✕

Caso Passeri, la Farnesina: “Giacomo sta bene”. Ma Pd e Avs replicano: “Troppe lacune, il governo si attivi”. Dubbi della famiglia sulle sue condizioni

(ansa)
Il 31enne di Pescara è detenuto dal 23 agosto scorso in Egitto. Laura Boldrini e Marco Grimaldi: "Nelle sue lettere una realtà diversa e drammatica. E nel certificato medico non si parla di ovuli di droga. Qualcuno spieghi”
4 minuti di lettura

Luigi Giacomo Passeri, il 31enne di Pescara detenuto dal 23 agosto scorso in Egitto e accusato di detenzione e traffico internazionale di sostanze stupefacenti, è vivo e “sta bene”. La sua famiglia da quasi 11 mesi riesce ad avere sue notizie solo attraverso alcune lettere, drammatiche, che Passeri fa uscire dal carcere Badr2 vicino al Cairo. Ma ieri è stato il sottosegretario agli Affari esteri Giorgio Silli a dare notizie, rispondendo a un’interrogazione parlamentare del deputato di Avs Marco Grimaldi: “Il nostro Console al Cairo ha incontrato a lungo Passeri il 16 luglio. Sta bene – si legge nella replica - Ha riferito di non aver subito in carcere violenze o trattamenti degradanti. Che il rapporto con gli altri detenuti è buono. Mangia bene e regolarmente e può svolgere attività fisica. Riceve visite mediche ma vorrebbe che fossero più accurate. Un caso che l’Ambasciata ha seguito con la massima attenzione sin dall’inizio. Ci sono già state sei visite consolari”.

Fin qui ci sono le certezze diffuse dalla Farnesina. Da qui in poi cominciano invece i dubbi sollevati dai deputati Marco Grimaldi (Avs) e Laura Boldrini (Pd) e dai fratelli di Passeri.

La condizione detentiva

“La risposta della Farnesina dipinge una situazione carceraria idilliaca che non esiste in Italia, figuriamoci in Egitto – accusa Boldrini – Una risposta che stona con le lettere di Passeri che parlavano di tutt’altro: condizioni di detenzione inumane e degradanti, celle con escrementi e scarafaggi, la convivenza con altri dodici detenuti, il fatto che Passeri non capisse nulla di quello che stava accadendo perché non c'era un interprete, le sue richieste di aiuto per uscire da quello che definiva un incubo, un inferno, la denuncia di essere stanco di sopportare quella situazione, di aver paura di non reggere più”.

“Siamo contenti che sia vivo – aggiunge Boldrini – ma nutriamo dei dubbi sulle condizioni detentive, su quel che ci viene raccontato dall’Egitto e sulla serenità con cui Passeri, recluso lì ancora per chissà quanto, racconta ora. Dopo Giulio Regeni, dopo i depistaggi, dopo il rinvio di udienza in udienza per Patrick Zaki, non ci fidiamo più dell’Egitto: non credo che in quelle condizioni goda di molta libertà per potersi esprimere”, dice Boldrini.

Le difficoltà con l’Egitto

Secondo Grimaldi c’è addirittura “chi mente”. “La visita consolare ieri – afferma il deputato - è già un una piccola buona notizia. Ma da undici mesi questo ragazzo non riceve una telefonata, una videochiamata, una visita dei propri parenti. Per più di dieci mesi lui non ha avuto una vera e propria udienza preliminare, ce l'ha avuto solo il 22 maggio quando gli sono stati confermati capi di imputazione. E anche su questo vogliamo andare a fondo: Passeri dopo l’arresto ha sottoscritto delle parole che non sapeva leggere, perché l'arabo non lo sa, senza che fossero presenti né avvocati né di traduttori”.

L’Ambasciata, afferma la Farnesina, è stata avvisata dell’arresto di Passeri già il 26 agosto scorso. Ma gli incontri che Passeri ha avuto con i diplomatici italiani sono avvenuti, a quanto risulta, a parte un primo contatto iniziale, solo dopo molto tempo. Le interlocuzioni con l’Egitto sono state estremamente complesse. E si teme anche un contrappasso con il processo Regeni che si sta tenendo in Italia, pur essendo due vicende profondamente diverse nel merito.

Le ricostruzioni dell’arresto

C’è un altro elemento che preoccupa i due deputati che si sono interessati al caso del pescarese nato in Sierra Leone e residente a Londra. “Dopo il nostro intervento in Aula e le interrogazioni si è scatenata una campagna per deleggittimare da parte di alcuni deputati di Fratelli d’Italia sul nostro operato e sul sindacato ispettivo, che non è una provocazione ma una prerogativa dei parlamentari, e da parte di alcuni media sul detenuto con ricostruzioni alternative di cui la famiglia di Passeri non era al corrente”.

In particolare, sottolinea Grimaldi, “il quotidiano Libero ha parlato di un malore nel momento del suo arresto. Malore per il quale sarebbe stato portato in ospedale con una sospetta appendicite che invece si sarebbe rivelata falsa: nello stomaco di Passeri sarebbero stati trovati 60 ovuli pieni di droga”. “Da dove arriva - chiede Grimaldi – questa ricostruzione? Perché i genitori e i fratelli di Passeri non ne sono stati informati? (come conferma anche Marco Antonio, fratello di Giacomo, ndr). E perché nelle carte che abbiamo in mano non emerge? Se questi elementi sono veri, vorremmo conoscerli a fondo e vorrebbe conoscerli anche l’avvocato per studiare la linea difensiva”.

Il certificato medico

Grimaldi si riferisce a un certificato medico rilasciato dall’ospedale Al-Zahraa, che Repubblica ha potuto visionare. In quel documento, firmato dal professore che ha operato Passeri, si parla di un “intervento chiurgico di appendicite”, dopo il quale “il paziente era in buone e stabili condizioni”. Agli ovuli di droga non si fa cenno. Altri certificati non sono stati al momento diffusi. C’è un verbale, che la famiglia ha potuto vedere e tradurre, che racconta invece di altra droga, di vario tipo, trovata durante una perquisizione.

Su questo la relazione della Farnesina però non rivela alcun dettaglio. “La risposta del governo è stata assolutamente insoddisfacente rispetto alle domande puntuali che noi abbiamo fatto nelle interrogazioni”, replica Boldrini.

“Inoltre, a prescindere dal tipo di reato, perché non è nostro compito riconsiderare il capo di accusa, - aggiunge Boldrini – pretendiamo che Passeri abbia un trattamento dignitoso, un giusto processo, e che sia trasferito in Italia. Non chiediamo alla presidente del Consiglio di ricevere con tutti gli onori Passeri, se mai tornerà, come ha fatto con il condannato per omicidio Chico Forti, ma almeno di fare pressione perché la diplomazia segua questa vicenda”. “La questione non è di merito – aggiunge anche Riccardo Magi di +Europa - Il punto non è la tipologia di reato, che attiene al merito del processo, quanto quello che attiene alle garanzie e cioè come si viene detenuti”.

La via dell’espulsione

Da una settimana l’Ambasciata al Cairo ha stretto i contatti, alla famiglia è stato offerto di andare in Egitto per provare e vedere di persona Giacomo Passeri. Ma non è solo una questione italiana. L’Egitto non collabora nelle visite della detenzione. Il caso giudiziario, anche dall’Italia, viene però ritenuto serio. E una delle strade che l’Italia potrebbe tentare per far rientrare Passeri è di fargli ottenere una condanna in tempi brevi (perché si dubita che la sentenza sia favorevole) e poi farlo espellere per scontare il resto della pena in Italia.

Leggi i commenti