Da proposte di legge a fondi pubblici destinati alle associazioni Pro-vita negli ospedali. Fino alla decimazione dei consultori: così si erode l’accesso all’Ivg
Da proposte di legge a fondi pubblici destinati alle associazioni Pro-vita negli ospedali. Fino alla decimazione dei consultori: così si erode l’accesso all’Ivg
di CHIARA NARDINOCCHI
Stratagemmi, giochi di parole e fondi pubblici che per una svista finiscono alle associazioni Pro-Vita invece che nei centri antiviolenza. Negli ultimi anni, con un’accelerazione dopo la pandemia e durante il governo Meloni, il diritto all’aborto è al centro di una guerra silenziosa che usa armi di deterrenza e ostacola di fatto l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza. E il tutto avviene senza “toccare la 194”.
Di fatto la legge che in Italia regola l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) non prevede né il diritto di aborto né riconosce alla donna quello all’autodeterminazione, ma pone dei confini entro i quali abortire non è reato. All’interno di questa ambiguità rimane ampio spazio di manovra per chi intende ostacolare il ricorso all’Ivg. Negli anni, nonostante le raccomandazioni e le accuse della comunità scientifica internazionale, in Italia si è assistito ad un susseguirsi di iniziative che provavano a limitare l’azione delle donne rimanendo di fatto all’interno della 194.
“C'è in atto una manipolazione della legge - spiega Elisa Visconti direttrice di Medici del Mondo – Il governo sa che toccandola si creerebbe un caos politico, quindi sta sfruttando le zone d’ombra per creare una serie di impedimenti.
Nel report di Medici del Mondo “Aborto a ostacoli. Come le politiche di deterrenza minacciano l’accesso all’Ivg in Italia”, l’ong fa il quadro di come negli anni l’accesso all’aborto sia diventato sempre più difficile.
A fronte di tempistiche molto stringenti entro le quali effettuare la pratica medica, la legge oggi prevede la necessità di un certificato di idoneità della richiedente per verificarne le motivazioni. “L’aborto – continua Visconti – viene trattato come atto collettivo. Alla donna viene tolta la titolarità di scelta creando una pressione psicologica per accedere ad una prestazione sanitaria che per legge le spetterebbe di diritto”.
A causa dell’inesorabile riduzione dei consultori e delle percentuali, in alcuni casi bulgare, di obiettori all’interno delle strutture sanitarie (di cui i dati sono fermi al 2021), i tempi di attesa delle persone incinte che intendono abortire si allungano. E in questa corsa contro il tempo va a pesare anche un’altra prassi, quella della settimana di attesa prevista tra il rilascio del certificato e la pratica dell’Ivg.
“In Italia – spiega Federica di Martino, Psicoterapeuta e creatrice di “IVG ho abortito e sto benissimo” - si tende a rallentare questo tipo di scelta perché il presupposto è che le donne non siano capaci di decidere della loro vita. Così vediamo regioni come le Marche, che ancora non hanno adeguato a 9 settimane il termine per l'Ivg farmacologico tenendolo fermo a 7, con liste d'attesa lunghissime a causa della presenza massiccia di obiettori. Poi c'è la settimana di riflessione che serve solo ad alimentare la colpevolizzazione e l'infantilizzazione delle donne”.
La narrazione che investe l'aborto è profondamente ideologica e ruota attorno ai temi del dolore e della colpevolizzazione. L'aborto è un'esperienza e come tale può essere connotata da coloriture emotive estremamente diverse. A renderlo doloroso non è la scelta in sé, ma chi la nega o tenta di far di tutto per ostacolarla”
-FEDERICA DI MARTINO, Psicoterapeuta e creatrice di “IVG ho abortito e sto benissimo”
Il quadro italiano è molto vario. All’interno della stessa regione, per esempio, possono esistere strutture operanti e altre che prevedono il 100% di personale obiettore. Ma la frammentazione emerge anche nelle strategie e nelle linee adottate dai diversi consigli Regionali che in alcuni casi hanno dato vita a “modelli”, come nel caso delle Marche, che costituiscono un unicum nella non applicazione delle direttive internazionali.
