È molto complicato ricondurre a una definizione accettabile i numerosi delitti compiuti negli ultimi mesi da giovanissimi in diverse parti d’Italia. Il tentativo di comprensione cozza, innanzitutto, con la contraddittorietà dei profili dei protagonisti: violenti e deboli, spietati e fragili, crudeli e insicuri, assassini e vulnerabili. Sembra divenuta prevalente in alcune fasce d’età una violenza di “dominanza” e al tempo stesso “d’identità”: la sopraffazione usata quasi come mezzo normale di relazione.
E c’è qualcosa di nuovo anche nei delitti di tre giovanissimi nelle ultime settimane a Napoli. Perlomeno rispetto al recente passato, quando i minori venivano principalmente utilizzati come sentinelle nelle zone di spaccio di stupefacenti, come trasportatori di armi per la loro età impunibile, o per mandare un segnale alle bande nemiche attraverso le “stese”, cioè sparare all’impazzata sui muri di un quartiere dominato dagli avversari o contro le facciate delle loro case, sfociate sp…
È molto complicato ricondurre a una definizione accettabile i numerosi delitti compiuti negli ultimi mesi da giovanissimi in diverse parti d’Italia. Il tentativo di comprensione cozza, innanzitutto, con la contraddittorietà dei profili dei protagonisti: violenti e deboli, spietati e fragili, crudeli e insicuri, assassini e vulnerabili. Sembra divenuta prevalente in alcune fasce d’età una violenza di “dominanza” e al tempo stesso “d’identità”: la sopraffazione usata quasi come mezzo normale di relazione.
E c’è qualcosa di nuovo anche nei delitti di tre giovanissimi nelle ultime settimane a Napoli. Perlomeno rispetto al recente passato, quando i minori venivano principalmente utilizzati come sentinelle nelle zone di spaccio di stupefacenti, come trasportatori di armi per la loro età impunibile, o per mandare un segnale alle bande nemiche attraverso le “stese”, cioè sparare all’impazzata sui muri di un quartiere dominato dagli avversari o contro le facciate delle loro case, sfociate spesso in uccisione di passanti occasionali.
Se proprio vogliamo definire le due fattispecie di delitti, si può parlare da un lato di “delinquenza da bamboccioni” e dall’altra di “criminalità d’urgenza”. Mentre è chiaro che il primo tipo di violenza non è contrassegnato da evidenti privazioni materiali ma più da apparente benessere e istruzione, con il termine “urgenza” si riferisce alla percezione diffusa (tra i minorenni napoletani dei quartieri più disastrati) della brevità della vita a disposizione per diventare qualcuno e dell’incombere della morte vicina. Prevale, così il bisogno di bruciare tutte le tappe, compresa la propria stessa esistenza. Tutto ciò non è così distante dal “tutto e a tutti i costi” che anima la vita di molti giovani di altre parti d’Italia.
Soffermandosi sui giovanissimi napoletani al centro dei delitti di questi giorni, si può dire che autori e vittime sentono la minore età come un peso, come una dimensione insignificante della vita. Si è qualcuno in quel mondo solo se gli altri hanno paura di te. E un minore disarmato non fa paura a nessuno.
A Napoli si fa più uso di armi da fuoco rispetto ai delitti minorili in altre parti d’Italia. E viene subito spontaneo chiedersi: perché non si riesce a colpire i fornitori di armi di questi adolescenti?
In questa città, terza d’Italia per abitanti, i ragazzini si vogliono mettere alla pari con gli adulti. E per farlo debbono saltare un’età e farsi aiutare dalle armi se la prestanza fisica non è adeguata. Sparare, offendere, ferire, uccidere, mettere paura vuol dire saltare fuori dall’infanzia e dall’adolescenza. L’ossessione dei minorenni è la fama, la “rinomanza”, cioè che il loro nome conquisti fama e celebrità tra i criminali e il mondo sociale che li affianca. L’unica filosofia di vita accettata è rappresentata dai soldi, dal potere della violenza, e dal finire sui giornali o in tv per le proprie azioni delittuose. Non hanno avuto infanzia e non si aspettano una vita da adulti. La violenza sugli altri è la via d’uscita dalla minorità, minorità di età e di considerazione. Un omicidio, a volte, vale più di un complimento o di una carezza. Si possono considerare molti minori criminali come “orfani di genitori vivi”. Le bande di cui fanno parte sono insieme “casa, famiglia e lavoro”.
C’è un altro elemento da considerare. I giovanissimi criminali cercano di mettersi in mostra verso gli adulti camorristi attraverso una violenza sempre più efferata. Ma nel campo criminale gli adulti mantengono gelosamente tutto il loro potere: perciò i minorenni hanno una voglia di “rottamare” la vecchia generazione e arrivare al più presto ai vertici, senza rispettare le gerarchie.
La violenza di potere, quella che si usa per arrivare prima degli altri, è dunque predominante perché altre identità e altri percorsi (cultura, studio, lavoro, etc.) sembrano poco attraenti e poco scalabili.