Marta C. ha iniziato da capotreno che aveva appena 20 anni. “È una vita balorda”, dice adesso che ne ha 39, è madre di due figlie e è sposata. “Ferroviere pure il marito, è un disastro”, la butta sull’autoironia. La verità è che Marta da quel treno su cui è salita giovane e piena di speranze per il futuro vorrebbe scendere subito “perché da quando sono stata aggredita – racconta – ho rivalutato il mio mestiere. Mi sento prigioniera della paura che mi blocca sul lavoro. Perché a fine giornata voglio ritornare a casa sana e salva”. E pensa al suo collega accoltellato a Genova che “non conosco ma al quale mi sento molto vicina”
Quando è stata aggredita?
“Era l’anno del Covid, è successo nel luglio 2020. Erano le 15, stavo aiutando un’anziana a scendere dalla vettura. In quegli anni lavoravo nella tratta che attraversa Firenze, Arezzo, Rignano. Lui, un ragazzo nigeriano, è salito sul treno e ha dato una spallata a quell’anziana, i viaggiatori mi hanno chiesto di intervenire. Appena gli ho…
Marta C. ha iniziato da capotreno che aveva appena 20 anni. “È una vita balorda”, dice adesso che ne ha 39, è madre di due figlie e è sposata. “Ferroviere pure il marito, è un disastro”, la butta sull’autoironia. La verità è che Marta da quel treno su cui è salita giovane e piena di speranze per il futuro vorrebbe scendere subito “perché da quando sono stata aggredita – racconta – ho rivalutato il mio mestiere. Mi sento prigioniera della paura che mi blocca sul lavoro. Perché a fine giornata voglio ritornare a casa sana e salva”. E pensa al suo collega accoltellato a Genova che “non conosco ma al quale mi sento molto vicina”
Quando è stata aggredita?
“Era l’anno del Covid, è successo nel luglio 2020. Erano le 15, stavo aiutando un’anziana a scendere dalla vettura. In quegli anni lavoravo nella tratta che attraversa Firenze, Arezzo, Rignano. Lui, un ragazzo nigeriano, è salito sul treno e ha dato una spallata a quell’anziana, i viaggiatori mi hanno chiesto di intervenire. Appena gli ho detto che quello che aveva fatto non era giusto, lui è andato su tutte le furie. Mi ha presa per le spalle e mi ha sbattuta contro la porta del treno, ho sentito un dolore fortissimo. Lui stava zitto, io chiedevo aiuto urlando. I passeggeri hanno chiamato la polizia, lui nel frattempo ha aggredito anche un carabiniere che mi stava soccorrendo. Sono stati 50 secondi da incubo, ho riportato contusioni sul torace e sulla schiena. Lui è stato arrestato”.
Un episodio che non si dimentica.
“Per niente anche perché il mio aggressore, che è ancora sotto processo per altri atti di violenza nei confronti di miei colleghi, è libero. E io lo incontro sui treni quando vado a lavoro, quindi da viaggiatrice. Non è cambiato nulla e il processo è ancora in corso dopo 4 anni”.
Lei dice che la sua vita è balorda, ce la racconta?
“Non è di certo bella. Voglio precisare che non sono solo gli stranieri a aggredirci e a insultarci. C’è un incremento esponenziale di persone pericolose a tutte le ore. Prima accadeva solo la sera, adesso è a tutti gli orari. Ci danno addosso anche i viaggiatori non violenti perché si sentono poco protetti sui treni di determinati tratte”.
Ma lei quanti insulti e minacce riceve al giorno?
“Il conto è facile. In un turno si possono cambiare anche cinque treni. Per ogni viaggio vengo aggredita verbalmente 5 o anche 6 volte. Insomma, in un giorno porto con me un bel bagaglio di una trentina tra parolacce come troia, puttana, fino al più leggero ‘incompetente’. Per arrivare agli sputi e agli spintoni. A volte, poi, qualche passeggero si rifiuta di parlare con me perché sono una donna e mi dice: “Chiamami un uomo”. Insomma si scende dal treno molto frustrati. Quella del capotreno è una vita difficile, perché è difficile far convivere tanta gente dentro uno spazio ristretto. Si trascorrono le giornate a chiedere di abbassare il volume della voce o quello della musica. Poi ci sono i piedi sui sedili, un’altra usanza”.
Quando torna a casa?
“Se ci torno – perché spesso dormiamo sui treni – mi sento sofferente e abbandonata. Cerco di limitare al minimo indispensabile il mio operato. Ma purtroppo non basta. Dopo l’aggressione ho rivalutato il mio lavoro, voglio portare la pelle a casa, dalle mie figlie”.
Cosa si dovrebbe fare per cambiare tutto questo?
“Ci deve aiutare la politica con una giurisprudenza che ci tuteli. Io sono l’esempio lampante di questo abbandono: il mio aggressore era già stato condannato prima di mettermi le mani addosso, è ancora sotto processo ma è libero. L’azienda, invece, dovrebbe raddoppiare i capotreno su ogni convoglio. Ma questo i tagli non lo permettono. E con queste armi spuntate ogni giorno vado a lavoro. Ma le mie figlie sui treni non viaggiano, solo così posso difenderle dalla violenza”.