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“Ho perso Giulia ma non volevo”. La lettera di Filippo Turetta dal carcere e la strategia sulla premeditazione

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Scritta ai genitori dopo l’arresto in Germania. Ora rispunta a processo appena iniziato
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«Ho perso la persona più importante della mia vita. Io non volevo, non so perché l’ho fatto, non avrei mai pensato o voluto succedesse niente del genere. Non sono cattivo». All’indomani della prima udienza del processo, e in attesa delle sue parole in aula il prossimo 25 ottobre, quando sarà sentito dai giudici della Corte d’assise di Venezia, riemergono le frasi che Filippo Turetta — reo confesso per il femminicidio di Giulia Cecchettin — scrisse a mano in carcere, in Germania, appena dopo l’arresto che pose fine alla sua latitanza.

Parole — in parte rese note da alcuni servizi televisivi nei mesi scorsi e pubblicate ieri integralmente dal Corriere — che nonostante siano di quasi un anno fa riattualizzano le (poche) chance in mano alla difesa per evitare il fine pena mai all’ex studente di Torreglia. Come il tentativo di mostrare pentimento, o di allontanare l’aggravante della premeditazione. «Le indagini sono ben fatte, poi dal punto di vista giuridico-argomentativo possiamo …

«Ho perso la persona più importante della mia vita. Io non volevo, non so perché l’ho fatto, non avrei mai pensato o voluto succedesse niente del genere. Non sono cattivo». All’indomani della prima udienza del processo, e in attesa delle sue parole in aula il prossimo 25 ottobre, quando sarà sentito dai giudici della Corte d’assise di Venezia, riemergono le frasi che Filippo Turetta — reo confesso per il femminicidio di Giulia Cecchettin — scrisse a mano in carcere, in Germania, appena dopo l’arresto che pose fine alla sua latitanza.

Parole — in parte rese note da alcuni servizi televisivi nei mesi scorsi e pubblicate ieri integralmente dal Corriere — che nonostante siano di quasi un anno fa riattualizzano le (poche) chance in mano alla difesa per evitare il fine pena mai all’ex studente di Torreglia. Come il tentativo di mostrare pentimento, o di allontanare l’aggravante della premeditazione. «Le indagini sono ben fatte, poi dal punto di vista giuridico-argomentativo possiamo discutere sulle aggravanti della crudeltà e della premeditazione», ha detto la sua difesa lunedì in aula: «Poi sarà la Corte d’assise a stabilire se Filippo Turetta merita l’ergastolo oppure se un ragazzo di 22 anni può essere condannato a trent’anni».

«Ho peggiorato il mondo», scriveva Turetta ai genitori dal carcere tedesco, dopo la cattura. «Vivrò la mia intera vita in carcere adesso». E riferendosi a Giulia Cecchettin: «Ho perso la persona più importante della mia vita, la persona che è tutto per me e a cui da due anni penso ininterrottamente ogni giorno, la persona più bella e speciale io potessi mai incontrare in tutta la mia vita e tutto questo per colpa mia». Poi le parole per il padre e la madre: «Capirei e accetterei se d’ora in poi voi vogliate dimenticarmi e rinnegarmi come figlio. Sarebbe meglio un figlio morto che un figlio come me». Oltre a un lungo elenco di modi che aveva escogitato per togliersi la vita.

Anche in questi mesi, su impulso del suo difensore, Turetta ha scritto molto in carcere a Verona. E si prepara all’interrogatorio, dopo che gli avvocati hanno rinunciato a sentire ogni testimone o a mettere in discussione la ricostruzione della procura, che accusa il 22enne di omicidio pluriaggravato. Fa discutere, intanto, l’esclusione delle associazioni dal processo. «Desta preoccupazione e sconcerto la decisione della Corte d’assise di Venezia di non ammettere la costituzione di parte civile delle associazioni femministe. Farlo, poi, sostenendo che questo non è il processo contro i femminicidi ma contro Turetta rischia di generare, oltre che un grande frainteso, un pericoloso passo indietro», dice la senatrice Pd Valeria Valente.

Protestano le associazioni escluse. Felicia D’Amico (“Insieme a Marianna”) dice: «Il femminicidio non è mai solo una questione privata; ha un impatto pubblico e sociale, che merita un riconoscimento processuale». L’avvocata Rossella Mariuz dell’Udi sottolinea: «Una perdita non solo per il processo, ma per la comprensione completa e articolata di questi fenomeni». Ilaria Deflorian (“I Care We Care”) parla di «passo indietro». «Una follia, anzi una decisione che banalizza l’importanza delle associazioni di donne e dei Centri antiviolenza» secondo Elisa Ercoli di Differenza Donna.

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