VENEZIA — Sono passate due settimane senza Alex Marangon e senza avere la minima idea di come possa essere morto. Un tempo che la famiglia – papà Luca, mamma Sabrina e la sorella Giada – teme possa trasformarsi in un buco nero che inghiotte ogni speranza di scoprire la verità. Li abbiamo incontrati in un parco, all’ombra delle fronde degli alberi che Alex tanto amava. «Vogliamo aver fiducia nella Procura di Treviso che ha aperto un fascicolo per omicidio, ma abbiamo anche paura del muro di silenzio di chi sa e tace che sembra consolidarsi giorno dopo giorno».
Ad oggi a parlare sono soltanto i segni trovati sul corpo del giovane di 25 anni scomparso la notte del 29 giugno durante un ritiro di appassionati di sciamanesimo tradizionale amazzonico all’Abbazia di Santa Bona a Vidor. L’autopsia, effettuata dopo averlo ritrovato privo di vita il 2 luglio nel Piave, ha infatti messo in luce numerosi colpi alla testa e all’addome, un’emorragia interna e un occhio tumefatto, incompatibili con una caduta. Gli organizzatori, Andrea Zuin e Tatiana Marchetto di ZuMusic; i proprietari dell’Abbazia Giulio e Alexandra Da Sacco e gli sciamani colombiani Jhonni Benavides e Sebastian Castillos, sostengono che si sia trattato di un incidente, ma carabinieri e pompieri per ora non hanno trovato tracce di cadute.
Nell’ultimo saluto ad Alex lo avete ricordato come uno spirito libero.
«Alex era un ragazzo che lavorava e viaggiava il più possibile per conoscere culture diverse. Dovunque andava, lasciava un pezzo di sé. Ci stanno scrivendo da tutto il mondo. Aveva un profondo rispetto per la Terra e per gli esseri umani e stava intraprendendo un cammino spirituale collegato alle culture amazzoniche».
Avete detto che era la terza volta che si recava all’Abbazia. Cosa vi aveva raccontato?
«Sapevamo che in queste occasioni aveva già assunto la pianta ayahuasca che aiuta a prendere contatto con le proprie parti più profonde. Ci aveva fatto vedere sul braccio tre puntini dove gli avevano applicato il Kambo, il muco di una rana amazzonica utilizzato per rafforzare il sistema psicofisico. Ci aveva tranquillizzati dicendo che gli organizzatori Zuin e Marchetto sapevano quello che facevano e che c’era sempre qualcuno vigile, ma l’ultima volta il ritiro era più costoso ed era previsto qualcosa di speciale che ancora oggi non sappiamo. Lui stesso ci aveva detto che sarebbe stato tosto. Vorremmo che gli organizzatori ci dicessero davvero che cos’hanno fatto e che cos’hanno assunto perché ci sentiamo presi in giro quando sentiamo che è stata data solo una purga. Chiediamo che si faccia l’esame del capello a chi ha partecipato. Se il ritiro era legale, perché non sono rimasti tutti ad aspettare i soccorsi?».
Che cosa non vi convince?
«Confidiamo nelle indagini, ma siamo perplessi perché sembra che si cerchino solo le prove di una caduta. Nulla dell’Abbazia è stato messo sotto sequestro, non sono stati presi i nomi dei partecipanti, i sopralluoghi sono iniziati una settimana dopo, è stata tagliata l’erba, eccetto diario e cellulare non sono stati sequestrati gli effetti personali di Alex e non è stata setacciata da cima a fondo tutta l’area. Domenica, mentre gli elicotteri dei pompieri lo stavano cercando, è stato celebrato nello stesso posto un matrimonio. Oltre a questo, non crediamo alla versione della caduta che pare concordata».
Quale versione?
«Qualcuno dice che Alex si sarebbe sentito male e si sarebbe messo a correre nel buio, altri che hanno sentito un tonfo e un grido secco. C’è chi ha detto che Alex si sarebbe nascosto impaurito dall’arrivo delle forze dell’ordine domenica mattina. Alex era sincero e schietto, Ci fa arrabbiare chi lo vuole dipingere in questo modo. Queste versioni comunque non concordano con i risultati dell’autopsia. In ogni caso, possibile che si sia aspettato oltre tre ore prima di chiamare i soccorsi?».
Fin dall’inizio avete fatto un appello: chi sa parli. Chi vi ha contattato?
«Nessuno e questo ci fa soffrire. Pensare che nessuna delle 20 persone presenti, nemmeno in forma anonima, ci abbia contattati per dirci la verità su Alex è un dolore grandissimo. Vi preghiamo, fateci sapere cos’è successo quella notte».