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Marta, maestra violentata e stalkerizzata: “Ma il braccialetto elettronico non funziona. Lui è entrato nella mia scuola. Ho paura”

Un agente mostra il braccialetto elettronico 

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L’odissea di una giovane insegnante di Roma. “Sei mesi per deporre in tribunale perché c’è una sola aula protetta. E poi quel dispositivo inutile che non mi tutela. Noi vittime lasciate sole”
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Marta è una maestra di 28 anni. Ogni giorno quando esce di casa si guarda attorno, se entra in un ascensore ha paura a stare sola, quando arriva a scuola dalla finestra controlla che lui non sia giù ad aspettarla. Marta è una donna che ha subito uno stupro dall’uomo che diceva di amarla, è stata anche sequestrata da lui e picchiata per sei mesi, poi stalkerizzata quando l’ha lasciato. Quell’uomo però è ancora libero anche se alla sua caviglia ha il braccialetto elettronico da tre anni. “Non ha mai funzionato. È come vivere sull’orlo di un burrone dove non sai mai se cadrai oppure no”, racconta Marta.
L’uomo da cui Marta deve essere tutelata in realtà è libero di muoversi come meglio preferisce. “Sono anni che ripetiamo che il braccialetto elettronico è solo una decorazione. È diventata un’arma contro le donne, la storia di Marta non è l’unica. La responsabilità è di chi lo ha in gestione”, è la protesta di Bo Guerreschi, la presidente della onlus “bon’t worry” e che sostiene Marta da t…

Marta è una maestra di 28 anni. Ogni giorno quando esce di casa si guarda attorno, se entra in un ascensore ha paura a stare sola, quando arriva a scuola dalla finestra controlla che lui non sia giù ad aspettarla. Marta è una donna che ha subito uno stupro dall’uomo che diceva di amarla, è stata anche sequestrata da lui e picchiata per sei mesi, poi stalkerizzata quando l’ha lasciato. Quell’uomo però è ancora libero anche se alla sua caviglia ha il braccialetto elettronico da tre anni. “Non ha mai funzionato. È come vivere sull’orlo di un burrone dove non sai mai se cadrai oppure no”, racconta Marta.
L’uomo da cui Marta deve essere tutelata in realtà è libero di muoversi come meglio preferisce. “Sono anni che ripetiamo che il braccialetto elettronico è solo una decorazione. È diventata un’arma contro le donne, la storia di Marta non è l’unica. La responsabilità è di chi lo ha in gestione”, è la protesta di Bo Guerreschi, la presidente della onlus “bon’t worry” e che sostiene Marta da tre anni.

Marta lei ha denunciato nel 2022. Quando è arrivato il braccialetto per il suo violentatore?

“Un mese dopo. Perché c’è una burocrazia non velocissima dietro la gestione del braccialetto elettronico. A me è stato consegnato un dispositivo che è simile a un cellulare, pesante e a questo punto anche inutile, che dovrebbe avvisarmi quando lui è troppo vicino a me”.

Si sente tutelata?

“Per niente. Quando il dispositivo non ha linea, spessissimo perché Fastweb non va bene, suona continuamente. In quei momenti, capita anche al cinema, rivivo il mio terrore e devo raccontare a chi mi sta vicino il mio incubo”.

A questo si è aggiunto anche un processo lungo, ancora in corso. Lei ha deposto in sala protetta per sei mesi. Ma davvero?

“Sì, la mia deposizione è stata suddivisa in tre momenti perché il tribunale di Roma ha una sola sala protetta, l’aula Aurora, e mi sono dovuta alternare con altri processi in corso con minori e altre donne. Un altro martirio. Mi chiedo come mai uno dei tribunali più grandi d’Europa abbia una sola aula per le vittime”.

Quando ha visto il suo violentatore vicino a lei l’ultima volta?

“Tre settimane fa. Ero in una strada vicino al centro, dentro la mia auto. Lui era in motorino, attaccato alla mia macchina. Il dispositivo non ha suonato. Allora sono andata dalla polizia a chiedere di cambiarlo”.

Cosa le è stato riposto?

“Mi hanno detto: “Ma allora non ha capito che possiamo fare qualsiasi cosa ma il dispositivo non funziona?”. Io mi sono sentita morire dentro. Cosa devo fare allora? E da chi mi devo sentire protetta?”.

Quante volte lui si è avvicinato a lei?

“Una decina di volte. Una volta è venuto pure a scuola, è andato da un mio collega perché era sicuro che io avessi una storia con lui. Anche in quel caso il dispositivo non ha suonato. Un’altra è tornato a scuola e mi sono nascosta dentro a una panetteria. Perché lì era pieno di gente. E un giorno era di fronte casa mia, l’ho saputo perché mi ha chiamata la polizia ma il dispositivo non ha suonato”.

L’ha mai minacciata?

“Sì, non per messaggio ma di persona. Mi ha detto che mi avrebbe ucciso. Lui è molto attento. In sei mesi era riuscito ad allontanarmi da tutti, anche dai miei genitori”.

Si è pentita di averlo denunciato?

“Ho avuto dei momenti di debolezza ma poi penso che io mi fido delle istituzioni e non devo perdere la fiducia. E allora ritorno sui miei passi”.

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