È proprio a livello regionale che diventano più evidenti i tentativi di determinate forze politiche di limitare l’accesso al diritto all’aborto. In Lombardia, già dall’epoca di Roberto Formigoni, la regione prevede un patto di collaborazione tra strutture sanitarie e associazioni antiabortiste. “La possibilità di far entrare enti del terzo settore o di volontariato all'interno degli ospedali - continua Visconti - ha di fatto spalancato le porte agli antiabortisti arrivano ad offrire soldi pur di dissuadere le donne. Ultimamente il fenomeno è aumentato molto, in primis in Lombardia, dove si è arrivati a una deroga alla obiezione di struttura perché i consultori e le strutture sanitarie private convenzionate non hanno gli stessi obblighi del pubblico”. La novità più rilevante della delibera del 2000 della giunta Formigoni è che “in deroga a quanto stabilito dalle norme, i consultori familiari privati possono escludere dalle prestazioni rese quelle previste per l’interruzione volontaria di gravidanza, comprese quelle connesse o dipendenti da dette prestazioni”. Di fatto, si legittima l’obiezione di struttura, non consentita dalla legge 194.
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La regione Umbria non è nuova alla presenza e alla vicinanza di associazioni antiabortiste. La presidente Donatella Tesei, poco prima di essere eletta nel 2019 con la Lega, aveva aderito al Manifesto valoriale per la famiglia promosso da sette associazioni (tra cui ProVita & Famiglia). Qualche mese dopo, a giugno 2020, la Giunta ha abrogato la possibilità di accedere all’aborto farmacologico in day hospital o al proprio domicilio, sotto osservazione del medico, prevedendo un necessario ricovero di tre giorni in totale controtendenza rispetto alla linea della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia che in pieno covid prescriveva il ricorso alla RU486 per evitare di intasare gli ospedali e le sale operatorie. La Regione Umbria, comunque, ha continuato a ignorare le nuove linee di indirizzo ministeriali sull’IVG con metodo farmacologico fino a dicembre 2020, quando è stata costretta a rivedere la delibera, consentendo la RU486 fino alla 9° settimana, in day hospital ma esclusivamente in ospedale. A novembre del 2020, la consigliera della Lega Paola Fioroni ha proposto una legge regionale che conteneva una serie di integrazioni e modifiche al Testo unico in materia di sanità e servizi sociali che prevedeva, tra le altre cose, il sostegno della natalità e la tutela “della vita umana fin dal concepimento e in tutte le sue fasi”, favorendo “interventi volti a prevenire e a rimuovere le difficoltà economiche, sociali e relazionali che possano indurre all’interruzione di gravidanza, anche attraverso apposite convenzioni con soggetti non istituzionali”. Quattro anni dopo, a luglio 2024, il testo ha avuto il suo primo sì, raccogliendo il plauso dei movimenti contro la libertà di scelta. Secondo la maggioranza, la legge avrà l’approvazione definitiva entro la fine della legislatura (che scade nell’autunno di quest’anno). Nello stesso periodo è stato approvato l’atto di indirizzo proposto sempre dalla Lega sul Sostegno alle donne in gravidanza e alla vita nascente, che chiede alla Giunta Tesei il finanziamento di “interventi di promozione e realizzazione di progetti individuali di accompagnamento alla gravidanza, di promozione del valore sociale della maternità da parte di organizzazioni e associazioni operanti nel settore della tutela materno infantile”.
63,9%
dei ginecologi obiettori
2
i consultori attivi a Perugia
15-21giorni
attesa del 16,6% delle donne per avere il certificato di idoneità
È la pioniera della collaborazione tra amministrazione regionale e movimenti contro l’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2010 è stata la prima a istituire un fondo gestito dal Movimento Per la Vita e lanciato da Roberto Formigoni. Nasko era un fondo di 5 milioni per erogare un assegno mensile di 250 euro per 18 mesi per quelle donne che “rinunciano a una interruzione della gravidanza che sarebbe stata determinata da problemi economici”. A Nasko è seguito nel 2013 il fondo Cresco53, sostituito poi tra il 2016 e il 2018 dal Bonus famiglia. Il 5 marzo 2024 è stata approvata una mozione presentata dalla Lega che impegna la Regione a “introdurre le azioni necessarie per la valorizzazione sociale” e “per sostenere e diffondere anche a livello informativo il prezioso lavoro dei CAV” (Centri di Aiuto alla Vita), “a valorizzare le ‘culle per la vita’ e a promuovere l’ulteriore diffusione di questi strumenti in collaborazione con le Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST) e i CAV. Rafforzando quindi i passi già fatti in passato. Una convenzione in vigore fino al dicembre 2021 prevedeva che l’azienda concedesse alle associazioni “una stanza in uso gratuito” all’interno degli ospedali, autorizzando “l’esposizione di locandine d’informazione” per segnalare “gli scopi e le attività”. Ai volontari, inoltre, “è consentito l’accesso nei reparti di Ostetricia e Ginecologia”.
