Asso 29, il riscatto dei dannati
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Alessandra Ziniti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione GedivisualLoni è nato sul pavimento di un lager libico, tra donne ormai agonizzanti e altre impietrite da stupri e violenze. Se le cose fossero andate diversamente pochi giorni prima in mezzo al mare, sarebbe venuto alla luce in un ospedale (probabilmente italiano) come dovrebbe toccare in sorte ad ogni bimbo. Josi, invece, sul pavimento di un centro di detenzione c’è morto, mangiato vivo dai sorci e dalla Tbc, come decine di altri ragazzi come lui. Per non parlare di Amela, il cui sogno di arrivare in Europa è finito con un colpo di pistola alla testa dopo lo stupro subito dai carcerieri del suo lager.
Destini diversi, tragiche sliding doors di vita e di morte di cui di solito nessuno sa nulla. Perché accade anche questo ai migranti che, nel silenzio generale, vengono intercettati nel Mediterraneo e rispediti all’inferno. Si chiamano respingimenti collettivi e sono illegali. Come quello portato a termine a luglio del 2018 dal rimorchiatore AssoVentinove. Su richiesta dell’Italia. Ed è la vera …
Loni è nato sul pavimento di un lager libico, tra donne ormai agonizzanti e altre impietrite da stupri e violenze. Se le cose fossero andate diversamente pochi giorni prima in mezzo al mare, sarebbe venuto alla luce in un ospedale (probabilmente italiano) come dovrebbe toccare in sorte ad ogni bimbo. Josi, invece, sul pavimento di un centro di detenzione c’è morto, mangiato vivo dai sorci e dalla Tbc, come decine di altri ragazzi come lui. Per non parlare di Amela, il cui sogno di arrivare in Europa è finito con un colpo di pistola alla testa dopo lo stupro subito dai carcerieri del suo lager.
Destini diversi, tragiche sliding doors di vita e di morte di cui di solito nessuno sa nulla. Perché accade anche questo ai migranti che, nel silenzio generale, vengono intercettati nel Mediterraneo e rispediti all’inferno. Si chiamano respingimenti collettivi e sono illegali. Come quello portato a termine a luglio del 2018 dal rimorchiatore AssoVentinove. Su richiesta dell’Italia. Ed è la vera storia di quel respingimento, per cui oggi l’Italia è stata condannata, che vi raccontiamo.
Regalo più bello per il suo compleanno il piccolo Loni non avrebbe potuto averne. E non tanto per il valore (15.000 euro che per un profugo sono un tesoro) quanto per quello che questo denaro significa per lui, per la sua famiglia e per tutti i migranti che come loro hanno conosciuto l’inferno dei lager libici. Sul pavimento di uno dei peggiori, Trik Al Sikka, Loni è nato sei anni fa. Era il 6 luglio del 2018 e, appena quattro giorni prima, la sua mamma (con un pancione ormai enorme) e il suo papà, entrambi eritrei, dopo essere stati salvati da un gommone semiaffondato dalla Guardia costiera libica, erano stati riportati a Tripoli da una nave commerciale italiana, la Asso 29, coinvolta dalla Marina italiana in un vietatissimo respingimento collettivo. Per il quale, pochi giorni fa, incredibilmente si sono visti riconoscere da un tribunale italiano un risarcimento di 15.000 euro oltre al diritto ad entrare legalmente in Italia. Che ora ben poco gli interessa visto che, evacuati dall’Unhcr dal centro di detenzione, sono stati reinsediati nel Regno Unito dove ormai vivono serenamente da rifugiati.
Il 2 luglio del 2018, quando oltre 250 migranti furono intercettati in mare dai libici e poi trasbordati sulla AssoVentinove, Loni non era ancora venuto al mondo. E dunque - è inevitabile chiedersi - come possono mai essere riusciti dei migranti ricacciati in Libia a vincere contro il potente governo italiano? Chi li ha identificati, rintracciati, ha ottenuto le procure per la costituzione in giudizio? E soprattutto come si è riusciti a provare la loro presenza su quella nave italiana rossa e bianca e da lì poi nel girone dantesco dei centri di detenzione dove tanti di loro sono alla fine morti?
