Non solo ceneri e lapilli. Gli abitanti di Pompei uccisi anche dai terremoti scatenati dall’eruzione
di Elena DusiUn uomo a Pompei alza le braccia spaventato. Prova a difendersi facendosi scudo con un oggetto rotondo di legno, forse un tavolino. Una parete però gli crolla addosso. Lui cade sul fianco sinistro, che finisce immerso nei lapilli mentre il muro gli frattura gambe, bacino e parte destra del torace. Sulle sue ossa restano ancora oggi le tracce del famoso intonaco rosso di Pompei, quasi una firma del destino.
Siamo nel famigerato anno 79 dopo Cristo. Il Vesuvio ha eruttato cenere e lapilli per 18 ore consecutive. L’uomo non sopravvive a lungo. Accanto a lui è già morto un altro abitante della Casa dei Pittori al Lavoro, travolto da una parete che gli frattura costole e cranio.
Le scosse fatali
A uccidere i due sfortunati abitanti di Pompei non è direttamente il vulcano. Con tutta probabilità una parte delle vittime si deve ai terremoti che scuotono la città tra il primo e il secondo giorno dell’eruzione. La loro magnitudo è stimata attorno a 6. Per avere un’idea della sua intensità, si …
Un uomo a Pompei alza le braccia spaventato. Prova a difendersi facendosi scudo con un oggetto rotondo di legno, forse un tavolino. Una parete però gli crolla addosso. Lui cade sul fianco sinistro, che finisce immerso nei lapilli mentre il muro gli frattura gambe, bacino e parte destra del torace. Sulle sue ossa restano ancora oggi le tracce del famoso intonaco rosso di Pompei, quasi una firma del destino.
Siamo nel famigerato anno 79 dopo Cristo. Il Vesuvio ha eruttato cenere e lapilli per 18 ore consecutive. L’uomo non sopravvive a lungo. Accanto a lui è già morto un altro abitante della Casa dei Pittori al Lavoro, travolto da una parete che gli frattura costole e cranio.
Le scosse fatali
A uccidere i due sfortunati abitanti di Pompei non è direttamente il vulcano. Con tutta probabilità una parte delle vittime si deve ai terremoti che scuotono la città tra il primo e il secondo giorno dell’eruzione. La loro magnitudo è stimata attorno a 6. Per avere un’idea della sua intensità, si tratta della stessa magnitudo del sisma di Amatrice del 2016.
Non solo cenere e lapilli dunque. Secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Earth Science dall’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) con il Parco Archeologico di Pompei, i terremoti che accompagnano l’eruzione potrebbero aver causato molti dei morti di Pompei.
I due abitanti della Casa dei Pittori al Lavoro sono forse solo gli esempi più evidenti, appena dissotterrati e studiati da un gruppo composto da vulcanologi e archeosismologi (studiosi dei terremoti antichi) dell’Ingv, archeologi e antropologi del Parco Archeologico di Pompei.
Il collasso del cratere
“Le scosse quella notte divennero così forti che ogni cosa sembrava non solo tremare, ma addirittura capovolgersi” aveva scritto d’altra parte Plinio il Giovane, che osservò l’eruzione da Capo Miseno, una trentina di chilometri a nord-ovest di Pompei. “I carri ondeggiavano avanti e indietro anche sul terreno pianeggiante”.
“Dopo 18 ore di eruzione, all’alba del secondo giorno, la camera magmatica si sta svuotando, causando il collasso di una parte del fianco del Vesuvio e facendo tremare la terra” spiega Domenico Sparice, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv, fra gli autori dello studio.
Da quasi un giorno il cratere era sormontato da una colonna di gas, ceneri e lapilli alta più di 30 chilometri. Gli abitanti di Pompei erano stati investiti da una pioggia di lapilli e pomici grandi alcuni centimetri. I loro cumuli, nelle parti più esposte della città, raggiungono i 3 metri. Molti tetti sono crollati, ma non quello della Casa dei Pittori al Lavoro, che è inclinato e fa scivolare il suo carico nei vicoli adiacenti.
La tregua illusoria
“A un certo punto, dopo 18 ore la situazione sembra calmarsi” prosegue Sparice. “Lapilli e pomici smettono di piovere dal cielo e diversi abitanti escono di casa, credendo che il peggio sia passato. Sfortunatamente per loro, non è così”.
Dopo la prima fase dell’eruzione, Pompei inizia a essere scossa dai terremoti, poi investita dalle cosiddette correnti piroclastiche. Si tratta di nubi di gas e cenere caldissimi che avvolgono la sfortunata città. Chi è uscito approfittando della pausa ne viene investito in pieno. “Alcune persone preferiscono rimanere al riparo, restando così esposte agli effetti dei terremoti” spiega Sparice. “Gli edifici, già carichi del peso delle pomici della prima fase eruttiva, si ritrovano indeboliti di fronte all’arrivo delle scosse”.
Una scelta difficile
Chi non fugge dalle proprie case, ricostruisce Valeria Amoretti, l’antropologa che guida il Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei, fra gli autori dello studio, “viene forse travolto dai crolli indotti dalle scosse. Questa è stata la sorte dei due individui che abbiamo dissotterrato”.
Di fronte alla distruzione di Pompei, è difficile oggi riuscire a discriminare fra i danni causati dal vulcano e quelli dei terremoti. Ma per le due vittime della Casa dei Pittori al Lavoro, all’interno dell’Insula dei Casti Amanti, le fratture ossee e i frammenti di muro ritrovati sopra ai loro corpi rendono lo scenario abbastanza chiaro.
“Il primo individuo con le fratture al cranio e al torace è con tutta probabilità morto all’istante” ipotizza Amoretti. “Il secondo ha invece fatto in tempo ad accorgersi del pericolo. Ha provato a ripararsi con l’oggetto di legno di cui abbiamo ritrovato delle tracce e si è rannicchiato sul pavimento già colmo di pomici. Ma con fratture così gravi al torace, neanche lui dev’essere sopravvissuto a lungo”.