante la preghiera all’aperto, gli amici proletari di Christopher Thomas.
Il Tik Tok del sedicenne di cui il padre e la madre, parole del colonnello, hanno perso la vigilanza, è un’esplicita perdita di coscienza: cornetti alla nocciola alle due di mattina, torso nudo e cappellino a visiera: «Te li fai quando torni sballato». Citazioni ciniche del trap che accompagna, senza difesa, questa età: venti grammi li faccio tagliare, le droghe non sono la rovina delle persone. E poi quella frase di pochi giorni fa che, letta adesso, mette i brividi: «Non è la pugnalata a far male». L’ossessione per lame e pistole, diffusa nella generazione.
Gli amici del parco e dei bagni “Croce del Sud”, presenti all’aggressione mortale, sui social si mostrano toccando le stesse corde borderline: sono quattro e esibiscono bottiglie di Jagermeister e fotografano clochard sui marciapiedi di Pescara solo per trasformarli in meme da risate collettive.
L’altro assassino, Paolo, lo stesso coltello quella sera, poi gettato in mare, è figlio di un’insegnante iscritta all’albo degli avvocati e di un operaio di un’azienda di pannolini. Aveva modi più tranquilli, ma l’altra notte, quando la squadra mobile è salita nella pregiata casa con affaccio sul Lungomare Matteotti e l’ha fermato e poi perquisito, aveva mandato l’ultima maglietta dalla nonna paterna. Per una lavatrice. Gliel’avevano suggerito i genitori. Il ragazzo, al parco, si era cambiato. La nonna non aveva ancora fatto il bucato, però, quando all’alba si sono ripresentati i poliziotti: la maglietta, ora, è elemento dell’accusa.
Roberto Mariani, l’avvocato di Paolo, lamenta di essere stato avvertito tardi e di aver potuto parlare con l’assistito, detenuto in una struttura a Roma, solo in collegamento: «E per questo che abbiamo scelto di non rispondere».