Gestazione per altri, i papà tornati in Italia: “È stato un incubo. I soldi alla madre? Tutte bugie”
di Enrico Ferro«Ora sorridiamo, ma per 40 giorni l’abbiamo perso per davvero il sorriso. È stato un incubo, una sofferenza intima e profonda». Fabio Busato, primario di Radiologia alla Casa di Cura di Abano e Gaetano D’Alessandro, infermiere, incrociano gli sguardi consapevoli di ciò che hanno vissuto. A un certo punto hanno temuto che l’unica prospettiva possibile per tornare fosse quella di lasciare la loro bambina in un orfanotrofio. «Un incubo, appunto. Ma ora siamo qua e passeremo un bel Natale, tutti insieme», dicono, finalmente sereni. Fortunatamente è una storia a lieto fine.
Tuttavia, c’è chi contesta la vostra scelta di fare questo percorso di gestazione per altri in un Paese in cui non è ancora normata. Come rispondete a queste accuse?
«Ci sentivamo più vicini alla forma altruistica della gestazione per altri, nella quale la gestante non viene pagata. Vengono riconosciuti solo i rimborsi spesa per il trattamento medico. Siamo medico e infermiere, volevamo queste condizioni. Nella Gpa com…
«Ora sorridiamo, ma per 40 giorni l’abbiamo perso per davvero il sorriso. È stato un incubo, una sofferenza intima e profonda». Fabio Busato, primario di Radiologia alla Casa di Cura di Abano e Gaetano D’Alessandro, infermiere, incrociano gli sguardi consapevoli di ciò che hanno vissuto. A un certo punto hanno temuto che l’unica prospettiva possibile per tornare fosse quella di lasciare la loro bambina in un orfanotrofio. «Un incubo, appunto. Ma ora siamo qua e passeremo un bel Natale, tutti insieme», dicono, finalmente sereni. Fortunatamente è una storia a lieto fine.
Tuttavia, c’è chi contesta la vostra scelta di fare questo percorso di gestazione per altri in un Paese in cui non è ancora normata. Come rispondete a queste accuse?
«Ci sentivamo più vicini alla forma altruistica della gestazione per altri, nella quale la gestante non viene pagata. Vengono riconosciuti solo i rimborsi spesa per il trattamento medico. Siamo medico e infermiere, volevamo queste condizioni. Nella Gpa commerciale, invece, viene riconosciuto un vero salario».
Però affidarsi alla Gpa commerciale fornisce garanzie anche sulle condizioni delle donne coinvolte, sul rispetto dei loro diritti.
«La gestazione altruistica come quella commerciale, possono essere fatte bene o male ma dipende dal supporto normativo. Ci sono Paesi in cui la legge è regolamentata e altri in cui no. In Argentina non c’è una legge ma sapevamo che nel 2017 ci sono state sentenze favorevoli a riguardo. Noi abbiamo firmato contratti con legali e notai prima di cominciare il percorso».
E questo cosa sta a significare?
«Che era tutto pubblico e legale. In Argentina non c’è una legge, ma sapevamo che nel 2017 ci sono state delle sentenze favorevoli al riguardo e noi abbiamo seguito il percorso alla lettera. Poi, durante la gravidanza, sono successe tante cose. E le condizioni sono cambiate in corsa».
Era la prima volta che tentavate questo percorso?
«Avevamo iniziato in Canada nel 2019 ma il percorso si è protratto troppo a lungo e il Covid ha rallentato tutto. Quindi abbiamo deciso di cambiare Paese. Ci simo informati sui vari paesi e abbiamo valutato molte opzioni. Alcuni li abbiamo esclusi proprio perché non eravamo convinti della condizione delle donne a livello etico. Abbiamo scelto l’Argentina perché, appunto, dal 2017 consentiva il riconoscimento di due papà».
Dunque come avete avviato la procedura?
«Abbiamo iniziato il percorso di creazione degli embrioni in Argentina, dopo aver preso accordi con i legali dell’agenzia. Ci hanno descritto la situazione dal punto di vista giuridico e ci hanno messo in contatto con la clinica».
E poi?
«Una donna ha donato l’ovocita e la gestante ha portato nel ventre l’embrione. A noi interessava instaurare un rapporto d’amicizia con lei e infatti così abbiamo fatto. Ci siamo sempre sentiti, lei ci scriveva puntualmente, un’amicizia è nata davvero. Lei ha 29 anni ed è già madre di una figlia».
Nei giornali argentini hanno scritto che si tratta di una donna che vive in condizioni sociali precarie, oltre che in uno stato di indigenza.
«È stata fatta una valutazione psicologica e anche una medica. Ci sentiamo di smentire queste ricostruzioni. Abbiamo sempre fatto tutto alla luce del sole, firmando pratiche e certificando i rimborsi spese per test genetico, ginecologo, trasporti in clinica, ecografie, farmaci e anestesista per il cesareo. La nostra bambina è nata il 10 ottobre».
Sempre i media argentini parlavano di valigette di denaro scambiate in un bar di Rosario.
«Tutto falso. Nei telefoni sequestrati c’erano tutte le conversazioni con la gestante, c’erano le mail, il giudice ha tutto. Nessuna valigetta e nessun contatto avvenuto attraverso gruppi Facebook. Dopo un paio di settimane sempre la gestante ha firmato un atto in cui certificava di non voler essere la madre, e che si trattava di un caso di gestazione per altri».
E sui tentativi fatti in aeroporto per lasciare l’Argentina?
«Noi ci siamo messi in contatto con l’ufficio immigrazione, non abbiamo fatto niente di clandestino. Prima ci siamo presentati con la firma della gestante, poi abbiamo chiesto aiuto ai legali dell’agenzia e ci hanno detto di provare a imbarcarci con lei. Ma erano tre giorni che aspettavamo una risposta. A quel punto siamo stati fermati».
Come sono stati quei 40 giorni chiusi in un appartamento in attesa di sapere il vostro destino?
«Sono stati molto difficili, ci dispiaceva tantissimo soprattutto per nostra figlia. Abbiamo una famiglia molto numerosa e soprattutto molto rumorosa. Ci dispiaceva che non potesse sentire quel rumore, il calore familiare che meritava».
Com’è stato occuparsi di questa neonata senza nessun aiuto?
«Entrambi siamo abituati a svegliarci di notte (ridono). Ora abbiamo tutto da imparare ma genitori non si diventa nel momento in cui nasce il figlio, genitori si diventa quando si comincia a pensare alla genitorialità. È un percorso di consapevolezza e così è stato anche per noi».
Non temete nulla tornando in Italia, paese dove gpa è reato universale?
«No, perché nostra figlia è nata il 10 ottobre, prima dell'entrata in vigore della legge. Dunque anche l'eventuale iscrizione all'anagrafe oggi non può essere considerata reato. Ora comunque stiamo decidendo come procedere, nel modo migliore e nel suo interesse».
Com’è stato il ritorno al lavoro?
Risponde Fabio: «Io sono tornato stamattina ed è stata una festa. Sono venuti da tutti i reparti a salutarmi e ad abbracciarmi. Sono stato assente 40 giorni ma ho ricevuto tanto supporto, in ogni momento. E alla fine ho sforato solo per una settimana di ferie. Gaetano invece inizia lunedì. Entrambi vogliamo ringraziare i nostri datori di lavoro, che hanno compreso la situazione fin da subito. Finalmente ora siamo tutti insieme, e al posto giusto».