Caporalato, il sociologo infiltrato tra i Sikh: “L’Agro Pontino è governato dai figli della tradizione fascista. È la quinta mafia”
di Corrado ZuninoROMA – “’Padrone, padrone, padrone’. Si ascolta in ogni momento della giornata questa parola nei campi di Latina, nei suoi borghi, nei terreni di Terracina e del Circeo. Bisogna partire da qui, da una mentalità che i proprietari terrieri del territorio hanno radicata e, quindi, trasmettono ai braccianti, per provare a capire l’unicità del territorio Agro Pontino”.
Il sociologo Marco Omizzolo, 49 anni, è, probabilmente, il conoscitore più profondo della migrazione degli indiani nel Basso Lazio. Ci ha scritto nove libri, per editori di peso. Per un anno e mezzo ha vissuto con i Sikh della provincia di Latina, in quella che nella ricerca sui fatti sociali si chiama “osservazione partecipante”. E per tre mesi ha lavorato, la ba…
ROMA – “’Padrone, padrone, padrone’. Si ascolta in ogni momento della giornata questa parola nei campi di Latina, nei suoi borghi, nei terreni di Terracina e del Circeo. Bisogna partire da qui, da una mentalità che i proprietari terrieri del territorio hanno radicata e, quindi, trasmettono ai braccianti, per provare a capire l’unicità del territorio Agro Pontino”.
Il sociologo Marco Omizzolo, 49 anni, è, probabilmente, il conoscitore più profondo della migrazione degli indiani nel Basso Lazio. Ci ha scritto nove libri, per editori di peso. Per un anno e mezzo ha vissuto con i Sikh della provincia di Latina, in quella che nella ricerca sui fatti sociali si chiama “osservazione partecipante”. E per tre mesi ha lavorato, la barba più lunga del solito, una sciarpa per proteggersi dal freddo delle tre di mattina e per schermare il volto, come bracciante indiano. Era Harbhajan, per il suo caporale e i lavoratori intorno.
Il sociologo è seduto su una panchina di Piazza Vittorio, entroterra della Stazione Termini di Roma: l’esemplificazione, la piazza, di una capitale multietnica. Da otto anni vive sotto vigilanza.
Omizzolo, qual è la componente fascista dei proprietari terrieri dell’Agro Pontino?
“In quel territorio si sono sviluppate settemila aziende agricole, di diverse dimensioni e organizzazione interna. Si può stimare che il 25-30 per cento siano in mano a imprenditori che derivano per famiglia dai lavoratori chiamati dal regime fascista a bonificare le paludi, avendo in cambio le stesse terre malariche. Veneti, soprattutto, poi friulani e toscani”.
Hanno avuto le terre malariche come ricompensa?
"Il governo guidato da Benito Mussolini non ha mai fatto una riforma agraria, le terre già coltivabili sono rimaste nella disponibilità dei vecchi feudatari locali, tutti iscritti al Partito fascista. I coloni del Nord, diciamo subito, hanno lasciato centinaia di morti a terra per realizzare questa impresa di bonifica, epica e oggettivamente straordinaria. E dobbiamo ricordare che la classe operaia e bracciantile migrata in Centro Italia per anni ha ripagato, con i proventi del raccolto, le paludi assegnate. ‘Il Duce ci ha dato la terra’ è una mistificazione storica che va smantellata”.
Che cosa è rimasto di quella eredità politica e culturale tra le ville e le aziende della provincia di Latina del 2024?
“Quei duemila proprietari di cui parlavamo, hanno alzato altarini mussoliniani in casa e nelle loro aziende, nei passaggi più pregiati. A volte gli stessi migranti devono partecipare al saluto al Duce di prima mattina, gli occhi bassi di fronte al busto. E poi, chiusa la mattinata di raccolta, i latifondisti italiani manifestano il loro pensiero, che è riduttivo definire nostalgico, al bar e nel voto. La verità è che l’idea forza ‘la terra è cosa nostra’ ha fermato lo sviluppo industriale del territorio”.
Questa è una provincia di destra dal Dopoguerra.
"Negli anni ‘80 è stata andreottiana, Giulio Andreotti è l’ultimo politico ad aver curato un mondo rurale non lontano da Roma e completamente trascurato da tutti gli altri soggetti politici”.
Diceva dell’arretratezza agricola.
“Nell’agricoltura del territorio pontino non c’è mai stato un investimento in tecnologia e con l’affermarsi della globalizzazione la scelta locale è stata quella di iniziare a utilizzare una manodopera non professionalizzata. Puro arricchimento, per tradurre, attraverso lo sfruttamento. E ha dato vita a uno sviluppo senza progresso. Per un proprietario terriero fatto così, non ci poteva essere niente di meglio di uno straniero che, a partire dagli anni ‘80, bussa alla porta e ti chiede un lavoro. La risposta è stata: entra, ma qui comando io”.
