Mantovani “A 76 anni ho scalato il Bianco e sogno ancora di fare scoperte importanti”
di Luca Fraioli«Sogno un mondo meno diseguale. C’è ancora troppa distanza tra Nord e Sud, sia a livello globale che nel nostro Paese. E naturalmente sogno di fare ancora scoperte importanti». Alberto Mantovani, a 76 anni, si divide tra impegno civile e ricerca scientifica. Ma trova il tempo anche per fare il nonno, scalare montagne, nuotare, andare a teatro. Lo incontriamo nel suo ufficio di Presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, nel campo della Humanitas University, alla periferia sud di Milano, di cui è professore emerito. Alle pareti le foto dei dieci nipoti. Sugli scaffali, un sfilza di riconoscimenti internazionali per i suoi studi sul sistema immunitario. Presto, lo scienziato italiano con il maggior numero di citazioni da parte dei colleghi dovrà far posto a un nuovo, prestigioso, premio: la Hans Krebs Medal, conferitagli dalla Federazione europea delle società di biochimica.
Professor Mantovani, per cosa la premiano stavolta?
«Per i progressi fatti in una particolare ricerca: …
«Sogno un mondo meno diseguale. C’è ancora troppa distanza tra Nord e Sud, sia a livello globale che nel nostro Paese. E naturalmente sogno di fare ancora scoperte importanti». Alberto Mantovani, a 76 anni, si divide tra impegno civile e ricerca scientifica. Ma trova il tempo anche per fare il nonno, scalare montagne, nuotare, andare a teatro. Lo incontriamo nel suo ufficio di Presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, nel campo della Humanitas University, alla periferia sud di Milano, di cui è professore emerito. Alle pareti le foto dei dieci nipoti. Sugli scaffali, un sfilza di riconoscimenti internazionali per i suoi studi sul sistema immunitario. Presto, lo scienziato italiano con il maggior numero di citazioni da parte dei colleghi dovrà far posto a un nuovo, prestigioso, premio: la Hans Krebs Medal, conferitagli dalla Federazione europea delle società di biochimica.
Professor Mantovani, per cosa la premiano stavolta?
«Per i progressi fatti in una particolare ricerca: lavoriamo per identificare i “freni” che fanno sì che alcune cellule del sistema immunitario passino al nemico aiutando la crescita tumorale invece di bloccarla. Un’altra linea di ricerca che sto seguendo riguarda quella che noi chiamiamo la materia oscura».
Non se ne occupano i fisici?
«Noi abbiamo mutuato la loro definizione per indicare la grande quantità di proteine codificate dal nostro genoma e di cui noi non conosciamo la funzione: sappiamo che esistono 20mila proteine e noi del 15%, incredibilmente, ignoriamo il significato».
Ma gli scienziati non danno il meglio prima dei 40 anni, per poi dedicarsi a organizzare il lavoro altrui?
«Io ho ancora una grande passione per la ricerca in laboratorio e ho la fortuna di lavorare in una istituzione che mi mette nelle migliori condizioni possibili per farlo. Poi, come in montagna, non sono da solo, ma in una cordata, fatta anche di tanti giovani bravissimi a cui cerco di passare il testimone».
Si considera un maestro?
«Ritengo che i giovani siano i veri maestri. Ho imparato molto da tanti di loro. In questo periodo sto collaborando con Fabio Conforti: ha attirato la mia attenzione sul fatto che per il tumore del polmone, che trattiamo con le terapie immunologiche, le donne rispondono meno degli uomini alle terapie stesse. Si è chiesto perché e io gli sto dando una mano. Ma è lui a dirigere l’orchestra».
Di recente ha detto: “Ai miei tempi c’era la coda per entrare a chirurgia, oggi la coda si è trasferita a chirurgia estetica”. Da cosa dipende questa crisi di vocazioni?
«Ci sono meccanismi istituzionali che vanno sistemati. Ma mi chiedo se io ho fatto abbastanza per stimolare le vocazioni. Per questo vado a parlare anche nei licei: c’è una dimensione di sogno e passione nel nostro mestiere che dobbiamo trasmettere».