Dietro questo “miracolo” c’è un collettivo di volontari, il JL Project guidato dall’attivista Sarita Fratini che per cinque anni, coadiuvato dai legali specialisti di immigrazione dell’Asgi, si è messo in testa di identificare quei migranti, rintracciarli, tenere i contatti con loro e con le loro famiglie e, soprattutto, trovare le prove della loro presenza a bordo della AssoVentinove. Loni e i suoi genitori, Daya ed Eden, insieme ad altri due giovanissimi migranti, Ato e Solomon ( il primo anche lui nel Regno Unito, il secondo in Italia) sono i primi cinque ad aver avuto riconosciuto il diritto al risarcimento, ma la loro vicenda giudiziaria apre la strada a centinaia di altre cause civili che potrebbero costare molto care al governo italiano che, con gli accordi con Libia e ora con la Tunisia, sui respingimenti collettivi punta molto.
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La “causa madre”
Diciamola semplice: la Libia non è un porto sicuro e l’Italia è stata e, d’ora in avanti, potrebbe essere chiamata a risarcire tutte le persone che vi ha fatto illegalmente riportare. Direttamente o indirettamente, facendo fare il lavoro sporco a navi commerciali o alla guardia costiera di Tripoli. Quanti sono? I numeri fanno paura: «Abbiamo documentato 110.000 respingimenti in questi anni e siamo riusciti a rintracciare 600 persone. Siamo pronti a partire con le cause civili per molti di loro. Abbiamo scelto questa strada: i fascicoli penali finiscono sempre archiviati, nel civile portando le prove (e noi le troviamo) si vince. Come dimostra la causa della Asso 29», dice Sarita. La chiamano così, la “causa madre”, la vera storia della nave della società napoletana Augusta offshore, scoperta per caso nel 2019 propria da Sarita Fratini che stava cercando di ricostruire la storia di un altro respingimento ad opera di un’altra nave della stessa società, la Asso 28, il 30 luglio 2018.
Dunque appena 22 giorni dopo quello che, fino a quel momento, era del tutto sconosciuto. A svelarlo è proprio uno dei cinque migranti adesso risarciti dall’Italia, Ato, anche lui eritreo. Sarita si imbatte in lui per caso.
“Li trovo io"
Tutto comincia nella primavera del 2019 in una mansarda di Roma quando Sarita Fratini, da molti anni impegnata nei diritti umani ma con nessuna specifica preparazione in materia ( «Ho studiato cinema») decide di provare a trovare le vittime del respingimento del 30 luglio 2018 operato dalla AssoVentotto. «Li trovo io, mi sono detta,devono essere finiti sicuramente in un lager libico. Ma quale?». Comincia dai documenti recuperabili online, innanzitutto i report mensili dell’Oim sulle presenze nei centri di detenzione. «Sapevamo che in quella nave c’erano cinque donne incinte e cinque bambini. Controllando le presenze di Tarek Al Mattar, ho notato che a luglio 2018 erano aumentate le donne. E mi sono detta: devono essere lì. Grazie ad un’avvocata che si occupa di reduci dai lager libici, Giulia Tranchina, ho avuto dei contatti di migranti che erano in Tunisia. Parlo con loro e mi dicono di ricordarsi che quell’estate molte persone che raccontavano di essere state rispedite in Libia con una nave italiana erano finite a Zintan. E mi danno un numero».