Il migrante, in queste zone, deve chiamare padrone il proprietario terriero?
“Sì, dal primo giorno viene insegnata la pedagogia del padrone. ‘Se non ti sta bene, vai a lavorare altrove’. Lo sfruttamento non riguarda soltanto i campi di cocomero e di meloni”.
Che altro?
"Satnam, morto dopo che una macchina agricola gli aveva strappato un arto, è stato usato da chi gli ha affittato casa, per esempio. Tra loro, c’erano persone della sua comunità. E lungo la Piana pontina dal lunedì al venerdì viaggiano avvocati alla ricerca dei migranti, in particolare gli indiani. Chiedono 500 euro per il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno”.
C’è un controllo della criminalità organizzata sul bracciantato del Pontino?
“Diciamo, intanto, che i proprietari terrieri che fanno i padroni con lo straniero, poi restano in silenzio di fronte al padrino. Il latifondista italiano è leone con gli ultimi e pecora con i mafiosi”.
E qui che mafia c’è?
“La quinta mafia, ho scritto un libro per spiegarlo. Tre organizzazioni storiche su questi latifondi si muovono in accordo, gestiscono insieme gli schiavi stranieri. Il processo “La Paganese”, che ha prodoto una sentenza importante nel 2015, ha dimostrato come il mercato ortofrutticolo di Fondi abbia visto lavorare insieme i casalesi di Schiavone, l’ndrangheta di Reggio Calabria, quella legata al clan Tripodo, e la mafia di Corleone. A Fondi si era formato il monopolio dei furgoni, che di giorno trasportavano ortaggi e frutta in Europa, la notte armi e droga”.
Il migrante indiano, da quarant’anni, è un utile invasore dell’Agro Pontino: lavora con solerzia, accetta paghe fuori contratto e, spesso, anche le regole del silenzio.
“L’indiano è più facilmente subordinato. Il nordafricano parla una lingua europea, il francese, legge meglio la nostra società e, quindi, la può contestare. Il migrante indiano inizia a lavorare senza conoscere l'italiano, lavora subito in una condizione di dipendenza estrema”.
Qual è la sua storia, Omizzolo. Perché è così vicino alla comunità indiana del Basso Lazio?
“La mia famiglia vive in questa area, respiro da sempre il problema. Come ricercatore, nel 2008 ho vinto un bando di dottorato all’Università di Firenze che mi ha consentito di concentrarmi sulla comunità indiana. Nel 2009 l’osservazione partecipante è diventato il mio strumento di lavoro e per un anno e mezzo ho vissuto con i braccianti migrati dal Punjab. Nei container diffusi della provincia, nelle baracche, nei retro dei templi. Ho mangiato con loro e sono arrivati a considerarmi un fratello di sangue. Nell’estate 2011 ho deciso di far avanzare ancora la mia ricerca e mi sono messo alla ricerca di un lavoro per la raccolta della frutta e della verdura, a chiamata. Per tutte le questioni collegate alla raccolta mi dovevo relazionare con il caporale indiano, che taceva la mia vera identità in cambio della mia paga. A casa sua, a Sabaudia, stenderò i rapporti".
Il datore di lavoro italiano?
"Per lui io ero un indiano. Io cercavo squadre di raccoglitori grandi, nelle quali è più semplice nascondersi, e il padrone mi osservava da distante. Portavo la barba più lunga del solito, a volte il turbante e sempre le lenti a contatto. Mi alzavo alle quattro, e neppure sapevo qual era l’azienda in cui avrei servito. Ne ho girate cinque. Raccoglievo cocomeri, meloni, fiori di zucca. Le angurie sono palle da quindici chili, e io dovevo lanciarle sul camion. Non le ho mai contate, ma forse arrivavo a 150 l’ora. Era un lavoro faticosissimo, logorante. Certo, avevo 33 anni, oggi non potrei più farlo”.
Perché il nome Harbhajan?
"L’ho preso in prestito da un caro amico”.
Ha mai rischiato di essere scoperto?
“Una mattina un bracciante indiano mi chiamò con il nome di battesimo: ‘Marco!’. Il proprietario era vicino”.
Che cosa temeva in quelle settimane?
"Di essere venduto da un compagno di lavoro, per interesse, per necessità, per carriera. Un bracciante che ottiene la fiducia del padrone può smettere di raccogliere frutta e verdura a terra per salire su un trattore. I livelli di sfruttamento sono diversi. Avevo dato il mio cellulare a chiunque me lo avesse chiesto, e forse questa è stata un’imprudenza”.
