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Sul Brenta incantato di miti e imperatori la natura si sveglia sotto la neve d’estate

foto Bisti 

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Il viaggio con le firme di Repubblica nei luoghi delle vacanze fuori dal turismo mordi e fuggi prosegue con le Dolomiti di Madonna di Campiglio. Viandanti e rocciatori lungo le vie della storia
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MADONNA DI CAMPIGLIO – Fuori dalla cucina del maso, lontano sul Brenta, quest’anno la neve è rimasta fino a tardi. Il sole dell’estate lentamente è arrivato, ma i fiocchi sui prati hanno continuato a coprire i ranuncoli d’oro. Anche i branchi dei camosci, usi a seguire i refoli freddi, a lungo hanno conteso ai cervi i pascoli magri, poco a monte degli alpeggi chiusi. Sul ghiaccio azzurro all’improvviso scivolavano le prime gocce d’acqua: fino ai primi di luglio le rocce delle Dolomiti sono rimaste vuote e sole. Da molti anni le selve di Madonna di Campiglio non si sono risvegliate abbandonandosi al ricordo di una tanto pigra dolcezza.

Campei e le radure di erbe

Lungo i versanti ombrosi le gemme vermiglie dei larici sono spuntate quando da setti…

MADONNA DI CAMPIGLIO – Fuori dalla cucina del maso, lontano sul Brenta, quest’anno la neve è rimasta fino a tardi. Il sole dell’estate lentamente è arrivato, ma i fiocchi sui prati hanno continuato a coprire i ranuncoli d’oro. Anche i branchi dei camosci, usi a seguire i refoli freddi, a lungo hanno conteso ai cervi i pascoli magri, poco a monte degli alpeggi chiusi. Sul ghiaccio azzurro all’improvviso scivolavano le prime gocce d’acqua: fino ai primi di luglio le rocce delle Dolomiti sono rimaste vuote e sole. Da molti anni le selve di Madonna di Campiglio non si sono risvegliate abbandonandosi al ricordo di una tanto pigra dolcezza.

Campei e le radure di erbe

Lungo i versanti ombrosi le gemme vermiglie dei larici sono spuntate quando da settimane il cuculo era volato via: cascate e rapide hanno occupato greti e gole pietrificate da montanti siccità. Nulla accade inutilmente per noi, perseguitati dal desiderio di cose straordinarie. A Campo Carlo Magno, intercettando tra le nebbie l’odore delle cortecce e il suono dei campanacci scossi al collo di brune vacche affamate, dall’infanzia è riemersa anche la voglia di vivere centinaia di anni: di vagabondare senza fine tra i sentieri a cui è saldato il destino della gente nascosta nella montagna. Mille anni fa Campiglio era Campei. Una radura di erbe, arginata dai boschi di peccio e di faggio, risaliva oltre le scomparse morene glaciali. Per quaranta chilometri, tra nord e sud, torri di carbonato doppio di calcio e di magnesio sono riemerse verticali dalla profondità tropicale del mare, protese oltre quota tremila. Queste pareti rosa e grigie, dal Triassico, ancora cercano invano di riabbracciare il ghiaccio dell’Adamello e della Presanella, custode estremo della terra in agonia. Nella piana di Campei nessuno viveva.

Il Campanile Basso (foto Bisti) 

I pastori della Valle di Sole

Dalla Valle di Sole e dalla Val Rendena, i pastori salivano con le bestie. Caseravano il formaggio, raccoglievano il fieno e segavano le bore. Serviva tutta l’estate per arrivare vivi alla fine dell’inverno. Rari viandanti, cacciatori, i primi mercanti lombardi di ferro, legno, sale e vino, sostavano nei lenti viaggi che dal Mediterraneo e dal Lago di Garda li conducevano oltre le Alpi Retiche, verso le pianure germaniche. Affrontare le selve, già rifugio degli orsi, consentiva di risparmiare i dazi imposti lungo il corso fluviale dell’Adige. Un certo Raimondo, nel 1190, per espiare i suoi peccati fu il primo a non andare via. Con il legno fermo del larice costruì un ospizio, dedicato a Maria. I pellegrini devoti alla Madonna di Campei pregavano e i mercanti fedeli all’avventura dormivano. L’ospitalità, dal primo istante, permette di sentirsi altrove: liberi dall’impressione di fare qualcosa. Per quasi sette secoli sulle Dolomiti, è stato così. Fino a quando il commerciante di legname Giobatta Righi decise di restaurare l’ospitale, abbandonato dai monaci. Il turismo del Trentino e l’alpinismo tra Dolomiti di Brenta cominciano qui nel 1872: con lo “Stabilimento Alpino”, erede del medievale ospizio della Madonna di Campiglio, e con la fondazione della Sat, l’irredentistica Società degli alpinisti tridentini, mamma del Club alpino italiano. Pochi colgono in tempo il peso delle cose nuove. La strada aperta nei boschi per salire da Pinzolo scatenò una rivolta popolare. Lo Stabilimento in una notte bruciò. Righi morì presto lungo la via che aveva fatto scavare. Tra fine Ottocento e i primi del Novecento anche sulla remota frontiera alpina, sospesa tra l’impero degli Asburgo e il regno d’Italia, l’inquieta Europa delle monarchie già silenziosamente cedeva ai nazionalismi. All’italiano Righi, nel cuore del Brenta, successe l’austriaco Franz Josef Oesterreicher.