Ato: “Sono io, sister”
A quel cellulare risponde la voce di un ragazzo, è Ato, eritreo. È rinchiuso in un centro di detenzione. Lì dentro sono le stesse guardie a vendere e a rubare continuamente i cellulari ai migranti, un modo come un altro per spillare soldi. Ato parla solo tigrino, tramite un mediatore culturale, Sarita riesce a fargli qualche rapida domanda. Gli chiede se sa di migranti respinti con una nave italiana. E lì, lui pronuncia le due uniche parole che conosce in inglese: « I am, sister».
«Mi racconta di essere stato deportato in Libia da una nave italiana, ricorda il nome letto sulla fiancata e ricorda la data, il 2 luglio. Io gli dico: ma no, ti sbagli, era il 30 luglio. Ho bisogno di saperne di più. Stilo una serie di domande e registro un file audio che gli mandiamo. Ato risponde con tanti particolari. Ha ragione lui, prima di quello della Asso 28 c’è stato un altro respingimento e nel lager di Zintan sono finiti in tanti. Ci raccontano com’è andata».
I tre gommoni intercettati dai libici
Il gommone di Ato era partito dalla Libia la notte del 30 giugno, stracarico di persone. Venti ore di navigazione tranquilla, poi il motore si ferma. Alle 9 di sera, all’orizzonte, si profila una motovedetta libica. Ha già altri migranti a bordo, trasbordati da altri due gommoni. Fa salire anche questi, ma non riesce a navigare. I migranti raccontano che i libici chiamano aiuto ( si scoprirà poi che la triangolazione è con la nave Duilio della Marina italiana) e ordinano il trasbordo dei profughi su una nave italiana con la fiancata bianca e rossa. I migranti capiscono subito che il loro destino è segnato, sono quasi tutti eritrei, hanno diritto all’asilo politico, le donne implorano di non riportarli indietro. I marinai italiani ridacchiano: « State tranquilli, vi portiamo in Italia. Adesso dormite e domani sarete in Europa». All’alba del giorno dopo la costa che appare, però, è quella della Libia. I migranti vengono sbarcati a Tripoli e divisi in diversi centri di detenzione. Molti vengono portati a Tarek al Mattar, il lager dove la tortura preferita dei carcerieri è lasciar morire le persone di fame e di sete. Ci sono oltre 1700 prigionieri a luglio 2018. Come cercare un ago in un pagliaio.
Ma qual è la nave?
Le testimonianze dei migranti sono concordi: la nave che li ha riportati indietro è rossa e bianca, non sanno pronunciare bene il nome, ricordano qualcosa che sembra compatibile con la “AssoVentotto”, quella del respingimento successivo. Ma occorre trovare le prove. Post sui social, per lo più scritti in arabo, e foto, cominciando da quelle scattate nei porti di sbarco in Libia da Oim e Unhcr. «Che non possiamo certo dire che abbiano collaborato – accusa Sarita – anzi non ho timore a dire che hanno occultato le prove fino a quando hanno potuto. Da una foto su twitter scattata sulla banchina del porto di Tripoli abbiamo capito che si trattava proprio dello sbarco della AssoVentinove ma l’Unhcr ci ha dato delle foto con i volti occultati fino a quando non abbiamo vinto la causa penale e i fotografi di alcune agenzie ci hanno detto tutti di aver avuto un problema all’hard disk. Per fortuna abbiamo trovato quello che ci serviva sugli account dei guardiacoste libici che hanno pubblicato le foto di quelle intercettazioni.» Nell' ambito del processo civile Asso Ventinove, a Roma, la Augusta offshore ha fornito agli avvocati dei respinti il diario di bordo, che conteneva le prove dell' ordine impartito dalla marina militare italiana.
«Noi lavoriamo solo su dati pubblici, non abbiamo fonti riservate – spiega Nicolò, responsabile della squadra legale del JL Project – diciamo che portiamo in superficie dati che sono sotto gli occhi di tutti. Uniamo dei puntini che ci sono già». Nella fattispecie si comincia con i tracciati delle navi ed effettivamente la Asso risulta a Tripoli la mattina del 2 luglio. E la Marina libica riferisce che, a causa di un guasto alla loro motovedetta, è stato chiamato il rimorchiatore italiano per il trasbordo dei migranti poi sbarcati a Tripoli il 2 luglio.