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Quando rileggeva i suoi resoconti, che cosa la colpiva?
“La reiterazione della parola ‘padrone’, come le dicevo. Era un’abitudine, una patologia. Oggi mi rimanda alle definizioni del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che parla dei migranti come di un carico residuale”.
Quali sono i livelli di sfruttamento sul lavoro che ha documentato?
“La giornata scorreva via in un impasto di aggressività. A volte diventava insulto, a volte aggressione”.
Ha mai provato a ricostruire la filiera che porta all’approdo degli indiani in Italia?
"Ho seguito un trafficante di esseri umani per tre mesi, era un indiano emigrato a Sabaudia. Ho avuto le sue confidenze e, successivamente, ho accettato il suo invito al matrimonio, che ovviamente si sarebbe svolto in Punjab. Laggiù ho partecipato a tutte le trattative, realizzate anche con parenti prossimi, per portare connazionali in Italia. Sull’esperienza ho pubblicato un documentario, ‘Visit in India’”.
Molti avevano il suo cellulare, diceva. Ma la comunità indiana la chiamava?
“Sì, e io correvo dove c’era bisogno. Ricordo un ragazzo Sikh poco più che ventenne: era finito in un fosso tra San Felice al Circeo e Sabaudia. Si era permesso di chiedere gli arretrati. Una storia da Louisiana anni Cinquanta. Un’auto gli si avvicinò e lo investì. Gli hanno cosparso il corpo di benzina e dato fuoco, tutto in movimento. Finì nel canale di bonifica, di quelli degli anni ‘30, e il carburante per fortuna si annacquò. Appena arrivai, mi chiese: ‘Perché?’. Se la cavò con alcune bruciature superficiali”.
Lei non ce l’aveva il perché.
"C’è sempre un perché se fai il mio mestiere, bisogna studiare come ci ha insegnato Antonio Gramsci, e io lo faccio sul posto. Lo sa che alcuni indiani vengo dopati per resistere alle fatiche, un tempo con la metanfetamina-oppio, oggi con l’eroina? Che nella comunità sono in aumento i suicidi? E così ricatti e violenze sessuali sulle donne? C’è un perché anche dietro il fatto che i padroni abbandonino i braccianti feriti a 300 metri dal pronto soccorso: sanno che il referto dell'ospedale viene girato in automatico in procura”.
Diceva che la questione immigrazione indiana è nelle sue corde per motivi territoriali.
"Non solo. Sono nipote di un condannato ai lavori forzati nazisti in Tunisia. La mia famiglia, nata all’estero e oppositrice del regime fascista, ha conosciuto i campi profughi dei Sessanta, nello specifico a Frosinone. Io non ho fatto il servizio militare perché ritenuto un sangue misto".
Lo Stato è presente nell’Agro Pontino, Omizzolo?
"Dobbiamo dire che dal 2016 ci sono state operazioni di procura straordinarie. Sono stati arrestati imprenditori che puntavano i fucili sui migranti, medici che prescrivevano terapie del dolore a fini lavorativi, avvocati del sottobosco migrante. Nelle ultime stagioni lo Stato è di nuovo fragile: mancano uomini e capacità di lettura del fenomeno”.
Allora, ci vuole dire perché un lavoratore ventenne e straniero viene investito e bruciato con la benzina?
“Il bracciantato italiano, non solo pontino, è una delle espressioni del capitalismo contemporaneo. L’economia agricola produce, racconta Eurispes, 24,5 miliardi di fatturato. Nel 2014 gli sfruttati erano 140.000, nel 2022 sono diventati 230.000. E nelle ultime due stagioni non sono certi diminuiti. Questo è il perché finale”.
Non è un problema di aziende arretrate e immorali?
“Non solo. Ci sono aziende che stanno nella legalità per dieci anni, poi sbagliano la programmazione o subiscono il crollo del prezzo dei meloni e per salvarsi passano alle assunzioni in nero, alle buste paga con diverse ore nascoste, alla spesa per le mascherine a carico del lavoratore. Spesso non c’è bisogno di servirsi del caporale, si arruola manodopera con un sms. Alcune realtà agricole nel Basso Lazio sono gestite da manager con master che inglobano la conoscenza del diritto, lo usano per organizzare uno sfruttamento non visibile”.
Come se ne esce da questa disumanità applicata?
"Aiutando la comunità indiana dell’Agro Pontino, 32.000 persone, la seconda tra gli stranieri in Italia, a diventare protagonista della sua liberazione”.