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“È di Irvine”. La storia riscritta da uno scarpone sull’Everest

Jimmy Chin del National Geographic accanto allo scarpone di Irvine. Foto di Erich Roepke / National Geographic 

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Trovati i resti dell’alpinista che nel 1924 sparì nel nulla con Mallory. Furono loro i primi ad arrivare in vetta?
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Giallo, arancione, rosso, viola. La “valle dell’arcobaleno” nei pressi della cima dell’Everest è costellata di colori. Sono le giacche, le bombole, i resti delle tende degli scalatori morti nei pressi della vetta. Troppo faticoso e pericoloso rimuoverli: si calcola che in duecento siano rimasti lassù. Ogni alpinista nel suo percorso verso la meta ne incontra più o meno una decina, nello stesso punto e nella stessa posa in cui i polmoni hanno succhiato l’ultimo faticoso soffio d’aria.

Lo scarpone che Jimmy Chin, regista di documentari per il National Geographic, e la sua troupe hanno notato percorrendo un margine del ghiacciaio Rongbuk, sul lato nord dell’Everest, poche centinaia al di sotto della vetta, era invece bruno e disadorno. Il cuoio e i chiodi a forma di diamante sotto alle suole parlavano di un alpinismo ancora ai primordi. Il piede era all’interno dello scarpone, ma del resto del corpo non c’era traccia. Il calzino di lana, srotolato da uno dei documentaristi, riportava una…

Giallo, arancione, rosso, viola. La “valle dell’arcobaleno” nei pressi della cima dell’Everest è costellata di colori. Sono le giacche, le bombole, i resti delle tende degli scalatori morti nei pressi della vetta. Troppo faticoso e pericoloso rimuoverli: si calcola che in duecento siano rimasti lassù. Ogni alpinista nel suo percorso verso la meta ne incontra più o meno una decina, nello stesso punto e nella stessa posa in cui i polmoni hanno succhiato l’ultimo faticoso soffio d’aria.

Lo scarpone che Jimmy Chin, regista di documentari per il National Geographic, e la sua troupe hanno notato percorrendo un margine del ghiacciaio Rongbuk, sul lato nord dell’Everest, poche centinaia al di sotto della vetta, era invece bruno e disadorno. Il cuoio e i chiodi a forma di diamante sotto alle suole parlavano di un alpinismo ancora ai primordi. Il piede era all’interno dello scarpone, ma del resto del corpo non c’era traccia. Il calzino di lana, srotolato da uno dei documentaristi, riportava una scritta cucita in rosso, un nome: A.C.Irvine

Andrew Irvine, detto Sandy, era il compagno di George Mallory nella spedizione del 1924, la più misteriosa della storia dell’Everest. I due furono visti per l’ultima volta l’8 giugno vicino alla vetta. Sarebbero stati i primi scalatori a raggiungere il tetto nel mondo. Una nuvola però li avvolse all’improvviso e quando si dissolse la coppia di puntini in lontananza era scomparsa. Nessuno seppe se erano morti prima di raggiungere la cima o dopo, durante la discesa.

Il nome scritto sul calzino nella foto del National Geographic. Erich Roepke / National Geographic 

La Gran Bretagna aveva perso la corsa al Polo Sud, raggiunto nel 1911 dal norvegese Amundsen, e quella al Polo Nord, toccato da due spedizioni americane nel 1908 e 1909. La pressione per la conquista del “terzo polo”, l’Everest, gravava tutta sulle spalle del 38enne Mallory, che prima del 1924 aveva già fallito due volte e a chi gli chiedeva perché volesse a tutti i costi scalare il tetto del mondo rispondeva: «Perché si trova lì». Per la terza spedizione si fece accompagnare da un 22enne atletico e bellissimo. Sandy Irvine studiava ingegneria a Oxford ed era uno dei campioni di canottaggio dell’ateneo. Non aveva grande esperienza di montagna, ma sapeva aggiustare le cose e Mallory gli affidò le bombole d’ossigeno, all’epoca rudimentali.

Sandy Irvine 

Un altro strumento essenziale della spedizione si trovava nelle mani di Irvine: la macchina fotografica. I documentaristi del National Geographic non ne hanno trovato traccia, ma dal suo vecchio rullino preservato dal gelo potrebbe emergere la prova della conquista dell’Everest. Sapremmo allora se Mallory e Irvine hanno raggiunto la vetta un secolo fa, strappando il primato al neozelandese Edmund Hillary e allo sherpa Tenzing Norgay nel 1953.

Il ritrovamento del corpo di Mallory nel 1999 non ha sciolto i dubbi. Ferite, fratture e corde attorcigliate fanno pensare a una caduta, ma nulla indica quando sia avvenuta. L’alpinista aveva manifestato l’intenzione di lasciare una foto della moglie sulla vetta, e quella foto non gli è stata ritrovata addosso. Gli occhiali da sole, inoltre, erano ripiegati in una tasca: la caduta potrebbe essere avvenuta di sera, quando forse i due inglesi erano già sulla via del ritorno.

Mallory (a sinistra) e Irvine il 6 giugno, prima di lasciare l'ultimo campo base 

Chin e i compagni del National Geographic hanno prelevato un campione di Dna dal piede di Irvine per avere la certezza della sua identità. Lo scarpone e il suo contenuto sono stati invece consegnati alle autorità cinesi, che sovrintendono al lato nord dell’Everest. La presenza di uccelli spazzini e la fusione rapida del ghiaccio hanno sconsigliato agli avventurieri di lasciare il reperto lì. Anche la sua localizzazione precisa è stata mantenuta segreta, per evitare spedizioni predatorie. Già in passato leggende e false notizie avevano circondato la sorte dei due alpinisti. Il ritrovamento dello scarpone rende più vicina la soluzione del mistero, ma mai fidarsi delle vette che sembrano a portata di mano.

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