Turetta, il piano per uccidere: “A Giulia Cecchettin volevo fare del male. Scusarsi ora sarebbe ridicolo”
dal nostro inviato Rosario Di RaimondoVENEZIA – La nomina due volte. La prima per dire che è venuto in quest’aula “per un dovere verso la giustizia e verso Giulia”. La seconda per ripetere, su richiesta del suo avvocato, le accuse contro di lui: “Aver commesso l’omicidio di Giulia, con crudeltà, premeditazione, legame affettivo, stalking”.
Filippo Turetta si presenta davanti alla Corte d’assise di Venezia alle 9,28. Tornerà in carcere sei ore dopo. A essere ricordati saranno i suoi silenzi. Lunghissime pause, interminabili “mmh”, diversi “non ricordo”. Ma ammette: aveva preparato una “lista” di azioni per uccidere Giulia Cecchettin, l’ex compagna che inseguiva una nuova vita, la studentessa di Vigonovo uccisa a 22 anni con 75 coltellate la notte dell’11 novembre di un anno fa. “Volevo tornare insieme a lei. Provavo risentimento, rabbia. Mi faceva arrabbiare che non mi volesse. Volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi”. Solo una volta riesce a guardare verso Gino Cecchettin alla sua destra. Uno sguardo fu…
VENEZIA – La nomina due volte. La prima per dire che è venuto in quest’aula “per un dovere verso la giustizia e verso Giulia”. La seconda per ripetere, su richiesta del suo avvocato, le accuse contro di lui: “Aver commesso l’omicidio di Giulia, con crudeltà, premeditazione, legame affettivo, stalking”.
Filippo Turetta si presenta davanti alla Corte d’assise di Venezia alle 9,28. Tornerà in carcere sei ore dopo. A essere ricordati saranno i suoi silenzi. Lunghissime pause, interminabili “mmh”, diversi “non ricordo”. Ma ammette: aveva preparato una “lista” di azioni per uccidere Giulia Cecchettin, l’ex compagna che inseguiva una nuova vita, la studentessa di Vigonovo uccisa a 22 anni con 75 coltellate la notte dell’11 novembre di un anno fa. “Volevo tornare insieme a lei. Provavo risentimento, rabbia. Mi faceva arrabbiare che non mi volesse. Volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi”. Solo una volta riesce a guardare verso Gino Cecchettin alla sua destra. Uno sguardo fugace, non ricambiato, in un’atmosfera triste e tesa.
La lista per uccidere
Il pm Andrea Petroni, che ha coordinato le indagini dei carabinieri, inizia con le domande. Si parte dalla lista trovata sul cellulare: una serie di azioni e oggetti da comprare per mettere in atto il piano, scritta martedì 7 novembre, quattro giorni prima del femminicidio. “Avevo pensato di rapire lei e poi, dopo qualche tempo…”. Rapirla e toglierle la vita? “Difficile ammetterlo però sì. Rapirla, stare insieme, farle inevitabilmente del male. Era una lista per sfogarmi, mi tranquillizzava”. Analisi di posti isolati, l’insolito prelievo di contanti, informazioni su nastri isolanti e manette “pensando a come immobilizzarla”. Due scotch presi su Amazon e un terzo “per sentirmi più sicuro”. Due coltelli in auto per aggredirla, “è difficile dirlo a voce”. La tesi difensiva è che non si trattava di un piano da attuare in un momento preciso, ma in un ipotetico futuro. Un tentativo di allontanare la premeditazione. Aveva pure fatto ricerche per un badile, poi non acquistato: “Ho ipotizzato di seppellirla”.
Il momento giusto
Turetta sostiene che il “momento giusto per rapirla” scatta nella sua testa l’11 novembre. Con Cecchettin avevano trascorso il pomeriggio al centro commerciale. Lui la riaccompagna vicino casa. Prova a darle in regalo una scimmietta di peluche. Litigano, lei scende dalla macchina. L’ex studente non accetta che Giulia non voglia tornare insieme a lui. “Ho preso uno dei coltelli e sono uscito di corsa per fermarla. Ha iniziato a urlare “aiuto”, ha sbattuto la testa contro il pavimento, l’ho spinta in macchina”. Comincia lo scempio, che finisce alcuni minuti dopo nella zona industriale di Fossò. Giulia tenta un’ultima disperata fuga, Filippo la insegue e la uccide: “Tiravo colpi a caso”, balbetta. Il papà della ragazza lì ad ascoltare. Come la nonna, gli zii. La sorella Elena ha scelto di non esserci: “Sono undici mesi che continuo ad avere incubi”. “L’udienza ha certificato l’imputazione di Turetta, comprese le aggravanti. Si è trattato di un fatto crudele e il suo atteggiamento non merita di essere considerato in maniera positiva. Nei punti chiave non ha mai dato risposte esaustive”.
Memorie dal carcere
Il femminicidio è l’epilogo di una persecuzione che annovera tanti esempi. Come quando Turetta pretende da Cecchettin una “lista” dei motivi per cui l’ha lasciato. Tra le voci che scrive la ragazza, c’è questa: “Idee strane sul farsi giustizia da soli per il tradimento”. Il 22 enne si giustifica: “Deve esserci stata una litigata. Magari ho detto qualche brutta frase”. Assistito dagli avvocati Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, ha depositato un memoriale di ottanta pagine, scritto in carcere “al fine di raccontare tutta la verità. Ero troppo dipendente da lei, ossessionato”. Ripercorre l’idea della lista: “Cominciai a fare pensieri ingiusti e terribili”; descrive fasi del femminicidio: “Non ne potevo più di sentirla urlare, volevo smettesse. Ho iniziato a colpirla con il coltello. Le dicevo: stai ferma stai calma stai zitta””; cita la app che usava per spiare e se era connessa su WhatsApp; parla dell’assurdo rancore perché “mi sembrava ingiusto che io avessi intenzione di suicidarmi e lei non avrebbe avuto alcuna conseguenza”. Salvo poi giurare che “lei è vittima di tutto questo. Non posso neanche immaginare la sofferenza che prova la sua famiglia. Suo padre, sua sorella, suo fratello. Era una ragazza meravigliosa, speciale”.
L’avvocato Caruso commenta: "Ho sempre sostenuto che questo processo debba svolgersi nel modo più rapido possibile, compatibilmente con le esigenze di accertamento della verità, che mi sembra acclarata sul piano della vicenda storica”. Punterà sul ridimensionamento delle aggravanti e sulla valorizzazione del “comportamento processuale” dell’imputato. In aula, prima di andarsene, a Turetta chiedono del suo futuro: “Mi sento in colpa a pensarci, lei non può più”. Non se la sente di chiedere scusa: “Sarebbe ridicolo, dovrei sparire”.
Si alza com’era arrivato, con lo sguardo verso il basso.