La rivolta del fango. A Valencia assalto al re Felipe, la regina in lacrime. Distrutta l’auto di Sánchez, l’ultradestra rivendica
dal nostro inviato Giampaolo VisettiSotto l'ombrello, il re Felipe bersagliato dai lanci di fango
(reuters)PAIPORTA (Valencia) — Il re è nudo e viene coperto di fango. In Spagna resta lui il simbolo emotivo del potere. Estraneo a questa strage, favorita dallo scontro tra il governo di Valencia e quello di Madrid, nell’inferno spalancato da Dana scopre che ormai è l’autorità in sé a essere il bersaglio della rabbia che da cinque giorni consuma i sopravvissuti al sottovalutato ciclone del secolo.
Chi è rimasto sommerso dal fango, risponde con il fango. Felipe VI arriva a Paiporta, località sconvolta dal rio Turìa e da 72 morti alle porte di Valencia, a fine mattinata. Lo accompagna, alcuni passi più indietro, la regina Letizia. Alle loro spalle, il premier Pedro Sánchez e il presidente regionale Carlos Mazón.
Volevano «portare conforto»: in pochi istanti il quartetto viene travolto dalla massa inferocita. «Assassini — grida la folla fuori controllo — non ci resta niente, andate via». Solo il triplo cordone di sicurezza, stretto da agenti e militari della guardia a cavallo, evita l’aggre…
PAIPORTA (Valencia) — Il re è nudo e viene coperto di fango. In Spagna resta lui il simbolo emotivo del potere. Estraneo a questa strage, favorita dallo scontro tra il governo di Valencia e quello di Madrid, nell’inferno spalancato da Dana scopre che ormai è l’autorità in sé a essere il bersaglio della rabbia che da cinque giorni consuma i sopravvissuti al sottovalutato ciclone del secolo.
Chi è rimasto sommerso dal fango, risponde con il fango. Felipe VI arriva a Paiporta, località sconvolta dal rio Turìa e da 72 morti alle porte di Valencia, a fine mattinata. Lo accompagna, alcuni passi più indietro, la regina Letizia. Alle loro spalle, il premier Pedro Sánchez e il presidente regionale Carlos Mazón.
Volevano «portare conforto»: in pochi istanti il quartetto viene travolto dalla massa inferocita. «Assassini — grida la folla fuori controllo — non ci resta niente, andate via». Solo il triplo cordone di sicurezza, stretto da agenti e militari della guardia a cavallo, evita l’aggressione fisica.
Le lacrime della regina Letizia
Contro il re, finito suo malgrado a fare da scudo umano a Mazón, seminascosto alle sue spalle, piove l’argilla putrida che la gente raccoglie tra le macerie. «Fuera, fuera — ripete a ritmo la popolazione di Paiporta — dimissioni, dimissioni». La camicia azzurra, il giubbotto nero e i calzoni grigi da safari del re si macchiano di terra rossa. Una guardia del corpo apre il suo ombrello sopra la testa del sovrano: centrato dal limo anche sul viso, resta impassibile. Pochi istanti e Felipe prega di chiudere l’ombrello aperto per proteggerlo. Avvicina e abbraccia due ragazzi con le pale in mano: «Grazie — dice a due tra le migliaia di volontari che aiutano a pulire case e strade — capisco la vostra rabbia e la vostra frustrazione. Fate però attenzione alle informazioni tossiche, diffuse da chi è interessato al caos».
Un’anziana, a cui l’alluvione ha strappato la figlia e il nipote, si avvicina alla regina. «Venite adesso — le sibila a mezzo metro dal volto — vergognatevi». Anche Letizia ha il fango sul volto. È sconvolta, abbraccia alcune donne e piange. «Come possono non sentirsi così — dice a chi le è accanto — come possono queste persone non essere arrabbiate?».
Una ragazza le grida: «Signora, tutto questo non è contro di lei». Ognuno, nella calca precipitata nel caos, se la prende con un esponente diverso del potere. Re Felipe e la regina Letizia scoprono che venire nell’epicentro dell’apocalisse assieme a chi viene indicato quale responsabile morale di una carneficina, equivale ad aver addentato un boccone avvelenato. Schizzi di fango sporcano la camicia, i jeans e il naso del governatore Mazón. C’è lui nel mirino. È accusato di non aver lanciato in tempo l’allerta meteo e di aver ritardato i soccorsi. Alcuni contestatori lo spintonano, qualcuno cerca di sgambettarlo per farlo cadere: «Dimettiti — gridano — sparisci. Quanti morti hai fatto, dicci quanti sono e prendi anche tu una pala».
