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Il mal di periferia che assedia Rozzano: “Non chiamateci il Bronx di Milano”

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Oltre 40mila residenti ufficiali e 18mila alloggiati in oltre seimila case popolari: “Siamo un territorio che sconta i limiti di un paesone di campagna con i grandi problemi delle periferie”
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«Non esiste un “codice Rozzano”. Questa è una cittadina vitale». Nella parrocchia di Sant’Ambrogio, sotto la sorpresa di tre affreschi di Bernardino Luini, si accalora don Roberto Soffientini: «Vengo dal Gratosoglio – spiega, citando un quartiere notoriamente difficile della periferia milanese - ma quando mi hanno mandato qui qualche amico si preoccupava, vista la fama di questo posto». Quarantaquattromila residenti ufficiali, diciottomila di loro alloggiati in oltre seimila case popolari nel Quartiere dei Fiori nato negli Anni ‘60, il record italiano, un reddito pro capite che supera di poco i 22 mila euro, Rozzano si tormenta per un’etichetta – anzi, un tatuaggio - che non riesce a cancellare: quello che la vuole Bronx di una Milano che si crede Manhattan.

«Non esiste un “codice Rozzano”. Questa è una cittadina vitale». Nella parrocchia di Sant’Ambrogio, sotto la sorpresa di tre affreschi di Bernardino Luini, si accalora don Roberto Soffientini: «Vengo dal Gratosoglio – spiega, citando un quartiere notoriamente difficile della periferia milanese - ma quando mi hanno mandato qui qualche amico si preoccupava, vista la fama di questo posto». Quarantaquattromila residenti ufficiali, diciottomila di loro alloggiati in oltre seimila case popolari nel Quartiere dei Fiori nato negli Anni ‘60, il record italiano, un reddito pro capite che supera di poco i 22 mila euro, Rozzano si tormenta per un’etichetta – anzi, un tatuaggio - che non riesce a cancellare: quello che la vuole Bronx di una Milano che si crede Manhattan.

Non esisterà un “codice Rozzano”, una legge di sangue e di lame facili, ma l’omicidio di Manuel Mastrapasqua ora non pare solo una tragedia, ma una beffa insopportabile. Prima l’inflazionatissimo Fedez, che tra un’uscita con gli amici ultrà e quattro schiaffi in discoteca, rispolvera il detestato marchio di fabbrica: «Sono di Rozzano, lo ammazzo»; la presa di distanze di tutta la società civile locale, in testa il sindaco Giovanni Ferretti. E ancora - condanna e consacrazione massima nel rito della polemica sul vuoto – al sindaco il tapiro d’oro di Striscia la Notizia, che da queste parti aveva già denunciato l’esistenza di baby spacciatori.

Ma adesso non siamo più nella terra del ghigno tra social e tv, non siamo nei video della stella locale Paky, che cinque anni fa spaccò le classifiche con “Rozzi”, un diminutivo che era soprattutto un aggettivo, e oggi torna con “Street Life”, montaggio serrato di piccoli chimici che armeggiano con candide polverine, palline di cellophane che cambiano freneticamente di mano, bigliettoni da 100 euro usati a mo’ di ventaglio. «Qui – non si dà pace Ferretti, lista di centrodestra, rieletto a giugno con il 65% dei voti, mentre nel suo ufficio deserto il tapiro si affaccia da una mensola – è morta una persona che lavorava onestamente come la stragrande maggioranza dei miei concittadini e che stava tornando a casa alle due di notte dopo il suo turno».

Lavoro, sì, perché a Rozzano, in quello che da sessant’anni è di fatto un quartiere dormitorio della Milano “place to be”, dove finiscono camerieri, commessi, fattorini, che guadagnano 1.500 euro o meno e che con quella cifra nella città non trovano nemmeno uno sgabuzzino, è diventata essa stessa sempre di più lo sgabuzzino della città. Il simbolo di questo rapporto con un altro mondo che sta a soli dieci chilometri in linea d’aria, ma agli antipodi per tutto il resto, è il solco dei binari della linea 15: un tram che in trentuno agevoli fermate e un’oretta di percorrenza salvo imprevisti, collega Rozzano a piazza Duomo. «Siamo un territorio che sconta i limiti di un paesone di campagna con i grandi problemi delle periferie», dice, un po’ meno ottimista del sindaco, il segretario del Pd locale Oscar Bersi.

