VERONA — Il giaciglio in cui dormiva Moussa Diarra è in ordine. Ci vuol poco, del resto, a risistemare una copertina rosa sui cuscini di un vecchio divano. Sta al primo piano del “Ghibellin fuggiasco”, edificio occupato che fa da precario tetto a quaranta migranti da Mali, Burkina Faso, Niger, le due Guinee. Per raggiungerlo bisogna attraversare il cortile del Laboratorio Autogestito Paratod@s, oltrepassare i locali fatiscenti e con i soffitti pericolanti in cui gli ospiti si cambiano dietro improvvisati separé. Nella stanza che fu di Moussa due ragazzi sono inginocchiati sul tappeto a pregare e un terzo si sta versando un tè. Il quarto è Seku, che ci ha guidato su per le scale dopo essersi lavato con una tinozza all’aria aperta, e di Moussa era il migliore amico. «Siamo arrivati qui insieme a Verona — racconta — anzi io un anno prima, nel 2015. Stesso viaggio, dal Mali attraverso l’Algeria, poi i campi in Libia, il barcone, Lampedusa. E stesso lavoro nei campi, di uva e di mele. Cont…
VERONA — Il giaciglio in cui dormiva Moussa Diarra è in ordine. Ci vuol poco, del resto, a risistemare una copertina rosa sui cuscini di un vecchio divano. Sta al primo piano del “Ghibellin fuggiasco”, edificio occupato che fa da precario tetto a quaranta migranti da Mali, Burkina Faso, Niger, le due Guinee. Per raggiungerlo bisogna attraversare il cortile del Laboratorio Autogestito Paratod@s, oltrepassare i locali fatiscenti e con i soffitti pericolanti in cui gli ospiti si cambiano dietro improvvisati separé. Nella stanza che fu di Moussa due ragazzi sono inginocchiati sul tappeto a pregare e un terzo si sta versando un tè. Il quarto è Seku, che ci ha guidato su per le scale dopo essersi lavato con una tinozza all’aria aperta, e di Moussa era il migliore amico. «Siamo arrivati qui insieme a Verona — racconta — anzi io un anno prima, nel 2015. Stesso viaggio, dal Mali attraverso l’Algeria, poi i campi in Libia, il barcone, Lampedusa. E stesso lavoro nei campi, di uva e di mele. Contratti al massimo di due mesi, da otto o nove ore di fatica al giorno, 300 euro di stipendio a settimana. E la paura, continua, che ci succeda qualcosa. L’altro ieri è arrivata qui mia moglie. Mi ha detto: andiamo via».
La speranza di un futuro migliore
Giù, nell’ex falegnameria diventata centro sociale, si mettono in tavola gnocchi al pomodoro e una brocca d’acqua. L’unico a non mangiare è Djembagan, il fratello 35enne di Moussa. È arrivato da Torino. Trema e per un po’ riesce a trattenere le lacrime: «Sono in Italia dal 2011, prima a raccogliere pomodori nel foggiano, poi ancora nelle campagne in Piemonte. Sono stato io a chiamare Moussa per venire a lavorare qui, e lui aveva preferito Verona. Aveva studiato, più di me, per avere un futuro migliore. E infatti, con la sua fidanzata, avevano cominciato a costruite una casa giù in Mali. Voleva andarci a vivere, e non tornare mai più qui». Ci aveva già provato, nel 2021, ma la meta allora erano state le campagne di Francia e Spagna. La sua condizione di richiedente asilo, i documenti da rinnovare, gli amici, lo avevano riportato in riva all’Adige. Tre mesi fa era morto papà Diarra. Da settembre, Moussa aveva cominciato ad avere problemi: «Mi chiamava per dirmi che non stava bene — prosegue Moussa — volevo venire a trovarlo per capire cosa fosse, ma non ho fatto in tempo. Diceva mal di testa, io insistevo: vai in ospedale, vai in farmacia, ti do i soldi per le medicine». Gli diciamo che a suo carico risultano precedenti per droga: «Ma va! Non ci credo. Non ha mai fumato una sigaretta, mai bevuto». Accanto a lui Djakité, che gli fa da traduttore, annuisce: «Mai una birra nemmeno qui con noi. Quando vedeva fumare qualcuno, scappava via. E non si arrabbiava mai. Era sempre sorridente».
Il cambiamento
Eppure, nella notte tra sabato e domenica, un filo si è spezzato. C’era stata una sorta di festa, nel weekend, una occupazione di una grande villa abbandonata a Quinzago, tutti gli ospiti del Laboratorio erano andati. «Moussa — spiega Giorgio Brasola — aveva caricato i suoi bagagli sul furgone, ma poi non era venuto. Era cupo, preoccupato. Da un po’ andava al Cesaim, l’ambulatorio per i migranti». Dove però, al massimo, prescrivono paracetamolo, non farmaci. Anche tra le panche della Ronda della Carità, da un po’ di tempo, il sorriso di Moussa si era spento. «Era silenzioso — spiega Mara Mascagno, animatrice di un centro che fornisce trecento pasti al giorno, lezioni d’italiano e consulenza legale — non parlava dei suoi problemi ma non è mai stato aggressivo con nessuno, mai violento».
Domenica, all’alba, un fantasma di nome Moussa ha spaccato vetrine in stazione, spintonato vigili, minacciato poliziotti con un coltello. Così sostiene la procura: «Non è vero — insiste Djembagan Diarra — dicono che avesse un coltello, che era alterato ma non stanno parlando di mio fratello. Dove era questo coltello? Lo voglio sapere. Dove sono queste immagini delle telecamere? Fatemele vedere. Non mi hanno mostrato nemmeno il corpo di Moussa, all’obitorio». Chiede giustizia, il fratello. «Quel poliziotto ha agito come un delinquente, i veri agenti calmano le acque, disarmano le persone. Se davvero Moussa lo ha aggredito, poteva sparargli a un piede, sul braccio. È stato un criminale. Lo devono condannare, non può fare più questo mestiere». E Salvini? «Le sue parole non valgono nulla. È un politico che non sa come funziona il mondo. Ci sono maliani buoni e cattivi, come italiani buoni e cattivi. Qualcuno razzista, come Salvini, o altri ministri. Fanno schifo. Ma gli italiani non sono tutti così. La verità su mio fratello verrà fuori, prima o poi si saprà chi era davvero. Era su una buona strada». Gli occhi gli si inumidiscono. «A mia mamma non l’ho ancora detto», mormora. E quando va al presidio in stazione, davanti alla foto di Moussa stesa a terra, Djembagan si inginocchia e singhiozza. E non riesce a dire più nulla.