I nomi e i cognomi
Adesso tocca trovare loro, i 276 riportati all’inferno. Lo fanno Sarita e i suoi ragazzi, poco meno, allora, di dieci persone sparse in diverse città che dietro un pc o al telefono si improvvisano investigatori. Ato dà loro una prima lista di nomi, quelli che conosceva, quelli che sono finiti con lui nel lager di Tarek al Mattar prima e Zintan dopo. Arrivano anche delle foto, terribili, della vita e della morte in quei gironi infernali. L’impresa è guardare volto per volto, individuare ogni particolare, cicatrici, forma della fronte, padiglione auricolare, confrontarle tra di loro, arrivare a riconoscimenti certi. In una delle foto c’è Josi, ma lui da quel lager non esce vivo.
La morte di Josi
«La J di JL Project è in sua memoria, così come la L è quella di Loni. La morte e la vita», spiega Sarita Fratini. Josi, dunque, diciottenne eritreo anche lui, grande amico di Ato, stava bene quando è salito sulla AssoVentinove e anche quando è stato rinchiuso di nuovo nel centro di detenzione. Finisce in un capannone di Zintan infestato dalla tubercolosi, viene contagiato anche lui. Nessuno lo cura, muore per terra insieme ad altri venticinque ragazzi sotto gli occhi angosciati dei compagni. E muore tragicamente anche Amela, ragazza eritrea “dimenticata” a Trik Al Sikka, mai evacuata come spesso accade alle giovanisime che viaggiano sole e che i carcerieri non vogliono lasciare andare abusando di loro o vendendole. Finisce stuprata e poi uccisa con un colpo di pistola alla testa mentre cercava di opporsi.
La nascita di Loni
E che fine hanno fatto le donne? Allo sbarco sono state separate dagli uomini e portate nel centro di Trik Al Sikka. Sarita ha un contatto anche lì. «Riesco a rintracciare una delle donne deportate, Kissa, ma quando le parlo lei è molto brusca. Sono italiana come quelli che l’hanno rispedita lì. Poi si scioglie e mi passa altri contatti». È un passaparola che conduce Sarita fino a Daya, la donna con il pancione. «Ha partorito qui, per terra, ti mando una foto di lei con il bimbo. È bellissimo, si chiama Loni, facciamo la colletta ogni giorno per dargli il latte che qui non ce ne danno e lei non ne ha», mi spiega Kissa. Suo padre lo vedrà solo molti mesi dopo, lo hanno subito separato dalla moglie che stava per partorire. Lo hanno preso a frustate perché non voleva separarsi da lei.
I cinque “vincitori”
«Il momento in cui li ho chiamati per comunicargli di aver vinto la causa è stato uno dei più emozionanti della mia vita – racconta Sarita – Quando è arrivata la sentenza non stavo nella pelle di dirglielo. Felici sì, ma la prima cosa che mi hanno detto è stata: “E gli altri di noi che sono rimasti in Libia?”. Con questo gruppo di persone siamo diventati una famiglia, il loro più grande desiderio è che anche gli altri riescano ad arrivare in Europa».
Adesso sono tutti rifugiati e duque le loro complete identità e i luoghi in cui vivono sono da proteggere. Ma qualcosa di loro si può raccontare. Il piccolo Loni, innanzitutto. Adesso ha appena compiuto sei anni, la metà dei quali trascorsi nel Regno Unito dove è stato reinsediato dall’Unchr insieme alla sua mamma e al suo papà. Che hanno avuto la “fortuna”, proprio grazie alla presenza del piccolo, di essere tirati fuori dalla Libia. Eritrei, con un bimbo piccolo, Daya e Eden avevano tutti i requisiti per essere evacuati e così dopo circa un anno sono stati portati nel campo in Niger delle Nazioni Unite dove i profughi restano in attesa di reinsediamento secondo le disponibilità date dai Paesi ospitanti. A loro è toccato il Regno Unito dove la famiglia eritrea ha finalmente trovato pace e si è allargata: Loni ha adesso due sorelline e si appresta a cominciare la prima elementare. Per loro i 45.000 euro in arrivo dall’Italia sono davvero un tesoro che non avrebbero mai pensato di mettere insieme.
