La scoperta di Maria Edvige Ravasio: “Una cosa mai vista nella morte di una stella”. Lo studio pubblicato su Science
di Luca Fraioli“Quella sera davanti al computer mi è venuta la pelle d’oca: stavo osservando qualcosa che nessuno aveva mai visto prima”. Questa è la storia di una piccola-grande scoperta. E della giovane donna italiana che ne è la principale artefice. Maria Edvige Ravasio, 31 anni da Barzago (Lecco), ora ricercatrice all’Università Radboud nei Paesi Bassi, è la prima autrice di un articolo appena pubblicato dalla prestigiosissima rivista Science. A seguire, compaiono i nomi di una decina di scienziati europei, molti giovanissimi, qualcuno già assai noto nel firmamento dell’astrofisica mondiale, come Marica Branchesi del Gran Sasso Science Institute dell’Aquila. La scoperta, che oltre a essere consacrata da Science potrebbe riscrivere i manuali di fisica stellare, riguarda i gamma ray burst (Grb), lampi di raggi gamma che sono tra gli eventi più energetici dell’Universo: capaci di rilasciare in pochi secondi più energia di quanta possa emetterne il Sole nella sua intera vita. Ma anche tra i meno com…
“Quella sera davanti al computer mi è venuta la pelle d’oca: stavo osservando qualcosa che nessuno aveva mai visto prima”. Questa è la storia di una piccola-grande scoperta. E della giovane donna italiana che ne è la principale artefice. Maria Edvige Ravasio, 31 anni da Barzago (Lecco), ora ricercatrice all’Università Radboud nei Paesi Bassi, è la prima autrice di un articolo appena pubblicato dalla prestigiosissima rivista Science. A seguire, compaiono i nomi di una decina di scienziati europei, molti giovanissimi, qualcuno già assai noto nel firmamento dell’astrofisica mondiale, come Marica Branchesi del Gran Sasso Science Institute dell’Aquila. La scoperta, che oltre a essere consacrata da Science potrebbe riscrivere i manuali di fisica stellare, riguarda i gamma ray burst (Grb), lampi di raggi gamma che sono tra gli eventi più energetici dell’Universo: capaci di rilasciare in pochi secondi più energia di quanta possa emetterne il Sole nella sua intera vita. Ma anche tra i meno compresi.
Dottoressa Ravasio, i gamma ray burst si studiano da mezzo secolo. Lei cos’ha visto di nuovo?
“Ho visto una riga di emissione nel suo spettro di energia”.
Ce lo può tradurre?
“Finora sapevamo che l’energia di un Grb si spalma, si distribuisce in uno spettro, un po’ come i canali della tv. Da 50 anni a questa parte, abbiamo imparato a conoscere lo spettro dei Grb, i programmi tv che ci sono in ogni canale. Ma non si era mai vista una riga di emissione, cioè un picco di energia concentrato a una specifica frequenza. E’ questa la vera novità del nostro lavoro: è come aver assistito a un programma tv nuovo su un canale che prima trasmetteva un’altra cosa”.
Che implicazioni ha questa riga che avete osservato? Cosa ci dice di nuovo sulle origini dei Grb?
“La spiegazione più naturale è che sia frutto dell’annichilazione di coppie di particelle e antiparticelle. Sappiamo che i gamma ray burst come quello rilevato il 9 ottobre del 2022 sono possibili quando il nucleo di una stella massiccia esaurisce il suo carburante, collassa e forma un buco nero che lancia due getti di materia in direzioni opposte. All’interno del getto ci sono elettroni che vengono accelerati quasi alla velocità della luce e producono fotoni: sono i programmi tv che vediamo normalmente in un Grb. Quando però questi fotoni sono sufficientemente energetici si scontrano tra loro e producono materia e antimateria: coppie di elettroni e positroni. La nostra ipotesi è che la ricombinazione di elettroni e positroni abbia generato i nuovi fotoni a quella frequenza particolare osservata: il programma tv mai visto prima”.
Torniamo a “quella sera”. Come è andata esattamente?
“Credo fosse il giorno dopo l’annuncio dell’avvistamento del Grb, quindi il 10 ottobre 2022. Dall’allerta che avevo ricevuto sul cellulare avevo capito che era un fenomeno importante e allora ho scaricato i dati raccolti dal satellite Fermi della Nasa. Li ho elaborati e ho visto quella riga anomala: un picco molto stretto nel grafico sul monitor del computer”.
Ha detto subito “Eureka!”?
“In realtà, all’inizio ho pensato di aver sbagliato qualcosa nel fare l’analisi, proprio perché nessuno aveva mai visto niente del genere. Quindi l'ho ripetuta varie volte, ma il segnale non se ne andava. Il mio supervisore di dottorato me l’aveva detto: uno dei piaceri di far ricerca è trovare qualcosa che nessuno mai visto prima, e quando ti succede lo riconosci perché ti viene la pelle d’oca”.
Cosa ha fatto poi?
“Ho deciso di condividere quello che avevo visto con un gruppo di colleghi fidati, chiedendo loro di lavorare insieme per verificare che fosse tutto giusto. Tra loro, Om Sharan Salafia, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica a Milano, e Gor Oganesyan, ricercatore al Gran Sasso Science Institute e all’Istituto nazionale di fisica nucleare. Dovevamo anche fare in fretta: i dati della Nasa sono pubblici e ci potevano anche essere altri gruppi di ricerca al lavoro sulla stessa cosa”.
La emoziona essere, così giovane, la prima autrice di un articolo su Science?
“La versa emozione l’ho provata quando ho capito che quella riga era reale. Pubblicare su Science è un processo faticoso, che richiede il passaggio attraverso un lungo processo di revisione: nel caso del nostro articolo è durato più di un anno”.
Come è finita a Nimega, 182mila abitanti al confine tra Olanda e Germania?
“Dopo la laurea in fisica a Milano Bicocca e il dottorato ottenuto lavorando all’Osservatorio astronomico di Brera, nel 2022 mi sono trasferita in Olanda per un postdoc, inizialmente di due anni, adesso esteso a quattro. La Radboud è una piccola università ma ospita una importante comunità di astrofisici che studiano i ‘transienti’, cioè tutte quelle sorgenti che compaiono e scompaiono nel cielo nel giro di poche ore o al massimo pochi giorni”.
E dopo il 2026?
“Vorrei continuare a fare ricerca in questo campo. Possibilmente a tempo indeterminato”.
In Europa? In Italia?
“In Europa siamo molto bravi, come dimostra anche il lavoro di squadra fatto in questa occasione. Sia l’Olanda che l’Italia sono Paesi in cui il livello della ricerca è molto alto. Le condizioni offerte ai ricercatori sono però molto diverse…”.
Ha sempre voluto fare l’astrofisica?
“Ah no, quando ero al liceo ho preso in considerazione tantissimi lavori. A un certo punto volevo fare l’attrice di teatro e mi informai su come entrare al Piccolo di Milano. Poi l’astronauta: per un periodo di tempo ho cercato di capire se fosse possibile. Alla fine ha vinto il desiderio di studiare l’Universo: viaggio tra le stelle, ma rimanendo sulla Terra”.