Nel 2000 una delibera della Giunta regionale ha spalancato le porte ai privati. Attraverso il sistema di accreditamento, è permesso alle strutture private di erogare prestazioni allo stesso prezzo delle pubbliche. Ma la novità più rilevante della delibera del 2000 è che “in deroga a quanto stabilito dalle norme, i consultori familiari privati possono escludere dalle prestazioni rese quelle previste per l’interruzione volontaria di gravidanza, comprese quelle connesse o dipendenti da dette prestazioni”. Di fatto, si legittima l’obiezione di struttura, non consentita dalla legge 194.
49%
Ivg farmacologiche
sul totale delle Ivg
53%
media generale di obiettori
194
totale dei consultori
(152 pubblici/86 privati)
Obiettori, consultori depotenziati o che chiudono per mancanza di personale, necessità di spostarsi per abortire e poca possibilità di accedere all’IVG con metodo farmacologico. È questo il “modello Marche” più volte elogiato da Fratelli d’Italia che dal 2020 guida la Regione. I consultori sono in media uno ogni 22.533 abitanti . Sono aperti circa 11 ore a settimana, il 38% è aperto solo uno o due giorni a settimana. Solo 26 sedi su 66 rilasciano la certificazione per l’IVG e solo 25 sedi offrono il percorso IVG territorio-ospedale. L’11,3% delle IVG effettuate dalle residenti nelle Marche viene effettuata in altra Regione. Una percentuale che sale al 15,9% e al 23,6% a Pesaro e Ascoli, essendo Province di confine. Il dato è superiore sia a quello delle Regioni del Centro Italia (4,5%) sia alla media nazionale (8%). Nelle Marche 18% delle persone che vogliono effettuare l’IVG si spostano fuori dalla provincia di residenza (la media nazionale è del 12%).
Risulta che nel 2021 la Regione ha concesso con decreto 63.000 euro alla Federazione Consultori Marchigiani di ispirazione cristiana Regione Marche. A giugno 2023 la consigliera Manuela Bora ha fatto un’interpellanza all’assessore alla Sanità Filippo Saltamartini chiedendo quali fossero le intenzioni della Giunta in merito. La risposta dell’assessore è stata che sono già pervenute in Regione alcune richieste di accesso ai consultori e che verranno valutate. “Con il decreto Pnrr entrano gli antiabortisti nei consultori, però si parla ormai da qualche anno di ‘modello Marche’ e probabilmente qui era già tutto pronto, tutto fatto, non lo sapevamo neanche noi. Adesso lo abbiamo scoperto”, dichiara Tiziana Antoniucci di Aied.
70%
obiettori di coscienza
66
i consultori di tutta la Regione
9
i consultori in cui non ci sono obiettori
Lo scorso 23 aprile il Senato ha approvato un emendamento all’articolo 44 del disegno di legge per l’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) che prevede che le Regioni, nell'organizzazione dei servizi consultoriali, possono avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo Settore con qualificata esperienza nel sostegno alla maternità.
L’emendamento, firmato dal deputato Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia, agevola all’interno dei consultori la presenza di organizzazioni che solitamente coincidono con gruppi contro l’IVG. Non si tratta di un fenomeno nuovo. La loro presenza in realtà era già prevista dall'articolo 2 della 194, ma quindi cosa cambia? In primis, si dà appoggio governativo esplicito alla presenza di questi gruppi nella sanità pubblica. Inoltre, con questo emendamento cambia il soggetto che potrà scegliere le associazioni da inserire nei consultori. Se l’articolo 2 della legge 194 indicava nei consultori stessi gli autori della selezione, adesso è la Regione a imporre dall’alto, secondo criteri non ben specificati e a seconda delle visioni politiche.
Finora queste organizzazioni hanno potuto contare su finanziamenti esteri o da privati, ma negli ultimi tempi sono sempre più i segnali che indicano un flusso di liquidità proveniente dalle istituzioni.
“L'ingerenza dei gruppi Pro vita è sostenuta da fondi pubblici; quindi, dalle nostre tasse – denuncia l’attivista di Martino - Lo abbiamo visto in principio con il fondo "Vita Nascente” in Regione Piemonte con lo stanziamento di 460 mila euro, cifra poi raddoppiata al secondo mandato e portata a un milione di euro. Soldi finiti in iniziative come la "stanza dell'ascolto" a Torino. Perché non investono questi soldi in iniziative di welfare per aiutare tutte le famiglie?".
Ancora non è chiaro l’ammontare totale e i destinatari. Per saperlo di Martino ha presentato un’interpellanza rimasta ad oggi inascoltata.
"Nonostante sia stata presentata una richiesta per avere contezza di quali convenzioni siano attive, dei fondi per sostenerle e di quanti soldi pubblici siano stati spesi, al momento non ci sono dei dati a disposizione - sottolinea di Martino - E questa è una cosa gravissima perché così è impossibile monitorare come vengono spesi i soldi dei cittadini e cosa accade nei presidi della Salute e della formazione".