Nel Regno Unito è riuscito (non si sa bene come )ad arrivare anche Ato, il ragazzino che – parlando per primo fortunosamente con Sarita Fratini dall’interno del lager di Zintan – ha dato il via a questo incredibile lavoro di indagine. Da Zintan, Ato nei mesi successivi è riuscito a fuggire per poi salire di nuovo su un gommone con il quale è riuscito a raggiungere Malta. E da lì, illegalmente però, anche lui è arrivato fino al Regno Unito. Adesso ha le carte in regola, lo status di rifugiato, nessuna intenzione di venire in Italia ma solo quella di godersi i suoi 15.000 euro. «E finalmente sta imparando l’inglese. Prima mi diceva solo, “Hey, sister”. Ora ha imparato a dire: “We won”».
In Italia, invece, a Rimini, arrivato con uno dei pochissimi corridoi umanitari direttamente dalla Libia aperti da Unhcr quando al Viminale sedeva Luciana Lamorgese, è rimasto Solomon, sudanese, anche lui con tutti i requisiti per ottenere lo status di Rifugiato.
Una sentenza storica
Le prove faticosamente trovate dai volontari del JL Project ( nonostante i ripetuti rifiuti di accesso agli atti opposti dal ministero dei Trasporti) sono state portate davanti ai giudici del tribunale civile di Roma dagli avvocati di Asgi, Cristina Laura Cecchini, Luca Saltalamacchia, Giulia Crescini, Alberto Guariso, Salvatore Fachile, Lucia Gennari e Loredana Leo e il 26 giugno il giudice Corrado Bile ha emesso una sentenza che sei anni fa nessuno avrebbe mai neanche sognato. «Mi prendevano per pazza, visionaria, e invece insieme a quelli che hanno voluto scommettere con me siamo arrivati qui», dice Sarita Fratini.
Condannati in solido a risarcire, con sentenza immediatamente esecutiva 15.000 euro a ciascuno dei cinque rifugiati costituisi in giudizio, la presidenza del Consiglio ( governo Conte 1), i ministeri della Difesa e dei Trasporti ( ministri Trenta e Toninelli), il comandante della Asso Ventinove Corrado Pagani e la società armatrice Augusta off shore. Assolto il ministero dell’Interno.
La sentenza riconosce una prassi ormai collaudata da molti anni con il coordinamento delle operazioni nella Sar libica affidato alla Marina italiana che dirige di fatto i movimenti delle motovedette donata dall’Italia alla guardia costiera libica. Così avvenne quel giorno, con la nave Duilio della Marina italiana che avrebbe chiesto l’intervento della Assoventinove per trasbordare i migranti dalla motovedetta libica e riportarli in Libia. «Il fatto che la Libia non sia un luogo sicuro costituisce, allo stato, acquisizione pacifica nella giurisprudenza di legittimità», scrive il giudice che poi conclude: «Il fatto che avvengano sbarchi in luoghi “non sicuri” si traduce, peraltro, in una violazione del principio del non-respingimento, nonché del divieto di ‘espulsioni collettive’ e, più in generale, del diritto alla ‘protezione internazionale’ accordato ai rifugiati (in fatto e/o in diritto) e ai richiedenti asilo… l’esistenza di una SAR libica e quindi di una responsabilità primaria (ma non esclusiva) del coordinamento delle operazioni di salvataggio a carico della Libia, non può far venir meno il rispetto degli obblighi internazionali da parte dello Stato italiano, che ha o comunque avrebbe dovuto avere un controllo di fatto sui migranti».
