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Da undici mesi in una prigione egiziana: “Liberate Giacomo, è stato torturato”

(ansa)
L’appello della famiglia: Passeri, arrestato con una piccola dose di marijuana, è in cella con l’accusa di spaccio
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Da quasi 11 mesi c’è un italiano rinchiuso nel carcere del Cairo, in Egitto. Si chiama Giacomo Passeri, ha 31 anni, è di Pescara, da un po’ di tempo vive a Londra e nelle sue lettere grida, per ora invano, di essere stato «torturato», «rinchiuso per ore in una cella piena di feci, urine, scarafaggi, con le manette talmente strette da non far più scorrere il sangue nelle dita», trasferito poi in un’altra gabbia con «12 detenuti accusati di omicidio, tentato omicidio», operato d’appendicite e «abbandonato senza cure per giorni», tra agenti che gli «tiravano acqua addosso» e lo «minacciavano in arabo», «se non fosse stato per il medico che diceva basta non so come andava a finire. Che incubo che sto vivendo, fratello mio».

Giacomo Passeri è accusato, secondo la ricostruzione della sua famiglia, del possesso di una piccola quantità di marijuana esclusivamente per uso personale. «Per le poche cose che m’hanno trovato addosso non è possibile vivere st’inferno», scriveva al fratello Antonio …

Da quasi 11 mesi c’è un italiano rinchiuso nel carcere del Cairo, in Egitto. Si chiama Giacomo Passeri, ha 31 anni, è di Pescara, da un po’ di tempo vive a Londra e nelle sue lettere grida, per ora invano, di essere stato «torturato», «rinchiuso per ore in una cella piena di feci, urine, scarafaggi, con le manette talmente strette da non far più scorrere il sangue nelle dita», trasferito poi in un’altra gabbia con «12 detenuti accusati di omicidio, tentato omicidio», operato d’appendicite e «abbandonato senza cure per giorni», tra agenti che gli «tiravano acqua addosso» e lo «minacciavano in arabo», «se non fosse stato per il medico che diceva basta non so come andava a finire. Che incubo che sto vivendo, fratello mio».

Giacomo Passeri è accusato, secondo la ricostruzione della sua famiglia, del possesso di una piccola quantità di marijuana esclusivamente per uso personale. «Per le poche cose che m’hanno trovato addosso non è possibile vivere st’inferno», scriveva al fratello Antonio qualche mese fa. Solo qualche spinello, secondo lui, «una barzelletta per cui mi sto fracicando il cervello qua dentro, tra sta merda strapiena di mosche come ci fossero cadaveri», racconta nell’ultima lettera datata giugno ma recapitata ieri.

Dai pochi documenti spediti solo in lingua araba emergerebbero, da parte della polizia egiziana, accuse ben più gravi: detenzione e traffico di stupefacenti. Gli contestano anche di far parte di una piccola rete di spaccio sul mercato locale. Due poliziotti lo hanno fermato il 23 agosto dello scorso anno mentre era in viaggio in Egitto. E da lì lo hanno trattenuto per quasi un anno tra interrogatori saltati, interpreti che non si trovano, udienze rinviate di tre mesi in tre mesi (la prossima sarà a settembre). E visite da parte dell’avvocato egiziano (dalla parcella di 30mila dollari, pagata in parte grazie a un crowdfunding) e dell’Ambasciata italiana al Cairo che latitano. L’ultima risale a febbraio scorso, anche se la Farnesina assicura di essere in contatto costante con i suoi diplomatici.

Dell’arresto la sua famiglia ha saputo solo settimane dopo: a Londra Passeri non era tornato e si sono messi a cercarlo. Hanno saputo che era in ospedale per levare l’appendice, sorvegliato dalla polizia, e che da lì sarebbe stato spostato nel carcere di Badr2. «Mio fratello mi ha chiamato una sola volta, a settembre scorso, mi ha detto: “Mi stanno portando in tribunale, non so che succede, non capisco niente di quello che dicono”. Poi più nulla», racconta Antonio che da quasi 11 mesi non sente la voce di Giacomo ma legge i suoi lamenti scritti: lettere, decine di lettere. «Stanno facendo quel che vogliono della mia vita, aiutami Tò, ti prego».

Adesso la famiglia teme gesti estremi, atti di autolesionismo, «la sua salute fisica e psicologica ci spaventa, a giugno ci ha detto che voleva fare lo sciopero della fame». E a Pescara c’è una madre disperata. Perché Giacomo dice: «Non ce la faccio più, non mi fido di nessuno, ho paura, non riesco più a stare qui come un topo di fogna, non so se esco vivo da questa situazione».

I suoi quattro fratelli chiedono una cosa sola: «Che lo Stato si interessi a lui, se ha fatto qualcosa è giusto che paghi, ma può farlo in Italia, riportatelo a casa». Al ministro Antonio Tajani ha presentato un’interrogazione il vicecapogruppo di Avs, Marco Grimaldi: «L’Ambasciata deve garantire assistenza e supporto e muoversi per un equo e giusto processo in tempi celeri. Il governo deve riportarlo in Italia. Non vogliamo altri casi Salis, tantomeno altri Regeni».

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