Vibo Valentia, la rabbia dei sanitari in corsia: “Rischiamo la vita tutti i giorni, ma i militari sono solo uno spot”
di Alessia CanditoUna jeep verde passa lenta lungo la statale che costeggia l’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. Non è un caso, ma un test, da lunedì sarà prassi. Per il prefetto Giovanni Grieco, auspicabilmente un deterrente in grado di raffreddare animi e intenti di chi trascenda i limiti della civile protesta, per sfogare frustrazione, dolore, rabbia su medici e infermieri.
L’esercito in città si vede da più di quindici anni, da quando è iniziata l’operazione Strade sicure. Nella zona dell’ospedale, mai. Almeno fino ad oggi. E anche se non ci saranno sacchetti di sabbia e militari schierati davanti al pronto soccorso, neanche un presidio fisso come spesso accade di fronte a edifici sensibili, in città la cosa fa notizia. E divide.
«Se pensano di risolverla così. A me sembra solo uno spot», sbuffa un infermiere a fine turno. «Dopo un’aggressione, anche io avevo chiesto che mandassero qualcuno, persino l’esercito, magari è un deterrente», dice la dottoressa Marianna Rodolico, da 25 anni in pronto so…
Una jeep verde passa lenta lungo la statale che costeggia l’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia. Non è un caso, ma un test, da lunedì sarà prassi. Per il prefetto Giovanni Grieco, auspicabilmente un deterrente in grado di raffreddare animi e intenti di chi trascenda i limiti della civile protesta, per sfogare frustrazione, dolore, rabbia su medici e infermieri.
L’esercito in città si vede da più di quindici anni, da quando è iniziata l’operazione Strade sicure. Nella zona dell’ospedale, mai. Almeno fino ad oggi. E anche se non ci saranno sacchetti di sabbia e militari schierati davanti al pronto soccorso, neanche un presidio fisso come spesso accade di fronte a edifici sensibili, in città la cosa fa notizia. E divide.
«Se pensano di risolverla così. A me sembra solo uno spot», sbuffa un infermiere a fine turno. «Dopo un’aggressione, anche io avevo chiesto che mandassero qualcuno, persino l’esercito, magari è un deterrente», dice la dottoressa Marianna Rodolico, da 25 anni in pronto soccorso. Due anni fa, il figlio di un paziente, le ha letteralmente messo le mani al collo, tentando di strangolarla. Motivo? Il padre, con un piede rotto ma in condizioni non critiche, aspettava da giorni il trasferimento in un altro ospedale, ma non si riusciva a trovare un’ambulanza. «Gli ho solo chiesto se non preferisse portarlo lui», racconta la dottoressa. Apriti cielo. «Inizialmente avevo paura, ma la passione per questo lavoro mi ha sempre spinta ad andare avanti».
E facile non è, perché insulti, minacce, aggressioni verbali e non, sono continue. Paolo è un “triagista”, l’infermiere che ascolta i pazienti all’arrivo, fa una prima valutazione, stabilisce gravità e priorità dei singoli casi. A luglio, il parente di una donna che attendeva di essere visitata lo ha quasi fatto finire a terra con uno schiaffone. «In due mesi, ho ricevuto tre aggressioni, una fisica e due verbali,minacce. Ma non mollo perché è qui che puoi davvero salvare la vita a una persona». Quindi la paura la mastichi e la vinci, ingoi gli insulti, con la consapevolezza che il problema non è dello Jazzolino, o di Vibo, ma di sistema.
«In Italia tocca decidere se si vuole ancora una sanità pubblica o no. Nel caso, ci vogliono risorse», spiega Franco Zappia, primario di Chirurgia generale. Quando ha preso in mano il reparto, il “caso Federica Monteleone”, la ragazzina morta durante un’appendicectomia a causa di un black out che ha paralizzato una sala operatoria, era ancora fresco. Nella Calabria capitale dei malati che emigrano in cerca di cure, oggi da lui “bussano” anche pazienti di altre regioni. «C’è una sanità che funziona, nonostante le strutture».
Più di un decennio di commissariamento ha svuotato la regione di ospedali e ambulatori, i reparti di personale. «La medicina territoriale è totalmente saltata, i pronto soccorso sono l’unico punto di accesso alle cure — spiega Vittorio Sacco di Usb — Noi da tempo abbiamo proposto di dotarli di psicologi che assistano pazienti e familiari, di medici e paramedici. L’esercito è inutile».
Per dare fiato a reparti allo stremo, in Calabria da anni lavorano 270 medici cubani, altri 90 arriveranno a dicembre, altri ancora nel 2025, mentre si lavora per assumere gli specializzandi. «L’esercito è solo un’altra sconfitta. La violenza nei reparti è un fenomeno complesso, diffuso in tutta Italia, e che merita un approccio complesso», spiega il dottore Rubens Curia, manager sanitario di lungo corso, incluso dell’ospedale di Vibo. «Bisogna rafforzare gli ospedali, sviluppare una medicina territoriale perché l’80 per cento degli ingressi in pronto soccorso è inappropriato e troverebbe migliore risposta in presidi più prossimi, ma abbiamo anche un problema culturale». Ci vorrebbero campagne informative, spiega il manager «ma dopo tanti colleghi che si sono sacrificati, si mette in piedi una commissione d’inchiesta sul Covid che è una vergogna. L’ennesimo colpo all’autorevolezza dei sanitari, della medicina in generale, Sono messaggi pericolosi, che sui più fragili rischiano di fare presa».