La rabbia degli abitanti di Valencia
È una scena indelebile, destinata a restare nella storia di questo Paese, chiamato a fare presto i conti con l’autorevolezza delle proprie istituzioni. Nemmeno il premier Sánchez viene risparmiato. Anche contro di lui, che procede qualche passo alla destra di Felipe, lo stesso fango, le medesime accuse, l’identica richiesta di abbandonare la sua poltrona.
«Nessuno ci ha protetto — dice Susana Castellò, che a Paiporta ha perso il suo banco di frutta — nessuno ci aiuta, nessuno cerca i dispersi, nessuno conta i nostri morti. Cosa sono venuti a fare qui? Come osano fare questa macabra passerella tra i loro condannati?». Contro Sánchez all’improvviso si scaglia un uomo che brandisce un bastone. Viene fermato a stento da un agente, ferito alla fronte.
Il re e la regina, il premier e il governatore, sono infine costretti a fermarsi a pochi passi dalla chiesa della municipalità. Alcuni uomini della scorta sono feriti, uno sanguina dalla testa, impossibile proseguire. Mazón e Sánchez vengono allontanati e alcuni poliziotti li scortano fino alle loro auto. Sulla macchina del premier si abbattono calci e badilate. La gente grida: «Cane». I vetri posteriori vanno in frantumi. A rivendicare l’assalto è l’ultradestra. «Con quelli della mia associazione siamo qui, gli abbiamo distrutto l’auto ma lo abbiamo potuto colpire solo con una mazza alle spalle», è il messaggio, rivela elDiario, postato in una chat da Adrian Campos, che si presenta come «volontario» dell’organizzazione Revuelta. La polizia ha confermato che sta indagando su varie chat.
Il re e la regina sono terrei, ma rifiutano di andarsene. Continuano ad avanzare da soli, a tentare di parlare con le persone disperate, rese cieche dall’ira. Solo a questo punto, separati i sovrani dai leader politici, la rivolta cala di tono. Continua a volare fango, ma meno di prima. Si continua a gridare «assassini», ma meno di prima. Poco dopo le 14, nel gelo di una piazza che ribolle, finisce questa indimenticabile visita di cortesia.
Superstiti e soccorritori volontari, quando il quartetto a sorpresa è spuntato dal ponte che porta a Sedavì, avevano secchi, spazzoloni e badili in mano. Da cinque giorni scavano da soli tra le macerie e sempre da soli cercano i dispersi. Qualcuno pretendeva applausi e gratitudine per l’apparizione della famiglia reale e dei due avversari politici? È andata come doveva andare.
Nel pomeriggio la seconda tappa del tour, prevista nel paese sgretolato di Chiva, viene precipitosamente «rinviata di comune accordo tra le autorità statali, regionali e della Casa reale». Dietro la puntualizzazione, la verità. Fino all’ultimo re e regina, ammettono gli uomini del seguito, hanno cercato di resistere, a costo di rispettare da soli l’impegno.
«Pressioni insostenibili» convincono infine Felipe e Letizia a evitare una frattura insanabile con il governo Sánchez e con la Generalitat valenciana di Mazón, marcando la distanza e la diversità che li separa. Cosa sarebbe successo se anche a Chiva, dove martedì un rigagnolo si è trasformato in un torrente che ha inghiottito il cuore del paese, Sánchez e Mazón avessero coinvolto una seconda volta la coppia reale in una tempesta di melma e di accuse?
«Sono vicino all’angoscia e al dolore della gente colpita dall’alluvione — dice Sánchez dopo essersi rifugiato nel centro presidiato dalla polizia — ma sono contro la violenza. La priorità resta salvare vite, trovare dispersi e ricostruire». Mazón fa invece capire di non escludere più la prospettiva di lasciare. Lo inchiodano omissioni, sottovalutazioni e ritardi. «Re Felipe oggi è stato esemplare — dice — le dimissioni sono un mio obbligo politico e morale».
A Paiporta, appena se ne va chi rappresenta il potere in Spagna, torna una calma surreale. I sopravvissuti che pochi istanti prima lanciavano fango e immondizia, riprendono a spalare e a lavare in silenzio. Chi gridava, pronto a linciare, accarezza i bambini e si carica i vecchi sulle spalle per portarli ai piani alti delle case, ancora senza elettricità. «Mai — dice Lucas Exposito, ingegnere senza più la sua famiglia — umiliare chi è buono. Mai ridurre i miti a imitare i crudeli».