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Guerriglia urbana al corteo pro Pal: assalto agli agenti, la polizia carica

Roma, manifestazione, non autorizzata, pro Palestina. Nella foto gli scontri con le forze dell’ordine 

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La questura impedisce ai diecimila di lasciare la piazza in corteo, in cinquanta si scagliano contro gli agenti e per mezz’ora si scatena la violenza. Sassi, bottiglie e cartelli stradali contro le camionette. Quattro denunciati e un arresto
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Roma – I volti tirati ma sorridenti, gli slogan, le bandiere appesantite dalla pioggia, ma che ancora sventolano. «Non diamo alibi a chi voleva impedirci di manifestare, hanno provato a impedircelo ma eravamo diecimila, possiamo fermarci qui», dice Shoukri Hroub, dell’Unione Democratica arabo palestinese. Parte l’applauso ma l’eco non fa in tempo a spegnersi, che lo scenario a piazzale Ostiense, ieri invasa da diecimila persone scese in piazza per «commemorare i nostri morti, dire basta bombe e stop al genocidio», cambia all’improvviso.

Un gruppo si stacca dal corteo, supera lo striscione, dribbla il cordone e si piazza davanti alle camionette. Sono le 17,30. E bastano un paio di minuti perché il presidio di certo radicale, ma pacifico, plurale, in grado di tenere insieme le diverse anime del movimento pro-Palestina, centri sociali, partiti della sinistra e sindacati di base, venga totalmente stravolto. Al posto di bandiere e striscioni, di slogan scanditi in italiano e arabo, ci sono…

Roma – I volti tirati ma sorridenti, gli slogan, le bandiere appesantite dalla pioggia, ma che ancora sventolano. «Non diamo alibi a chi voleva impedirci di manifestare, hanno provato a impedircelo ma eravamo diecimila, possiamo fermarci qui», dice Shoukri Hroub, dell’Unione Democratica arabo palestinese. Parte l’applauso ma l’eco non fa in tempo a spegnersi, che lo scenario a piazzale Ostiense, ieri invasa da diecimila persone scese in piazza per «commemorare i nostri morti, dire basta bombe e stop al genocidio», cambia all’improvviso.

Un gruppo si stacca dal corteo, supera lo striscione, dribbla il cordone e si piazza davanti alle camionette. Sono le 17,30. E bastano un paio di minuti perché il presidio di certo radicale, ma pacifico, plurale, in grado di tenere insieme le diverse anime del movimento pro-Palestina, centri sociali, partiti della sinistra e sindacati di base, venga totalmente stravolto. Al posto di bandiere e striscioni, di slogan scanditi in italiano e arabo, ci sono solo bottiglie che volano, pali della segnaletica stradale sradicati, botte, manganellate, una pioggia di lacrimogeni.

A fine giornata, si contano 40 fogli di via, quattro denunciati e un arrestato. Trenta i feriti fra le forze dell’ordine. «Intollerabile — dice Giorgia Meloni — che decine di agenti vengano feriti durante una manifestazione». Ma a terra rimangono anche tre manifestanti, fra cui una ragazzina con la testa spaccata. Nelle chat si rincorrono le notizie: un gruppetto di attivisti è stato spintonato mentre andava verso la stazione Ostiense, uno studente aggredito nei pressi del ghetto, uno accerchiato e pestato in via Marmorata per portargli via la bandiera palestinese. «Non doveva finire così», è il commento che si rincorre nelle chat.

A dispetto delle preoccupazioni della vigilia, con la piazza negata, Roma blindata e controlli fin da caselli e autogrill, dove diversi bus sono stati bloccati, i passeggeri identificati e alcuni allontanati con un foglio di via, la manifestazione è stata per almeno due ore pacifica. Bandiere della Palestina e del Libano, entrambi oggi sotto attacco, si sono mischiate a quelle rosse di partiti e sindacati, alle kefiah portate sulle spalle, attorno al collo, sulla testa. I più, delle polemiche della vigilia, dei gruppi che hanno parlato di «rivoluzione del 7 ottobre», del movimento pro Palestina diviso fra chi ha scelto di esserci nonostante il divieto e chi si è riconvocato per il 12 ottobre, ne sanno poco o comunque non sono poi così interessati.

«Sono partita da Frosinone alle 8 per evitare di rimanere bloccata a causa dello sciopero. Bisogna essere qui semplicemente per dire basta a questo massacro», dice una studentessa. «Noi saremo in piazza sempre, oggi (ieri ndr) come il 12, perché bisogna dire con chiarezza che il genocidio va fermato», dice Giuliano Granato di Potere al popolo. Rifondazione si è sfilata dalla piattaforma degli organizzatori, ma in piazza c’è per protestare contro la decisione di vietare il corteo. È molla che ha spinto molti.

«Palestina libera», urlano i manifestanti, che puntano il dito contro Benjamin Netanyahu, «assassino», come contro Joe Biden e Giorgia Meloni. «Ha le mani macchiate di sangue perché continua a vendere armi a Tel Aviv — dice una donna — Se è vero che è donna, madre e cristiana, venga qui a manifestare per i bambini di Gaza». In piazza ci sono ragazzini che si rincorrono e una signora che mostra un ritratto di Nasrallah «perché hanno ucciso lui come stanno uccidendo il Libano», chi grida «la resistenza ce l'ha insegnato, uccidere i sionisti non è reato» e una turista giapponese che riesce a fendere la folla in monopattino ingannata da Google maps. E tutte le anime stanno insieme. La tensione sale alla fine.

Parte tutto da una cinquantina di ragazzi, non di più. Tutti italiani, tutti giovani, se non giovanissimi. Arrivano in testa alla spicciolata, rimangono sordi al servizio d’ordine, spingono via in malo modo chi del cordone cerca di trattenerli. Raggiungono le camionette e le prime file di poliziotti e finanzieri in tenuta antisommossa. «Corteo, corteo», scandiscono. Gli agenti diventano più nervosi, tirano giù le visiere, alzano gli scudi. «Corteo, corteo», le linee vengono rafforzate.

I manifestanti rimasti assiepati dietro lo striscione arretrano. In piazza ci sono anche famiglie, mamme con bimbi nel passeggino. Si guardano l’un l’altro esterrefatti. «Che sta succedendo? Com’è possibile?». Davanti, il gruppetto si compatta, preme sulle camionette. Partono gli spintoni, le manganellate, iniziano a piovere i lacrimogeni. E si scatena il panico. In molti cercano di allontanarsi, più di uno cade a terra, mentre il fumo acceca, serra la gola, rende impossibile respirare. Si condividono bottiglie d’acqua, limone, maalox, tutto buono per limitare l’effetto urticante.

Sembra sia finita, ma parte la prima carica. Dietro la piazza è vuota, i più hanno ripiegato gli striscioni e messo via la maggior parte delle bandiere, si cerca riparo dalla parte opposta del piazzale, ma gli ingressi sono chiusi e non si riesce a uscire. Dall’altra parte, nascosto ormai da un vero e proprio muro di fumogeni, rimane uno sparuto gruppetto. Tirano contro le camionette le bottiglie che trovano in piazza, sassi, la polizia sosterrà poi di aver trovato anche una molotov. Gli agenti rispondono con salve di lacrimogeni, ancora cariche che finiscono per coinvolgere anche chi aveva cercato riparo in piazza. I tafferugli non durano più di una ventina di minuti, ma bastano a oscurare un’intera giornata di mobilitazione.

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