L’8 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, compie 50 anni l’area sciistica più vasta del mondo. Il Dolomiti Superski, attorno al Gruppo del Sella fra Alto Adige, Veneto e Trentino, a fine 1974 è nato al tavolo di un albergo di Corvara, in Val Badia. I pionieri della rivoluzione che ha trasformato uno sport d’élite in un fenomeno di massa sono stati i ladini Erich Kostner, Erich Kastlunger e Franz Perathoner. Con loro c’erano due giovani milanesi trapiantati in Val Gardena: Gianni Marzola e Sandro Lazzari. Quest’ultimo oggi ha 86 anni ed è la memoria storica del patto che ha cambiato il destino della gente che vive sulle Alpi.
Nel primo mezzo secolo, grazie al boom economico, l’industria dello sci ha evitato l’abbandono della montagna. Oggi il surriscaldamento del clima e il consumo di risorse naturali, causati da un rapace modello di sviluppo, minacciano invece di rialimentare l’esodo anche dalle zone più fragili dell’arco alpino.
Signor Lazzari, ricorda perché è nato il Dolomiti Superski…
L’8 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, compie 50 anni l’area sciistica più vasta del mondo. Il Dolomiti Superski, attorno al Gruppo del Sella fra Alto Adige, Veneto e Trentino, a fine 1974 è nato al tavolo di un albergo di Corvara, in Val Badia. I pionieri della rivoluzione che ha trasformato uno sport d’élite in un fenomeno di massa sono stati i ladini Erich Kostner, Erich Kastlunger e Franz Perathoner. Con loro c’erano due giovani milanesi trapiantati in Val Gardena: Gianni Marzola e Sandro Lazzari. Quest’ultimo oggi ha 86 anni ed è la memoria storica del patto che ha cambiato il destino della gente che vive sulle Alpi.
Nel primo mezzo secolo, grazie al boom economico, l’industria dello sci ha evitato l’abbandono della montagna. Oggi il surriscaldamento del clima e il consumo di risorse naturali, causati da un rapace modello di sviluppo, minacciano invece di rialimentare l’esodo anche dalle zone più fragili dell’arco alpino.
Signor Lazzari, ricorda perché è nato il Dolomiti Superski?
“Gli impianti di risalita, tramontato lo sci aristocratico di inizio Novecento, si sono affermati sulle Alpi dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ogni paese di montagna piantava su un prato il proprio skilift a motore diesel. I contadini al mattino curavano le vacche, di giorno passavano il piattello ai primi sciatori e la sera tornavano nelle stalle. Quando le seggiovie si sono alzate di quota, hanno raggiunto i crinali delle valli. L’idea è stata mettere insieme i vicini che si scoprivano concorrenti: con uno skipass unico non è più servito togliersi gli sci ed estrarre il portafoglio prima di ogni pista”.
Lei come ha iniziato?
“Mio padre, orfano, era riuscito a diventare dirigente della Saffa fiammiferi. Conosceva la famiglia Marzola, che aveva preso in gestione il rifugio Comici, sopra Selva Gardena. Insieme decisero di rilevare la vecchia seggiovia monoposto di Bruno Falck a Plan de Gralba. Anche mio padre morì presto: a Milano mi ero appena laureato in scienze politiche, ho dovuto imparare tutto e subito”.
Mezzo secolo fa com’era lo sci sulle Dolomiti?
“In 6 valli c’erano 250 impianti di risalita e 740 chilometri di piste. Tutto scollegato, ognuno per sé. Oggi sono unite 12 valli, 450 impianti e 1246 chilometri di piste. Si scia su un’area di 3 mila chilometri quadrati. Siamo passati da 5,5 milioni di passaggi e 934 mila skipass a inverno, a 173 milioni di passaggi e 11 milioni di biglietti. Un caso mondiale: in Italia lo sci su pista genera un fatturato annuo da 1,5 miliardi, con l’indotto si superano i 13 miliardi. Unire le forze, nel nostro Paese, è una lezione”.
Le pare un impatto sostenibile per la natura?
“Senza questi numeri l’ambiente alpino da decenni sarebbe in abbandono. Chi nasceva in montagna per sopravvivere era costretto a emigrare. La sfida di oggi è mantenere le condizioni, ambientali ed economiche, che grazie al turismo stanno riportando i giovani stabilmente in alta quota”.