Il pioniere dell’accoglienza

Il pioniere dell’accoglienza aristocratica a Trento era riverito, ma sopportato. Si sussurrava dovesse il successo all’essere figlio illegittimo del Kaiser, Francesco Giuseppe. Ha inventato il lusso alpino: in poco più di un ventennio a Campiglio costruì l’hotel Des Alpes e al Passo del Campo l’hotel Carlo Magno. Grazie all’Oesterreicher la corte di Vienna, che svernava sul Garda, scelse le Dolomiti del Brenta per le cure dell’estate. L’imperatore e la principessa Sissi arrivavano in carrozza e risalivano a piedi il monte Spinale: ad aspettarli nel suo atelier, rapito dalla bocca del Tuckett, il pittore Gottfried Hofer. Due guerre mondiali hanno sospeso il tempo: sui corpi dei soldati si sono infine rialzati i larici e la nobiltà asburgica ha scoperto di essere stata sostituita dalla borghesia lombarda. Un freddo meraviglioso però d’inverno ancora ghiacciava i laghi di Nambino, delle Malghette e di Serodoli. Dalle cime del Crozzon e della Tosa la neve asciutta veniva spazzata via dal vento. Per andare avanti tutti avevano bisogno di dimenticare. Sulle Dolomiti sono comparsi gli skiatori e gli alpinisti: la prima slittovia e la prima sciovia compiono oggi novant’anni. Solo un anno dopo, il coraggio di massa ha imposto di avanzare sugli strapiombi assicurati dalla Via delle Bocchette, fino al Campanil Basso.

foto Bisti 

L’essenzialità dell’inutile

Questa epopea verticale conferma la commovente attrazione collettiva per l’essenzialità dell’inutile. Qui essa ha come miti tre irripetibili amici scomparsi: Bruno Detassis, Cesare Maestri, Ermanno Salvaterra. Il custode del Brenta, rocciatore di eleganza ineguagliata, viveva con la pipa in bocca sulla terrazza del suo rifugio, concentrato sul ginocchio vitreo del Canalone Neri. Poneva a tutti un’unica domanda, alpinistica ed esistenziale, che in ogni caso sappiamo senza risposta: “N’do ne boci?”. Assieme ai Vidi, agli Alimonta e ai Bonapace, le famiglie storiche delle guide campigliane, Detassis e Maestri per primi hanno capito che anche gli alpinisti di città devono vivere in montagna: con loro Rolly Marchi, inventore della 3-Tre e del Canalone Miramonti, teatro della Coppa del mondo di sci per Thoeni e per la Valanga Azzurra, per Ingemar Stenmark e Alberto Tomba. Il Brenta oggi è un parco, patrimonio dell’umanità, attraversato da centinaia di sentieri custoditi dalle rocce, dai rododendri e dai torrenti. D’inverno la neve li trasforma in piste da sci. Nei rifugi le cuoche asburgiche hanno dimenticato le ricette dei canederli, del gulasch e dello strudel. Le italiane hanno aggiunto i segreti per il risotto con i porcini, per gli arrosti e per le focacce ripiene di panna e di mirtilli. Ognuno sente dalla nascita qual è il suo posto nel mondo.

La stube solandra del maso

Il mio è questo semplice e antico, visibile dalla stube solandra del maso sopra Montes, affacciato sulla selva che sale a Mondifrà: inseparabile dal rapporto diretto con la natura, dalla morale diversa che va oltre la crudeltà di tante storie, dal silenzio che protegge la bellezza delle stagioni che passano. Dopo molto tempo le Dolomiti non separano più, saldano l’Europa ed è chiaro che le montagne sono da sempre la comunitaria profondità del mare. Dalla finestra guardo le foreste scure dell’estate, macchie di ghiaccio ancora infilato nelle rocce. Penso a chi è stato a Campei prima che fosse Campiglio, senza potersi permettere di avere persone care. Sul Brenta si è vivi perché non si può smettere mai di andare in giro.

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