Nell’Italia degli affitti brevi, per famiglie e studenti niente più case
di Viola GiannoliROMA — C’era una volta il privato che voleva arrotondare, per cui viva la casa della nonna riconvertita in casa vacanze, il piccolo appartamento su cui investire, la stanza libera in più da locare. La storia degli affitti brevi ha preso però presto un’altra piega.
Dieci anni fa non c’erano nemmeno 90mila case sulle piattaforme per turisti, nel 2021 Airbnb ne contava 476mila, ora sono almeno 640mila, con un costo medio di 131 euro a notte. A gestirle, nella maggioranza dei casi, sono multi host che hanno due o più appartamenti. La maggior parte dei quali si trovano nei centri storici e nelle zone universitarie delle metropoli. Ma pure a Vernazza, nelle Cinque terre, ci sono 4 Airbnb ogni 10 appartamenti.
«L’impatto abitativo è ormai innegabile», spiega Filippo Celata, professore di Geografia economico-politica alla Sapienza. E incide su tre aspetti: la ricerca (impossibile) di una casa per vivere, l’aumento (vertiginoso) dei prezzi, la metamorfosi (forse irreversibile) delle città.
«Un…
ROMA — C’era una volta il privato che voleva arrotondare, per cui viva la casa della nonna riconvertita in casa vacanze, il piccolo appartamento su cui investire, la stanza libera in più da locare. La storia degli affitti brevi ha preso però presto un’altra piega.
Dieci anni fa non c’erano nemmeno 90mila case sulle piattaforme per turisti, nel 2021 Airbnb ne contava 476mila, ora sono almeno 640mila, con un costo medio di 131 euro a notte. A gestirle, nella maggioranza dei casi, sono multi host che hanno due o più appartamenti. La maggior parte dei quali si trovano nei centri storici e nelle zone universitarie delle metropoli. Ma pure a Vernazza, nelle Cinque terre, ci sono 4 Airbnb ogni 10 appartamenti.
«L’impatto abitativo è ormai innegabile», spiega Filippo Celata, professore di Geografia economico-politica alla Sapienza. E incide su tre aspetti: la ricerca (impossibile) di una casa per vivere, l’aumento (vertiginoso) dei prezzi, la metamorfosi (forse irreversibile) delle città.
«Uno studio di Nomisma parla di un’incidenza degli annunci sull’intero stock immobiliare di appena l’1,3% che sale al 5 a Firenze e Venezia. Ma l’Agenzia delle entrate — sostiene Celata — dice che solo il 10% del volume totale degli immobili va in affitto. Quelle percentuali sono tutt’altro che marginali».
Non solo: se si confrontano le offerte sui siti per residenti e per turisti la sproporzione è evidente. Ancora Roma: tremila annunci su Immobiliare.it, 35mila su Airbnb. Di questi il 72% sono appartamenti interi.
«Il mercato degli affitti strutturalmente piccolo viene eroso da quelli brevi e temporanei: ai residenti non resta nulla. E i canoni di locazione aumentano — spiega Celata — In un anno a Roma l’offerta i per i residenti si è ridotta del 40%, i canoni sono saliti del 10%». Effetto Giubileo.
Ma è così ovunque: uno studio del think tank Tortuga stima che a un aumento dell’1% di alloggi su Airbnb sia legato un aumento del 5,7% dei prezzi degli affitti. E anche l’Istituto per la programmazione economica della Toscana, scrive: «Il successo degli affitti brevi, aumentando la pressione della domanda di alloggio su un’offerta rigida, tende a provocare un generale innalzamento del valore immobiliare. Ciò implica la riduzione dell’accessibilità alla casa per i residenti, specie se a basso reddito». Quelli che, come i giovani, vanno in affitto.
«Il problema non sono i locker ma quello che rappresentano: migliaia di appartamenti sottratti alle persone che nei territori vogliono continuare a vivere. L’impennata dei prezzi svuota i quartieri delle città», dicono gli attivisti del Social forum per l’abitare che hanno convocato il 13 dicembre a Roma la prima manifestazione in Italia per la regolamentazione degli affitti brevi.