Papa Francesco: “Oggi la democrazia non gode di buona salute, no alle tentazioni populiste. I cattolici si impegnino in politica”
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziTRIESTE – “Nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute”: così papa Francesco nel discorso che ha concluso la Settimana sociale dei cattolici che, aperta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è svolta questa settimana a Trieste. Francesco ha denunciato il rischio che le società escludano i più fragili (“l’indifferenza è un cancro della democrazia”) ed è tornato a sollecitare un coinvolgimento dei cattolici in politica: "Abbiamo qualcosa da dire”, ha detto, “ma non per difendere privilegi”. Per Bergoglio bisogna in particolare “rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani”.
“Questo ci interessa e ci preoccupa”
“Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907”, ha detto Francesco, “affermava che la democrazia si può definire “quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico…
TRIESTE – “Nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute”: così papa Francesco nel discorso che ha concluso la Settimana sociale dei cattolici che, aperta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è svolta questa settimana a Trieste. Francesco ha denunciato il rischio che le società escludano i più fragili (“l’indifferenza è un cancro della democrazia”) ed è tornato a sollecitare un coinvolgimento dei cattolici in politica: "Abbiamo qualcosa da dire”, ha detto, “ma non per difendere privilegi”. Per Bergoglio bisogna in particolare “rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani”.
“Questo ci interessa e ci preoccupa”
“Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907”, ha detto Francesco, “affermava che la democrazia si può definire “quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori”. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute”, ha notato Jorge Mario Bergoglio. “Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo. In Italia – ha proseguito – è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo”.
Cuore infartuato, cuore risanato
Il Papa è partito dal titolo dell’evento di Trieste, “Al cuore della democrazia”, per parlare di un cuore “infartuato” da “risanare”: “Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani: questa è la cultura dello scarto. Il potere diventa autoreferenziale, una malattia brutta, incapace di ascolto e di servizio alle persone”, ha detto Francesco, che al proposito ha citato l’appello di Aldo Moro per una politica “al servizio dell’uomo”. “La parola stessa democrazia”, ha continuato Jorge Mario Bergoglio, “non coincide semplicemente con il voto del popolo… nel frattempo a me preoccupa il numero ridotto di gente che è andata a votare: cosa significa? Non coincide semplicemente con il voto del popolo, ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano partecipare”. La partecipazione, ha detto il Papa, “non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche”.
No all’assistenzialismo
Francesco si è soffermato sull’assistenzialismo, che è “nemico della democrazia ed è nemico dell’amore al prossimo”, ha scandito tra gli applausi degli oltre 1000 delegati, “e certe forme di assistenzialismo sono ipocrisia sociale. Cosa c’è dietro questo prendere distanza dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare”.
“Non fare il tifo, ma dialogare”
Da qui l’incoraggiamento del Papa a “risanare” il cuore: “La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal “fare il tifo” al dialogare”, ha detto. E’ fondamentale, per Francesco, la partecipazione: “Il cuore della politica è fare partecipa e queste sono le cose che fanno partecipazione, prendersi cura del tutto, non solo la beneficenza, no, del tutto”.
“Popolo non è populismo”
Il Papa ha sottolineato la centralità della categoria di popolo, “che non è populismo, è un’altra cosa”: ci vuole coraggio, per Bergoglio, “per pensarsi come popolo e non io, il mio clan, la famiglia e gli amici”. E, come un pastore, anche un politico dovrebbe essere “davanti al gregge, in mezzo al gregge e dietro il gregge: davanti per segnalare il cammino, in mezzo per avere il fiuto e dietro per aiutare i ritardati (ritardatari, ndr.): un politico che non abbia il fiuto del popolo è un teorico”. Nel suo discorso, accolto dagli applausi, il Papa ha detto che “la democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale”.
“Dobbiamo dare voce ha chi non ce l’ha”
Come cattolici, ha detto Francesco, “non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto (pretendere) di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi, no. Dobbiamo essere voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce, tanti non hanno voce”.
Una “formazione sociale e politica”
Sull’esempio di Giorgio La Pira, in particolare, “non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”: questo è un compito vostro”, ha detto Francesco suscitando nuovi applausi tra i partecipanti alla Settimana sociale: “La pace e i progetti di buona politica possono rinascere dal basso. Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa? Possiamo prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune. Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l’Italia di domani”. Ma “il lavoro politico”, ha avvertito il Papa, “non è occupare gli spazi: abbiate il coraggio di avviare processi, è la legge della vita: una donna quando fa nascere un figlio incomincia ad avviare un processo e lo accompagna: anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso”.
Zuppi:
Introducendo il Papa, il cardinale Matteo Zuppi ha detto che “dopo questi giorni la voglia è cresciuta, voglia di partecipazione, voglia di rendere migliore questo mondo, di aiutare la democrazia viva del nostro Paese e dell’Europa”. Il presidente della Conferenza episcopale italiana ha però precisato che “i cattolici in Italia non sono una lobby in difesa di interessi particolari e non diventeranno mai di parte, perché l’unica parte che amano e indicano liberamente a tutti è quella della persona, ogni persona, qualunque, dall’inizio alla fine naturale della vita. E non un amore qualsiasi, ma quello che ci insegna Gesù”.
I migranti della rotta balcanica
Temi ripresi dal Papa, in chiave spirituale, nell’omelia della messa che ha celebrato, dinanzi a 8500 fedeli, nella centrale piazza dell’Unità, affacciata sul lungomare di Trieste. “Abbiamo bisogno di vivere una fede inquieta”, ha detto Bergoglio, “non di una religiosità chiusa in se stessa, che alza lo sguardo fino al cielo senza preoccuparsi di quanto succede sulla terra e celebra liturgie nel tempio dimenticandosi però della polvere che scorre sulle nostre strade”. Francesco ha stigmatizzato il “cancro” del consumismo ed ha citato una lirica nella quale il poeta triestino Umberto Saba raccontava il ritorno a casa la sera attraversando il porto: “Io ritrovo, passando, l’infinito nell’umiltà”, perché la prostituta e il marinaio, la donna che litiga e il soldato, “sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore”. E così, “perché – ha domandato Francesco ai fedeli – non contempliamo il dolore lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura di trovare Cristo lì”. Il Papa, che ha avuto qualche incertezza a leggere l’omelia (“Mi scuso di leggere così ma il sole mi muove tutto”), ha esortato in particolare la “Chiesa triestina” a “diffondere il Vangelo della speranza, specialmente verso coloro che arrivano dalla rotta balcanica”. Prima della messa, il Papa ha salutato una signora di nome Maria che, riferisce la sala stampa della Santa Sede, ha 111 anni: è dunque nata prima dell’inizio della prima guerra mondiale.