L’ufficio del procuratore della Repubblica di Torino, Giovanni Bombardieri, a quasi due settimane da quando si è insediato, è un viavai di magistrati e investigatori per riunioni organizzative e incontri operativi. Il giorno in cui ha messo piede nel palazzo di giustizia ha voluto ricordare alcuni magistrati che sono stati protagonisti con il loro lavoro nell’ufficio torinese, come Bruno Caccia, vittima della mafia, e poi i procuratori Marcello Maddalena, Gian Carlo Caselli e Armando Spataro e Anna Maria Loreto che lo hanno preceduto. «Tutti magistrati», dice «che hanno dato grande lustro alla magistratura e nel cui solco di duro e determinato contrasto alla criminalità organizzata e ad ogni altra forma di criminalità, senza sconti per alcuno, intendo svolgere il mio nuovo incarico».
L’ufficio del procuratore della Repubblica di Torino, Giovanni Bombardieri, a quasi due settimane da quando si è insediato, è un viavai di magistrati e investigatori per riunioni organizzative e incontri operativi. Il giorno in cui ha messo piede nel palazzo di giustizia ha voluto ricordare alcuni magistrati che sono stati protagonisti con il loro lavoro nell’ufficio torinese, come Bruno Caccia, vittima della mafia, e poi i procuratori Marcello Maddalena, Gian Carlo Caselli e Armando Spataro e Anna Maria Loreto che lo hanno preceduto. «Tutti magistrati», dice «che hanno dato grande lustro alla magistratura e nel cui solco di duro e determinato contrasto alla criminalità organizzata e ad ogni altra forma di criminalità, senza sconti per alcuno, intendo svolgere il mio nuovo incarico».
Procuratore, nel suo discorso di insediamento ha detto, rivolgendosi ai cittadini, che “è il tempo di denunciare” e di “stare vicino a chi denuncia”. Come si fa però a far comprendere che non è più il tempo di girarsi dall’altra parte?
«Il mio era un discorso generale. Certamente sono cambiate le condizioni in cui oggi gli imprenditori operano. Pure essendo ancora penetrante e diffuso il controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali, la denuncia è l’unica difesa dall’aggressione mafiosa. Più di una volta abbiamo sentito nelle intercettazioni esponenti di famiglie di ’ndrangheta che nell’individuare imprenditori da sottoporre a estorsione affermavano: “non andiamo da Tizio perché quello ci denuncia subito agli sbirri”. A me è capitato di ascoltare un imprenditore che diceva “i mei genitori nel passato pronunciavano sottovoce in cucina i nomi degli ’ndranghetisti che gli chiedevano il pizzo. Oggi io quei nomi li faccio a voce alta”. Ed a Reggio Calabria c’è stato un momento in cui alcuni imprenditori hanno iniziato a denunciare, consentendoci di intervenire: se questo è successo a Reggio può, e deve, verificarsi anche al Nord».
La criminalità organizzata, come hanno dimostrato alcune inchieste, è legata alla pubblica amministrazione. Ma fino a dove si spinge la collusione dei burocrati e dei politici con i clan?
«Intanto non bisogna generalizzare. Non la politica ma alcuni soggetti della politica tentano la scorciatoia pensando di utilizzare i bacini di voti che sono pilotati dalla criminalità organizzata. Questo è quello che la mia esperienza al Sud mi ha portato a vedere, dove alcuni candidati chiedevano il consenso controllato dai boss senza considerare che ad elezione avvenuta quegli stessi ’ndranghetisti presentano il conto. In questo modo viene inquinata, quando accade, la pubblica amministrazione».
Lei ha guidato la procura di Reggio Calabria per sei anni e mezzo, e sono tante le inchieste sulla ‘ndrangheta che ha coordinato. Ma oggi questa organizzazione nonostante i processi e gli arresti, anche dei loro complici, influisce ancora nella politica?
«Per la mia esperienza in Calabria posso dire che si è passati da una criminalità capace di creare veri e propri “soggetti politici” dal nulla, senza una storia d’impegno politico alle spalle, e che una volta raggiunto il successo elettorale venivano considerate persone a loro disposizione, a singoli candidati che si avvicinano alla ’ndrangheta e cercano l’appoggio dei clan per essere eletti».
Politici creati dai clan?
«Oggi è diverso, non c’è più questa capacità dell’organizzazione criminale di creare il politico senza una sua storia alle spalle. Però dalle indagini non possiamo fare a meno di rilevare che alcuni soggetti politici, ripeto non bisogna generalizzare, tentano di percorrere la scorciatoia del consenso elettorale che nasce dall’appoggio di famiglie della ’ndrangheta, pur di arrivare al successo. E badiamo bene la ’ndrangheta non ha colore politico. Ci è capitato di sentire ’ndranghetisti che affermavano la opportunità di appoggiare candidati dell’uno o dell’altro schieramento, per non rimanere poi spiazzati a elezione avvenuta».
La corruzione è l’arma delle mafie?