Precipitazioni irregolari e surriscaldamento: neve e sci sulle Alpi hanno gli anni contati?
“Si continua a investire, in tecnologia e sostenibilità. Imprenditori e sciatori sono uniti dalla fiducia. Anni fa gli scienziati assicuravano che in un trentennio la quota neve si sarebbe alzata di 70 metri. E’ successo, ma si continua e rientrare sci ai piedi molto più in basso”.
E’ un azzardo affidare economia, popolazione e natura alpina alla neve programmata?
“E’ una necessità. Da metà anni Ottanta si moltiplicano stagioni aride e sbalzi termici invernali. I cannoni però non sono nati per lo sci. Li ha inventati la famiglia contadina Tropeano, emigrata negli Usa. Per contrastare le gelate primaverili nei frutteti, cominciò a soffiare aria nell’acqua raffreddata. Gli alberi si coprivano di neve, proteggendo i germogli. Abbiamo affinato la scoperta. Nessuno discute l’agricoltura salvata dagli impianti anti-gelo: trovo curioso mettere sotto accusa gli stessi impianti usati per difendere la vita in montagna”.
Non sono immaginabili inverni diversi, adeguati a condizioni naturali nuove?
“Essendo vecchio mi permetto il lusso della verità: oggi no. Se impianti di risalita e piste chiudono, alberghi, ristoranti, negozi e aziende non aprono. La neve programmata in Europa è fatta solo di acqua e aria, prodotta da impianti idroelettrici. L’acqua prelevata in autunno dai bacini viene diffusa sugli stessi versanti, congelata fino alla primavera in alta quota. Non defluisce subito verso il mare, alimenta le falde anche in estate: per umanità e ambiente non è un problema, ma una soluzione”.
Aprire le piste senza neve naturale fa esplodere i costi: sciare è uno sport solo per single ricchi?
“Sicurezza, qualità e continuità del servizio, hanno un prezzo. Da anni per gli impiantisti l’aumento dei costi supera quello dei ricavi. Non vivo sulla luna, sento lo stress dei bassi redditi che assediano Italia ed Europa. Il prezzo dello skipass giornaliero per adulti, analizzato dalle comparazioni di mercato, corrisponde solo al 20% del fatturato. Giovani e famiglie, specie se restano in montagna più giorni, pagano come dieci anni fa”.
Mezzo secolo fa sulle Alpi i pionieri delle piste erano percepiti come eroi, oggi come cinici consumatori di risorse collettive: come spiega questo cambio culturale?
“La montagna usciva distrutta da guerre e fame. Chi accusa oggi spesso è sazio in malafede. Da oltre sessant’anni vivo sulle Dolomiti: vedo una natura più curata, ecosistemi migliorati, una società più istruita, diffuso impegno a non sprecare risorse vitali”.
Davvero nessun problema?
“Sfide diverse. In primavera il caldo sale prima. Non siamo più i monopolisti dell’inverno. Per la gente non è facile raggiungere le località d’alta quota, tanto più senza l’automobile. L’Italia, rispetto a Svizzera, Francia e Austria, sul fronte della mobilità è arretrata. I treni in montagna restano un’eccezione, gli aeroporti scollegati, gli impianti di risalita non vengono percepiti come mezzi di trasporto alternativi. E’ tempo che l’impegno verde si concentri sul diritto all’accessibilità alpina”.
In mezzo secolo ha fatto errori che non ripeterebbe?
“Non ho danneggiato persone e luoghi. Mi è capitato di fermarmi in tempo. Ricordo una pista sul Ciampac, in Val di Fassa: potevo farla, sono salito, ho visto la bellezza di un luogo intatto e ho rinunciato”.
I campioni dello sci alimentano l’industria della neve: quali sono stati i suoi fenomeni?
“Impossibile avvicinare l’impatto emotivo ed economico generato da Thoeni, Stenmark e Tomba”.
Come immagina lo sci sulle Alpi tra mezzo secolo?
“Immaginarlo è difficile, sognarlo si può. Sogno che la neve possa contribuire ancora allo sviluppo sociale e alla cura dell’ambiente. E che lo sci resti per tutti una storia di successo”.
A 50 anni dal debutto della più grande industria bianca sulle Alpi, qual è la sua idea della neve?
“E’ un prodigio naturale. Senza non possiamo vivere: salvarla è il cuore della nostra missione”.