I dati sui fondi pubblici destinati alle associazioni antiabortiste non sono disponibili e per averli è necessario fare una richiesta di accesso agli atti che è una procedura non alla portata di tutti”
-Elisa Visconti, direttrice Medici del Mondo Italia
“Per ora - sottolinea Visconti - abbiamo evidenza di quella che sembra essere la punta di un iceberg. Qualcosa nelle Marche, o iniziative come la stanza dell'ascolto a Torino. Ma abbiamo anche scoperto che alcuni fondi stanziati per i centri antiviolenza sono finiti ai centri per l'aiuto alla vita. Non abbiamo ancora una mappatura della quantità, ma quello che posso dire è che c'è sempre più una tendenza a usare soldi pubblici per le politiche di deterrenza”.
Eppure, una soluzione ci sarebbe. L’uso dell’aborto farmacologico, fortemente raccomandato dall’Oms e ormai metodo principale in gran parte dei paesi europei, in Italia stenta ancora a decollare a causa delle restrizioni, prive di fondamento scientifico, imposte da alcune regioni. L’Organizzazione mondiale della sanità ha emanato delle linee guida in base alle quali, con il sostegno e le informazioni adeguate, è possibile autogestire alcune o tutte le fasi di una IVG farmacologica, anche a casa propria o attraverso la telemedicina.
Consigli ignorati dall’Italia che nell’agosto del 2020, in piena pandemia di Covid-19, ha visto, attraverso una circolare ministeriale, aggiornare le Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con la RU486, riconoscendo la possibilità di ricorrere all’IVG con procedura farmacologica in day hospital in tutte le Regioni, di poter effettuare la procedura in consultorio ed estendendo il limite per la somministrazione del farmaco da 7 a 9 settimane (in linea con altri Paesi europei).
Nonostante queste raccomandazioni, la maggioranza delle Regioni italiane ha emanato linee in direzione opposta imponendo che la procedura fosse monitorata dalle strutture sanitarie. In alcuni casi, come in Umbria, si è arrivati a imporre il ricovero di tre giorni, mentre in altri si è tradotto nella costrizione di recarsi diverse volte negli ospedali: per l’accettazione, per la prima pillola, poi per la seconda e infine per il controllo.
“Non è solo una questione di numeri. Ma anche qualitativa – spiega Visconti - In Italia si è costretti ancora a recarsi in ospedale con tutto quello che presuppone sia da un punto di vista logistico ed economico, ma anche psicologico perché spesso si entra in contatto con un personale obiettore e giudicante o nel peggiore dei casi con Provita che cercano di farti cambiare idea. E questo aspetto, come si comportano le persone di fronte a una donna che vuole abortire, non è tracciato da nessun dato. Togliere la possibilità a una donna di abortire in casa è ledere il suo diritto e la sua salute mentale".
Senso di colpa, sofferenza emotiva, ma anche condizioni come ansia e depressione sono emozioni e patologie da sempre legate alla narrativa sull’aborto.
In realtà, alcune ricerche come lo studio “Turnaway” portato avanti dall’Università della California, dimostrano che a pesare sulla psiche delle donne siano principalmente le difficoltà che devono affrontare per accedere all’aborto. Basti pensare a tutte le mosse messe in atto per far desistere le donne che trovano la loro massima espressione nella pratica del l’ascolto del “battito fetale”. La rilevanza di questi temi è tale che l’Oms ormai non parla più solo di aborto libero e sicuro ma anche di aborto rispettoso perché la parte qualitativa può provocare problemi di salute mentale.
“Dal punto di vista procedurale l'ecografia va fatta solo al momento dell'aborto perché serve ad accertare che non ci siano problemi. È un accertamento per il personale medico, non dovrebbe nemmeno essere guardata dalla paziente. Invece, si arriva addirittura ad usare l'ecodoppler per far ascoltare il rumore delle cellule cardiache col fine di far desistere la donna. Ma è una pratica che in vista di un aborto non ha alcun senso, crea solo dolore”.
“Per far capire come ci sia una battaglia contro l'autodeterminazione delle donne – conclude di Martino - basti pensare alle 160mila firme raccolte per obbligare le donne ad ascoltare quello che in gergo viene chiamato "battito fetale". I promotori parlando di una pratica per stimolare una maggiore responsabilità, ma in realtà è una forma di violenza estrema legittimata, ad esempio nell'Ungheria di Orbán attraverso una legge specifica e che vuole essere portata avanti anche in Italia per far sentire le donne colpevoli e per creare quel trauma dell'aborto di cui tanto si parla”.