Lei che giovane è stato?
«L’infanzia, nel Dopoguerra, l’ho trascorsa in diversi quartieri popolari di Milano: Porta Genova, Morivione… Lì ricordo i cartelli affissi nella scuola che mettevano in guardia dagli ordigni inesplosi che ancora si trovavano nelle campagne. Poi il liceo Manzoni, che è stato molto importante: ho avuto alcuni ottimi insegnanti, tra cui quello di fisica. Ero sicuro di fare fisica all’università…».
Era un ragazzo sempre sui libri?
«No, giocavo molto a pallone. L’ho fatto fino ai quarant’anni… terzino o mediano centrale. Non avevo un gran tocco di palla, ma in campo davo il massimo».
Milan o Inter?
«Inter».
Il suo sport è ormai l’alpinismo: l’ha scoperto quando ha appeso gli scarpini al chiodo?
«Sì, erano quegli anni. Ed è una delle tante cose che devo a mia moglie Nicla. È lei che ha fatto sì che non diventassi un uomo a una dimensione: se si fa il mio mestiere con passione si finisce per pensare in continuazione a quello. Nicla mi prende per la giacca e mi dice: andiamo a teatro. O al cinema».
Le ultime scalate?
«Lo scorso settembre ho fatto una guglia sul Monte Bianco. E prima la cresta nord del Badile».
La prossima?
«Preferisco non dirlo».
Come si allena?
«Corro e appena posso vado a nuotare: un chilometro e mezzo in piscina».
E quando sua moglie la porta al cinema o al teatro, cosa le piace?
«Siamo abbonati al Piccolo: quest’anno lo spettacolo che ho apprezzato di più è stato “Ho paura torero” di Pedro Lemebel. Tra i film, senza dubbio “Pefect days” di Wenders».
Che nonno è il professor Mantovani?
«È un nonno che avrebbe voluto farlo un po’ di più. Un pezzetto delle mia famiglia è a Londra, dove vado con una certa frequenza perché ho un cattedra all’università: ne approfitto per giocare a calcio con Leo, di sei anni».
Per chi tifa Leo?
«Inter, ma anche Arsenal. Ha le maglie di entrambe le squadre».
Fanno abbastanza sport i bambini italiani?
«Assolutamente no, e sono molto preoccupato: eravamo un Paese con un numero tra i più bassi in Europa di persone in sovrappeso e adesso siamo secondi solo alla Grecia. È un problema gravissimo per il futuro degli individui, ma anche per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Molti dati suggeriscono che l’esercizio fisico sia anche un buon allenamento per il sistema immunitario, mentre essere sovrappeso lo disorienta».
Insieme ad altri scienziati, si è recentemente mobilitato per il Ssn.
«C’è una preoccupazione che dovrebbe essere condivisa da tutti sulla differenza Nord-Sud: se guardiamo i dati, prendiamo quelli sulle risposte agli screening oncologici, o sul sovrappeso, troviamo differenze molto importanti tra regioni meridionali e settentrionali».
E a livello globale?
«Sono stato diverse volte in Africa a fare lezione ai ragazzi del posto che studiano medicina: loro rappresentano la speranza. Quando in alcuni dei posti più difficili e fragili del mondo, come la Repubblica Centrafricana, vedo giovani studiare una “medicina dell’essenziale” provo un senso di meraviglia. Come davanti allo spettacolo delle montagne o quando scopro qualcosa che nessuno ha mai visto».
In un suo libro dava dieci consigli ad aspiranti scienziati. Ne dà uno anche a noi persone comuni?
«Consiglio le favola africana del colibrì. C’è un incendio nella foresta e tutti gli animali scappano, tranne un colibrì. Il leone lo vede e gli dice: “Ehi, dove pensi di andare”. “Porto l’acqua per spegnere l’incendio”. “Ma cosa puoi fare tu così piccolo”. “Faccio quello che posso”. Ecco: ciascuno di noi faccia quel che può.