Non è più campagna, ma è ai margini di tutto, questa Rozzano: ai margini delle rigenerazioni urbane che fanno Milano più moderna ma anche più inaccessibile. E ai margini, seppur vicinissima, di quella direttrice del benessere che scende dal capoluogo verso Pavia. Prima di arrivare qui c’è il centro commerciale Fiordaliso, centocinquanta e passa negozi che alla domenica pomeriggio sfatano qualsiasi profezia sulla fine del consumismo occidentale; poi l’Humanitas, distillato del modello lombardo di sanità privata convenzionata con il pubblico: ospedale con standard svizzeri, campus per gli studenti di tipo americano, rette di iscrizione per cui non basta il reddito annuo di un rozzanese; e alla fine il miraggio di Basiglio, comune confinante che invece delle case popolari ospita la Milano 3 di Berlusconi: e dunque reddito medio sopra i 49 mila euro, stabilmente nella classifica dei primi tre comuni in Italia. I consumi illimitati, la salute, la sicurezza tra prati pettinati e guardie giurate: il sogno di una vita perfetta che a Rozzano si può vedere ma non toccare. Anche al circolo Arci di via Gerani, alle 11 del mattino un brunch fatto in buona sostanza di birre medie e uova sode, il marchio di Bronx lombardo prude sulla pelle. Michele Donvito archivia Fedez, «che comunque è di Buccinasco», sciorina un elenco i campioni locali che va da Michele Alboreto a un caporedattore di Mediaset, e ricorda quasi con tenerezza la criminalità di una volta e il fatto che «qui alle dieci di sera era pieno di gente in strada e nessuno faceva stupidaggini». Adesso, invece, i timori di sera sono alti e, come dice diplomatico Bersi: «Se non si governa la marginalità, la marginalità diventa normalità», che tradotto significa che qui la sera non si gira troppo anche per paura di qualche brutto incontro e che giusto la fiaccolata spontanea di ieri sera per la morte di Manuel si è ripresa un po’ di spazio.

A Rozzano vecchia c’è l’osservatorio astronomico e la splendida Cascina Grande, con il centro culturale che ospita la mostra dei funghi del gruppo micologico e la parrocchia di Sant’Ambrogio che annuncia gli “apericena teologici”. «Il tessuto sociale è vivacissimo - dice don Soffientini - abbiamo oltre trenta associazioni di volontariato, una banda civica, tantissime società sportive, un sistema di oratori che ospita centinaia di bambini e nei centri estivi vede come educatori volontari settanta adolescenti...». Sì, un’altra Rozzano è possibile, anzi c’è. Ma ci sono anche le constatazioni degli investigatori, che sempre più vedono come un territorio difficile da controllare e con poche forze dell’ordine - una tenenza dei carabinieri ottenuta dopo l’ennesimo fattaccio, una sede della polizia locale con i muri sovrastati dal filo spinato – sia diventato anche dormitorio della microcriminalità, magari dei “cavalli” che passano un mese nei boschi dello spaccio e poi tornano a riposare qui. Che ci sia una concentrazione di problemi che rischia di trasformare Rozzano in ghetto lo teme il sindaco e ci riflette anche don Soffientini: «Quando vado a fare la benedizione e e in una scala con diciotto appartamenti ne trovo quattro con qualcuno agli arresti domiciliari, mi chiedo se sia opportuno che siano tutti assieme».

La rettifica degli avvocati di Fedez

I legali di Fedez in una nota scrivono: “In questi giorni, ripetutamente, si è data notizia che Fedez, nel corso di una lite con Cristiano Iovino, avrebbe pronunciato la frase “lasciatemi stare che l’ammazzo, sono di Rozzano” (riportata negli scritti con sfumature differenti) . La frase in questione – che il nostro assistito, peraltro nato a Buccinasco, nega recisamente di aver pronunciato – è emersa dagli atti dell’indagine in corso non per effetto di un’attività intercettativa svolta nei confronti dell’artista, come erroneamente si legge nelle righe degli articoli citati, ma è stata solo riportata da un buttafuori della discoteca, che, evidentemente, ha mal compreso l’espressione ascoltata, sovrapponendo una sua interpretazione alle parole effettivamente proferite da Fedez. D’altro canto, il detto buttafuori è l’unico ad averle riferite in questi termini tra i molti presenti”.

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