Il collettivo di “investigatori”
E adesso, le “squadre” del JL Project, rinfoltite dall’ adesione di una cinquantina di volontari dopo l’ingresso in Mediterranea Saving humans, si prepara alle altre battaglie giudiziarie. Sarita riunisce i suoi in terrazza del suo appartamento. Con lei oggi ci sono Alessandro ed Erika, gli altri, Nicolò, Luigi si collegano su Zoom. Sono loro i coordinatori delle varie squadre, l’investigativa, la tecnica, il legal team, quella degli intervistatori. Sono sparsi in tutto il mondo, Regno Unito, Polonia, califronia, Germania, Sudan.
«La nostra attività non costa un euro – spiega Sarita – siamo tutti volontari, lavoriamo dietro un pc, analizzando dati, documenti, post, database, utilizziamo software di riconoscimento facciale, lettura dei tracciati in mare e in cielo. Tutti dati già pubblicati ma che nessuno si è mai sognato di tirare fuori e mettere insieme. Devo dire che da quando abbiamo aderito a Mediterranea Saving humans il numero delle persone che hanno aderito al progetto è aumentato. Ora siamo una cinquantina ma abbiamo bisogno di tante gente in più perché ci aspettano tante altre indagini e tante cause. E non mi stanco di ripeterlo, non serve nessuna preparazione specifica. Anzi più digiuni si è meglio è, questo lavoro si impara facendolo».
E di lavoro ce n’è proprio tanto.Dal database dell’operazione europea Themis a cui l’Italia partecipa, ad esempio, viene fuori il gran numero di respingimenti operato da Frontex, con gli aerei in volo sul Mediterraneo che segnalano la presenza di imbarcazioni di migranti alle motovedette libiche. E alcuni giornalisti tedeschi hanno trovato piu di 2.000 messaggi in una chat tra Frontex e i libici.
«Per fermare i respingimenti – dice Sarita Fratini – la soluzione migliore è fare causa civile. Qui vinciamo, invece i fascicoli penali vengono quasi sempr achiviati. Le cause già imbastite sono 36. Funziona così: il JL Project si occupa di trovare le prove dell’illegalità dei respingimenti e quelle della presenza a bordo dei singoli migranti, se e quando le trova passa tutto agli avvocati immigrazionisti di Asgi che si occupano di recuperare le procure di tutti e avviare le cause civili».
« Sono numerose le persone sopravvissute a quel respingimento che si trovano ancora in Libia e con le quali stiamo lavorando affinché possano entrare legalmente in Italia e chiedervi protezione – racconta il pool di legali -I tribunali italiani continuano a ripeterlo: le politiche di esternalizzazione con cui si bloccano o respingono le persone in paesi insicuri come la Libia, ma anche la Tunisia, comportano gravissime violazioni dei diritti fondamentali, di cui l’Italia è responsabile».
Nicolò, a capo del team legale, è l’uomo dei riconoscimenti fotografici. Guarda nei dettagli migliaia e migliaia di volti, nei minimi particolari, una ricerca capillare, un lavoro certosino di confronto, aiutato da un software di riconoscimento facciale. Lui è uno dei fondatori del JL Project: « Il nostro collettivo ha bandito il concetto di impossibile. Quello che ci caratterizza è il rapporto di fiducia e di collaborazione con chi è riuscito ad arrivare in Europa ma anche con chi sta ancora lì. Uno scambio continuo di vite personali. Anche quelli che alla fine si sono salvati sono disponibili a qualsiasi ora di qualsiasi giorno per aiutare chi è rimasto in Libia. Rendere giustizia a queste persone, non lasciarle nell’oblio del Mediterraneo è per noi la soddisfazione più grande».