«Ormai è soltanto cronaca, non si parla più delle cause. Mentre su quello a cui stiamo assistendo ci sono chiaramente le impronte digitali del cambiamento climatico. E invece di affannarsi a rincorrere le emergenze, grandine al Nord e siccità al Sud, si dovrebbe lavorare sulle attività umane che hanno prodotto tutto questo». Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr, da anni si prodiga per sensibilizzare i decisori politici perché ascoltino la scienza. Ma di fronte a ogni nuovo evento meteo estremo vede ripetersi sempre la stessa scena: «Si lascia intendere che quanto sta accadendo sia colpa di una Natura matrigna, contro cui nulla possiamo, mentre invece sappiamo che le cause sono umane e potremmo rimuoverle. Mi scoccia poi che anche alcuni colleghi dicano: dobbiamo abituarci. Ma così non si aiutano le persone a capire».
Ci aiuti lei. Si parla di un’Italia divisa in due. Ma dove passa questo confine meteo-climatico immaginario?
«In questa fase è forse il Po che segna la linea di d…
«Ormai è soltanto cronaca, non si parla più delle cause. Mentre su quello a cui stiamo assistendo ci sono chiaramente le impronte digitali del cambiamento climatico. E invece di affannarsi a rincorrere le emergenze, grandine al Nord e siccità al Sud, si dovrebbe lavorare sulle attività umane che hanno prodotto tutto questo». Antonello Pasini, fisico del clima del Cnr, da anni si prodiga per sensibilizzare i decisori politici perché ascoltino la scienza. Ma di fronte a ogni nuovo evento meteo estremo vede ripetersi sempre la stessa scena: «Si lascia intendere che quanto sta accadendo sia colpa di una Natura matrigna, contro cui nulla possiamo, mentre invece sappiamo che le cause sono umane e potremmo rimuoverle. Mi scoccia poi che anche alcuni colleghi dicano: dobbiamo abituarci. Ma così non si aiutano le persone a capire».
Ci aiuti lei. Si parla di un’Italia divisa in due. Ma dove passa questo confine meteo-climatico immaginario?
«In questa fase è forse il Po che segna la linea di demarcazione tra un Nord colpito dai fortissimi temporali e un Centrosud a quasi 40 gradi. Ma la situazione è in evoluzione e già nei prossimi giorni potrebbe cambiare».
Una volta c’erano le Alpi a fare da barriera fisica: sorvolandole in aereo le si vedeva bloccare la coltre di nubi a nord e lasciare sgombri i cieli italiani. E adesso?
«Le Alpi sono ancora un confine fisico importante. Ma oggi a dividere l’Italia in due sono i comportamenti degli anticicloni africani. Ed è per questo che dico che in quanto sta accadendo ci sono chiarissime le impronte del cambiamento climatico».
Ci spieghi.
«Il cambiamento climatico di origine antropica ha fatto espandere verso nord la cella di Hadley, quella della circolazione atmosferica dall’equatore alle medie latitudini. Il risultato è che gli anticicloni africani, che prima stazionavano stabilmente sul Sahara, hanno preso il posto dell’Anticiclone delle Azzorre e lo hanno sostituito sul Mediterraneo».
E adesso dove passa l’estate il caro vecchio Anticiclone delle Azzorre?
«Sulle Azzorre, non si muove più da lì».
Torniamo agli anticicloni africani: perché dividono l’Italia in due?
«Spesso durante l’estate ricoprono tutta l’Italia, però nel momento in cui ripiegano verso sud o si spostano verso est lasciano entrare correnti più fresche da nord. Non è aria freddissima, ma sufficiente a creare un contrasto termico enorme ed eventi estremi sul bordo dell’anticiclone. Nei giorni scorsi la Pianura Padana era diventata un bacino di caldo e umidità portati dalle correnti sciroccali dell’anticiclone africano. Appena questo si è spostato, si sono infilate correnti più fresche, e il contrasto termico e l’umidità hanno provocato temporali violentissimi».
Quindi la linea che divide l’Italia in due dipende da quanto si sposta verso sud o verso est l’anticiclone africano di turno?
«Esattamente. In alcuni casi si abbassa fino alla Sicilia».
E invece quando c’era l’Anticlone delle Azzorre, che gli italiani hanno imparato a conoscere grazie al colonnello Bernacca?
«Riscaldava e umidificava di meno il clima sull’Italia in estate. Poi, solo quando si ritirava a metà agosto, iniziavano i primi temporali, era quella che si chiamava la rottura dell’estate. E a proposito del colonnello Bernacca, ricordo di quando ero ragazzino e in estate lo sentivo dire con enfasi: “Attenzione, domani supereremo probabilmente i 30 gradi…”. In pochi decenni siamo arrivato a dieci gradi in più».
Questi fenomeni sono reversibili? Riavremo l’Anticiclone delle Azzorre?
«Purtroppo non torneremo indietro. Perché sappiamo che non siamo in grado di raffreddare il Pianeta e riabbassare la temperatura media globale ai livelli pre-industriali. Quindi dobbiamo adattarci, in termini di agricoltura, gestione delle risorse idriche e delle città… E soprattutto dobbiamo evitare scenari peggiori, fermandoci a 1,5 gradi di riscaldamento. Ma l’andazzo a livello globale ci porta a quasi 3 gradi, che nel Mediterraneo e in Italia sarebbero anche di più. E a quel punto sarebbe molto più difficile, se non impossibile, adattarsi. Quindi dobbiamo assolutamente ridurre le nostre emissioni di gas serra, eliminare i combustibili fossili, fermare la deforestazione».
E qui torniamo al ruolo della politica e al suo rapporto con la scienza.
«Noi de La Scienza al Voto lo abbiamo detto ai parlamentari italiani: se continuate a correre dietro alle singole emergenze, a spendere soldi in questa maniera, non ci saranno risorse per realizzare qualsivoglia idea di futuro. Il cambiamento climatico non ha colore politico: danneggerà chi crede che il mondo debba essere più equo e giusto, ma anche chi punta sul libero mercato».