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Medico aggredito con un manganello: “Non siamo più liberi neanche di decidere le terapie”

Il primario del Pronto soccorso dell'ospedale di Lamezia Terme, Rosarino Procopio, aggredito dai parenti di una degente che doveva essere dimessa dal reparto di Osservazione breve intensiva

 

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Parla il primario del pronto soccorso di Lamezia Terme, tornato subito in servizio dopo il brutale attacco di lunedì sera. “Abbiamo bisogno di più medici”
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Roma — «Sono un po’ indolenzito, questo sì». I più lo hanno guardato stupiti, chi lo conosce non più di tanto. A meno di dodici ore dall’aggressione che ha subito, il dottore Rosarino Procopio si è presentato regolarmente al pronto soccorso di Lamezia Terme. «Certo - mormora - se non me ne fossi accorto, non so dove sarei adesso»

Cos’è successo lunedì sera?

«Avevo appena informato i parenti di una paziente che stavamo per dimettere dopo aver fatto tutti gli esami necessari e averla tenuta in osservazione per ventiquattro ore. Sono andati in escandescenze, soprattutto uno di loro, e mi sono voltato per andare via».

È in quel momento che è stato aggredito?

«Fortunatamente con la coda dell’occhio mi sono accorto di questa persona che mi si avventava contro con un oggetto in mano e istintivamente mi sono spostato. Dopo i poliziotti mi hanno spiegato che si trattava di un manganello, uno sfollagente, simile a quello che usano loro. Se mi avesse colpito in testa, adesso non so in che condiz…

Roma — «Sono un po’ indolenzito, questo sì». I più lo hanno guardato stupiti, chi lo conosce non più di tanto. A meno di dodici ore dall’aggressione che ha subito, il dottore Rosarino Procopio si è presentato regolarmente al pronto soccorso di Lamezia Terme. «Certo - mormora - se non me ne fossi accorto, non so dove sarei adesso»

Cos’è successo lunedì sera?

«Avevo appena informato i parenti di una paziente che stavamo per dimettere dopo aver fatto tutti gli esami necessari e averla tenuta in osservazione per ventiquattro ore. Sono andati in escandescenze, soprattutto uno di loro, e mi sono voltato per andare via».

È in quel momento che è stato aggredito?

«Fortunatamente con la coda dell’occhio mi sono accorto di questa persona che mi si avventava contro con un oggetto in mano e istintivamente mi sono spostato. Dopo i poliziotti mi hanno spiegato che si trattava di un manganello, uno sfollagente, simile a quello che usano loro. Se mi avesse colpito in testa, adesso non so in che condizioni sarei».

Come si fa a tornare a lavorare dopo un’aggressione del genere?

«Forse con la consapevolezza di dover mantenere la calma per affrontare situazioni difficili. Certo è che una cosa del genere non si era mai verificata».

In passato non le è mai capitato di subire un’aggressione?

«In oltre quarant’anni di emergenza urgenza prima al 118, poi in reparto, ho affrontato molte situazioni difficili. Può essere comprensibile che un paziente che ha dolore, o un parente angosciato alzi i toni, sono momenti di tensione che abbiamo imparato a gestire. Ma aggressioni fisiche mai».

In reparto non era mai successo, a qualcuno dei suoi colleghi o ai paramedici?

«Assolutamente no. Ci sono stati episodi di danneggiamenti, parenti di pazienti che hanno divelto le sedie della sala d’aspetto o rotto vetri, ma fino ad oggi la violenza non è mai stata rivolta contro i noi sanitari».

Ha paura adesso?

«No, ma mi sento deluso, amareggiato. Lavoriamo in situazioni di estrema difficoltà, con risorse limitate e un’utenza sovradimensionata rispetto alle capacità della struttura, in condizioni di stress psicofisico. E stiamo andando oltre».

A cosa si riferisce?

«Non si tratta più di subire le intemperanze di chi è costretto a lunghe attese dettate dalla saturazione dei reparti. Il medico non ha più la libertà di decidere serenamente terapie e tipo di assistenza da dare a un paziente».

Chi è che lo impedisce?

«Capita che i pazienti, i loro familiari o entrambi pretendano di dirci che tipo di esami clinici debbano essere fatti, quali approfondimenti, se sia necessario o meno un ricovero. E se non si accondiscende alle loro richieste, si rischia anche di subire un’aggressione. È inaccettabile».

Possibili soluzioni?

«I reparti sono sguarniti, le risorse sono poche per un’utenza che sul territorio non trova risposte ai propri bisogni di salute, dunque fisiologicamente si riversa nei pronto soccorso. Anche chi non è in condizioni di affrontare i tempi lunghissimi delle liste d’attesa capita che si presenti da noi. Ma siamo pochi e i reparti continueranno solo a svuotarsi fin quando non si capirà che è necessario invogliare i giovani medici a scegliere l’emergenza urgenza, anche con incentivi di tipo economico».

Crede che la nuova legge che inasprisce le pene per chi aggredisca medici e paramedici possa essere un buon deterrente?

«Magari per persone ordinarie, sì. Ma al delinquente non importa nulla, continuerà a fare esattamente la stessa cosa».

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