«La criminalità organizzata ha un maggiore interesse a corrompere piuttosto che usare mezzi violenti. Spesso i clan corrompono ben sapendo che il ricorso all’intimidazione è più visibile e rischioso. Inoltre, accertare gli episodi di corruzione, e provarli davanti ai giudici, è molto complicato».
Quali strumenti normativi dovrebbero essere rafforzati o modificati per combattere meglio le infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione?
«Alcuni reati spia della corruzione sono venuti meno, come l’abuso d’ufficio, che a volte poteva nascondere una vicenda di corruttela di cui non si riusciva a provare il passaggio di denaro. Ecco, senza queste norme, è più complicato arrivare a provare il pagamento di una tangente; riuscire a provare quel passaggio di denaro che si nasconde dietro il semplice abuso che è invece una corruzione».
C’è una zona grigia che viene manovrata dai mafiosi?
«C’è una commistione fra economia, soggetti politici, organizzazioni criminali, e non bisogna pensare alla ’ndrangheta che spara, ma a veri e propri centri di potere che manovrano affidamenti di appalti o concessioni economiche. Una zona grigia manovrata, a volte, da uomini della ’ndrangheta, i cui affari non sono basati solo sui traffici internazionali di cocaina e sulle estorsioni, ma realizzano vere e proprie infiltrazioni nell’economia legale. Attraverso prestanomi, fisici e societari, esponenti della criminalità organizzata si presentano con una “faccia pulita”, senza suscitare allarmi negli interlocutori economici, sociali e politici».
L’economia criminale crea aree di consenso sociale e determina una sorta di condivisione di interessi che, in certi casi, sembrano rendere evanescente il confine tra mondo del crimine e società civile, in quale modo può essere impedita?
«Più ci si allontana dall’origine del fenomeno finanziario, più diventa difficile questa distinzione fra economia legale e illegale. Per questo il riciclaggio di flussi finanziari illeciti deve essere aggredito fin dall’inizio, non consentendo questa trasformazione che allontana dall’avvio criminale del successo economico. È evidente come organizzazioni criminali che, anche attraverso prestanomi, gestiscono aziende, creano posti di lavoro, immettono flussi finanziari, specialmente in momenti di difficoltà economica, non vengono percepite nella reale dimensione di pericolosità per l’economia legale. E non sempre si è verificato che è stata la ’ndrangheta ad avvicinare gli imprenditori per imporre il “pizzo” nelle sue varie forme (denaro, assunzioni, forniture), ma ci sono stati e ci sono imprenditori che si rivolgono alla ’ndrangheta per interessi propri, interessi finanziari, ad esempio, legati al recupero dei crediti in maniera criminale; allo smaltimento illegale di rifiuti. Non è vero il ritornello che tutti gli imprenditori sono vittime dei clan; l’esperienza giudiziaria ci porta a dire che non è sempre così. C’è la necessità di distinguere chi è oppresso da chi è meno onesto».
L’incremento delle tecnologie e della connettività globale ha favorito il miglioramento degli strumenti utilizzati dai criminali informatici per spostare capitali illeciti?
«I clan si servono della tecnologia più avanzata. E per questo sono importanti le norme sul cybercrime che attribuiscono nuove competenze alla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo nel coordinare le inchieste a livello nazionale ed internazionale. Perché la ’ndrangheta si serve di professionisti, reclutati anche all’estero, su cui investe per gli affari (ad esempio flussi finanziari che vengono movimentati senza lasciare traccia) e per essere all’avanguardia e sfuggire ai controlli degli investigatori».
Nelle carceri, fra rivolte ed evasioni, si registrano molti suicidi fra i detenuti e a volte anche fra gli agenti. E inchieste hanno messo in luce pure la violenza usata contro alcuni carcerati. Com’è lo stato di salute degli istituti di pena?
«Ci sono istituti penitenziari che come spesso viene denunciato hanno pochissimo personale di polizia penitenziaria; è insufficiente il personale destinato alla rieducazione. Tutto questo evidentemente non consente un’adeguata gestione del mondo penitenziario, e questa mancanza può portare in alcuni casi anche a episodi di violenza. C’è la necessità di una revisione complessiva».
Aumentano i reati e aumentano le pene nel nuovo ddl sicurezza. C’è una stretta del governo alle libertà personali?
«Da una parte si invocano e vengono adottati provvedimenti che si dicono ispirati al garantismo, ad esempio le norme in materia di custodia cautelare, come l’interrogatorio preventivo, il giudice collegiale, in materia di intercettazioni; dall’altra, invece, si invocano, e si va verso forme di maggiore restrizione della libertà personale. Il problema in realtà va affrontato complessivamente sia sotto il profilo delle garanzie dei singoli che sotto il profilo del dovere dello Stato di tutelare l’ordine pubblico, la collettività ed il singolo individuo. A volte assistiamo a norme che vedono la luce a seguito di fenomeni criminali efferati, che nascono dall’emotività del momento, e magari si attacca il giudice che, applicando la legge, non ha adottato quella misura cautelare che tutti i cittadini hanno ritenuto “giusta” in quell’occasione. La restrizione della libertà personale non può dipendere dall’emotività del momento che può condurre a norme più restrittive, e, passato quello, a norme più “permissive”».